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Volemose bene, ma anche no, grazie.

E stiamo sempre fra i soliti, Scola, Monicelli: “Amici miei”.

Ma non nel senso che siano rinati, che vi sia oggi chi ha quel piglio, anche quella crudeltà di giudizio fra gli artisti. No, nel senso che i personaggi in Italia – non cambiando le condizioni di produzione e non essendoci all’orizzonte nuove figure imprenditoriali, legate magari alle nuove realtà economiche e tecnologiche, o nuovi soggetti sociali pronti a battersi per prendere non dico il potere, ma almeno a vedere come si fa – sono sempre gli stessi, fregnoni e immarcescibili: la poveretta che sgrana gli occhioni e cerca conforto perché non sa più a che santo votarsi, economicamente in disagio, ma fare una lotta politica (“lotta politica, ma che sei, matta?”) manco morta; il bravissimo intellettuale e studioso, un po’ timido, sopravanzato dallo scoreggione che ci sa fare; il(la) poveretto(a) che si sacrifica, spesso viene dal Sud, e non si capisce perché, sempre lui(lei) e manca poco che non si becchi le denunce (o che non venga martirizzato(a)), ma perché sempre lui(lei), sempre lo stesso? una bella condivisione di responsabilità? (“ma che sei matta, prendermi la responsabilità?”); la “regista” (che faccia cinema, che si occupi di moda, politica o letteratura) col famoso “zero in stile”, che quando va a finire sul giornale, mica che si prenda pure lei una cacchio di responsabilità, no, subito a licenziare la sottoposta, (cacciatela!) la quale a sua volta, ha il solo difetto di aver eseguito a puntino ciò che lei ha chiesto, è evidente; e poi, la vetusta” che c’era sempre, e sempre dalla parte giusta: è tutto un «dimo dimo, famo famo» nei ’70 a fare le lotte, negli ’80 contro la politica, nei ’90 a casetta e nel 2000 a pontificare, con molta noia anche, signora mia e sempre col «personaggio ggiusto», la «persona ggiusta» e mai che non sia un “emergente”, un “emerso”, “no va bene anche un morto”, ma sempre “non di massa”, che fa brutto e mai sia; e ancora, il mondo misurato secondo il metro di giudizio di un’accolita di “Maledetti toscani”; tubi (e ovaie e palle) che (giustamente) saltano in una delle città più turisticamente frequentate d’Italia, e salta il Lungarno (figurarsi!) ed è tutto un “andatevene a casa!” e “stiamo meglio soli!”, perché un incapace ne è stato messo alla guida. Il tutto, ancora, giustificato da una sola parola, una sola frase, che rende l’opera particolarmente drammatica quanto divertente: “dai, nun fa la stupida, nun esse cattiva, volemose bene”.

 

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