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Vita politica di Giuliana Ferri

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VITA POLITICA DI GIULIANA FERRI

Diviso in 14 capitoli, poco più di un centinaio di pagine, il romanzo di Giuliana Ferri «Un quarto di donna» esce per la prima volta in Italia nel 1974, con l’editore Marsilio. L’autrice ha 51 anni e vive a Roma, dove è nata. Quando, l’anno dopo, Giuliana muore, Einaudi lo ripubblica. Scritto in prima persona, copre un arco di tempo breve, ed è una sorta di quaderno di appunti, ordinato per capitoli e secondo un criterio cronologico (Ammalata, Aborto, New York, Domenica, alcuni dei titoli). A narrare è una signora sposata, con due figli. Il libro ricorda, per modalità espressive, certa memorialistica classica, fatto come è di «Ho detto», «Ho fatto», «Dovrei», e «Confesso».

Vicina alla De Beauvoir di «Una donna spezzata» (1967) per temi e linguaggio, Ferri sembra rendere omaggio alla filosofa francese già nel titolo, e come lei pratica una scrittura che è esercizio critico e ricerca, a metà fra narrativa e saggistica. L’Io narrante di questo «Un quarto di donna» mette assieme faccende di casa e «querele» contro la società, educazione dei figli e senso ultimo della storia, quando dice: «Più che un dovere le faccende di casa mi si configurano come una compiacenza, una diplomazia, un superfluo che assorbirebbe fatalmente un tempo che io devo saper impiegare diversamente, dedicandomi a una mia più significante competenza: crescere i figli senza religioni, dargli il concreto senso della vita, della saggezza della morte, dell’umanità dei principi, dei soggetti della storia, delle querele da presentare contro la società».

L’italiano di questo libro, come si vede, non è vicino al «parlato», rispetta le regole grammaticali ed esclude il dialetto. Ad usarlo sono personaggi che ricordano quelli di De Cespedes, («Il Rimorso», 1963) e la loro serietà, a tratti eccessiva; Carla Lonzi quando discorre di arte («Autoritratto», 1969); le ragazze di Bianchini, tornate dagli Stati Uniti («Lungo equinozio», 1962) dove erano andate per sfuggire alle leggi razziali e per studiare; la protagonista, a tratti disperata, di Bianca Garufi (in «Rosa cardinale», 1968): intellettuali, artisti, uomini e donne da film di Antonioni («Deserto rosso» è del 1964, «L’eclisse» del 1962), quieti ed educati all’esterno quanto travagliati internamente, che hanno letto Proust, Joyce, Woolf e Musil, e hanno vissuto all’estero. Gli stessi, insomma, che nel 1980 Ettore Scola, con un po’ di affetto e molto cinismo, massacrerà nel suo, pur bellissimo, «La Terrazza».

La protagonista di «Un quarto di donna» appartiene a una borghesia consolidata nelle sue certezze, non necessariamente ricca, ma che studia, legge romanzi e saggi, guarda film (e ne scrive, ne fa) nel tentativo, che oggi a molti appare ingenuo, di conoscere e dare un senso non solo alla propria esistenza, ma a quella dell’umanità tutta; poco importa, che ogni tanto abbia paura di fallire. Va avanti lo stesso, come l’amica regista che lavora a New York, e insiste nel dire: « …Andiamole a cercare insieme queste cose. Troviamole una per una e poi confrontiamole con le loro conseguenze. Tutto con la macchina da presa. Una specie di censimento delle reazioni a catena che dominano l’individuo nell’era della società dei consumi. Capisci?».

Ma poiché la conoscenza, invece che a un avvicinamento, può portare a volte a un allontanamento dal gruppo di appartenenza, ecco la protagonista isolarsi, diffidare, trasformarsi in punto autonomo di osservazione, analista e parodista di comportamenti e linguaggi. Attività queste ultime, che spesso chi scrive arroga a sé. Ed è scrittrice vera, Ferri, quando dice, del viaggio a New York : «Se ho ben capito io dovrei aiutarla a imbastire la trama del suo censimento salendo su un aereo diretto a New York e andare a toccare con mano il virus spirituale dell’orizzonte di Manhattan, alla ricerca della famiglia media americana, dell’offerta che supera la domanda o viceversa, del traffico verticale, dei vestiti che si buttano, delle macchine della verità, delle human relations e degli operai atomici, di mister tale e di mister talaltro».

Ferri, fuori dal romanzo, era una giornalista e si occupava di pubblicistica politica. Non una narratrice di trame quindi, ma un’autrice a mio parere importante, di questo unico libro.

È una donna economicamente autonoma, ma sentimentalmente impigliata in infinite strettoie, l’Io narrante di «Un quarto di donna»: descrive se stessa, il marito, gli amici, i comportamenti e i modi di dire di chi, come lei, si occupa di cultura e di politica, ha una famiglia, viaggia, ha dei figli, e ogni tanto voglia di ammazzarsi (cosa che ad una di loro, riesce). Ci sono giornalisti della carta stampata, una regista Rai, dei professori, un medico fra loro. Distante anni luce dallo sperimentalismo di un Calvino, e dalla sua ironia, così come dall’esegetica sociale di un Pasolini, che in quegli anni muore – per citare due degli autori considerati fra i più rappresentativi del periodo – Ferri non si sottrae.

Sentiamo cosa pensa la sua protagonista della scienza applicata alla letteratura (uno dei temi cari a Calvino), durante la conversazione che si svolge in un salotto: «Dalla cronaca nera si è passati subito alla scienza. Una scienza senza scienza, un labirinto di raggi cosmici, di radiazioni solari e di campi magnetici. Ci si avverte dentro un gran rimpianto, perché tutti avrebbero voluto avere delle menti da laboratorio, ma non le hanno. Forse perché c’è stata la guerra e ognuno ha preso una laurea come poteva». Compito di un’autrice non è, sembra dire, occuparsi di esperimenti linguistico-formali (anche in questo senso è distante anni luce da Calvino), ma descrivere di cosa siano fatte le storie che tengono assieme gli esseri umani, al di là delle convenzioni sociali e della forma, di cosa i piaceri e i dispiaceri che legano gli uomini e le donne fra loro, e alla natura. E poco importa se quest’ultima si esprima dallo schermo di un cinema o dalle pagine di un libro.

A proposito della società italiana, e di ciò che succedeva in quegli anni (penso alla «degradazione» di cui parla Pasolini, alla sua continua, nera indignazione), Ferri parte da sé. Riferendosi alle battaglie politiche fallite, agli ideali della Resistenza andati in fumo, a ciò che verrà dopo, dice: «Per cuore io avevo inteso qualcosa di diverso. Una cifra perfetta di significati cari agli uomini. Avevo creduto di poter dedicare la mia vita ad arricchirli, breve o lunga che fosse, ma tutta carica di quella cifra. Non è andata così».

Tutta fuori dai luoghi comuni sull’argomento, anche la vicenda dell’aborto che, per quanto espressa in modo drammatico, ha caratteristiche di quotidianità. In Italia, nel 1973 l’aborto era illegale. Il medico che aiuta la protagonista, diventa per lei una sorta di complice, quasi un amico, e poco importa che l’abbia fatto per denaro: discutono, parlano di politica. La donna annota: «…il professore afferma che l’Italia è un caso disperato, che il proletariato manca di ideologia e ‘noi borghesi ne abbiamo troppa’».

Importanti, oltre che attuali, le riflessioni sulla relazione genitoriale, e su quella madre/figli in particolare: «Il primo atto di ogni giorno che comincia è sempre dedicato al conflitto che nasce tra i miei figli e me. Li sento più vicini quando li vedo correre lontano e in quello slancio intravedo la loro capienza di autonomia», dice. Più che «bilancio» della vita di una donna negli anni settanta, come a volte è stato definito, questo libretto mi pare un romanzo intriso di notevole forza poetica e originalità espressiva. Come dimostra questo breve brano: «Quando viene la sera, con le luci accese, mi vesto di nero con gli occhi dipinti di nero, le collane al collo e la cipria sulla pelle». O, più avanti, in un pezzo dove tutto pare gioiosamente ricomporsi, durante una fuga in barca coi bambini: «Con il vigore e la fretta degli adolescenti abbiamo spinto la barca nell’acqua, abbiamo cominciato a remare verso il largo, un remo per uno. In fretta in fretta, perché il tempo si fermasse dentro quella parabola, in fretta come i bambini che senza bisogno di permessi a un tratto si sono buttati nel mare urlando che era bello. Noi senza dire niente ci siamo riempiti le mani di acqua salata. Con le mani bagnate lui mi ha accarezzato il viso. Poi anche noi giù nell’acqua, una nuotata tutta d’un fiato e su di nuovo, una remata fino a terra. ‘Come è bello’. ‘Come è bello’» (ripetuto due volte, sì). Solo che, ad accarezzare il viso della protagonista con le mani bagnate, non è il padre dei bambini, ma un amico. Forse un amante.

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