Vecchiaia vince, vecchiaia perde


di Angela Scarparo


Se è vero che lui aveva pochi soldi, è vero anche che lei ne aveva meno.

E però quando lui un giorno disse: – Compriamo una casa!
– e lei non rispose, fu lui a insistere e a dire: – Dai! Coi pochi che ho!
I pochi che aveva non sarebbero mai bastati per una vera casa, lo sapevano tutti e due. E però lui voleva quella donna. Non poteva sopportare l’idea che Anna, così si chiamava, un giorno sarebbe andata via, magari con un altro, e lui sarebbe rimasto solo.
Non per la casa.
Anche se nella vita non era solo, anche se aveva figli, e un lavoro, era con lei che gli piaceva stare. E quando lei non c’era si sentiva solo.
Fu così che un giorno, un po’ di tempo dopo, partirono per la Francia dove, diceva lui, avrebbero comprato una casa per soli trentamila euro. Quando lei disse che quella cifra era troppo bassa per comprare una casa, lui rispose, con in mano un giornale di annunci immobiliari che si chiamava «Votre Maison» e che si era fatto spedire per posta: – Oh, be’! C’è scritto qui. E comunque, andiamo a vedere. Mal che vada avremo fatto una gita! – e sorrise.
La mattina dopo attraversarono Milano con la nebbia e partirono allegri per Le Lavandou, un paese distante quattrocento chilometri. 
Il viaggio fu bello come erano belli tutti i loro viaggi. Erano abituati a percorrere chilometri e chilometri in macchina, per via del lavoro di lui che vendeva libri antiquari, e lo facevano sempre senza parlare. Per chilometri e chilometri se ne stavano ognuno immerso nei propri pensieri. Una volta arrivati, lui andava in cerca di libri o li depositava, mentre lei lo aspettava al bar, e poi ripartivano.
Quel giorno, quando arrivarono all’agenzia, il responsabile non c’era. Al telefono aveva detto a Bruno: “No, non si sbaglia!
Sono proprio trentamila euro!”. La signorina che li aveva accolti non sapeva rispondere alle loro domande, ma disse loro che il responsabile sarebbe arrivato entro mezz’ora.
Il loro francese non era perfetto.
Il giro che fecero mentre aspettavano il responsabile dell’agenzia li fece sentire felici come se la casa fosse già loro.
Entrarono nel bar di fianco come fosse quello dove avrebbero fatto colazione tutti i giorni. Guardarono gli orari per andare a Marsiglia come fossero quelli che avrebbero consultato tutti i giorni. Fecero un giro in paese. Passarono per il pontile, poi davanti alla scuola elementare e alla biblioteca. Si comportavano come se, da quel giorno, quel percorso sarebbe stato il loro abituale. Era così piccolo quel paese!
Nel bar avevano notato una signora; “È vestita come un avvocato di Parigi”, aveva detto lui, e “Però tiene il bar come quelli napoletani. Guarda che polvere! E guarda che divanetti anni
Settanta!”, aveva riso lei, sedendosi.
Se erano così entusiasti di Le Lavandou un motivo c’era: non era diversa dall’Italia, quindi non ne avrebbero sentito la mancanza. Anche l’allegria prodotta dagli orari degli autobus dipendeva da: “Eccola, la signora Anna Spina che la mattina prende l’autobus alle nove e alle dieci è a Marsiglia per acquisti…”, aveva riso Bruno chiamandola, come faceva sempre in quelle occasioni, per nome e cognome.
In Francia la gente non era più rigida e ordinata che a Milano, anzi. – Guarda lì, quel cane sul letto! – indicò lei spiando dentro una casa dalle finestre basse, e: – Uh, le ciabatte buttate per la stanza! – gridò davanti a una porta semichiusa. Si spaventò invece quando da dietro una serranda comparve una vecchina a chiedere, in un francese tremolante: – Qui êtes-vous?
Poco dopo, Bruno già stava parlando a voce alta di come quel paese prendesse il sole solo da una parte, e: – Lì, guarda, c’è ombra tutto il giorno! – disse indicando una collina.
Arrivarono alla conclusione che in Francia gli spazi pubblici e le strade erano ben tenuti, ma nelle case ognuno faceva come gli pareva. – Il contrario dell’Italia! – gridò lui.
Intanto la mezz’ora era passata e l’agente non era ancora arrivato.
Lo aspettavano davanti all’agenzia.
La signorina aveva chiuso, ma loro restavano lì.
Un quarto d’ora passò. Leggevano i cartelli di vendita.
L’agente li trovò così, col naso nella vetrina, mentre lui posteggiava un’automobile bianca di semi-lusso.
Sorrideva. Diede loro la mano, poi tenendo la schiena molto dritta aprì la porta di vetro. Entrò nel locale lungo e stretto.
Passò di fianco al tavolo della segretaria. Si sedette alla scrivania.
Fece firmare loro un foglio, si rialzò. Era tutto convenevoli, del tipo: “Avete fatto buon viaggio?” o “Questa firma è solo per prassi”. Dando loro le spalle, aprì un armadio chiuso a chiave dove teneva le pratiche, poi tirò fuori un fascicolo e ci infilò dentro anche il foglio firmato da loro.
Anna di francese capiva solo qualche cosa, come tutti gli italiani. Lui invece lo parlava. Non benissimo, però era in grado di comunicare.
Seduti tutti e tre nella macchina di Bruno, attraversarono la parte del paese con l’ombra. Erano diretti alla collina.
– Il contratto prevede che il proprietario ci possa stare dentro… – disse l’agente, poi ridendo aggiunse una cosa che Anna non capì. – Si chiama usufrutto! – fece in tempo a gridare lei in
italiano, con quel poco che aveva capito. Però aveva studiato ragioneria e di diritto ne sapeva. Guardò l’agente che si era seduto davanti e che parlava, parlava. Aveva, come lei fece notare a
Bruno più tardi, un herpes sul labbro.
Fuori dalla casa c’era una macchina blu, vecchia. La casa era a un piano ed era tutta all’ombra. Era umida. Così umida che il pezzetto di terreno che la circondava era ricoperto di muschio.
Se Anna capì subito che l’agente aveva detto “muschio” fu perché in francese muschio si dice mousse.
Finito che ebbero di guardare il garage pieno di roba vecchia e la rete che divideva la casa dalle altre, e poi il tavolo sotto la tettoia dove “d’estate ci si può mangiare”, come aveva detto l’agente, entrarono.
Il vecchio indossava una camicia color lavanda e se ne stava seduto di spalle su un divano blu troppo grande, in mezzo alla stanza. La luce che entrava di sbieco da una finestra bassa a sinistra se
ne andava a morire sulle carte che l’uomo teneva fra le mani.
Quando gli passarono di fianco per raggiungere le camera da letto non si alzò, ma si vedeva dalla schiena larga che doveva essere un uomo grande. Appoggiato al tavolino, davanti a un moderno televisore spento, sfogliava quelle carte come fosse stato l’impiegato di un ufficio e loro utenti in fila per un altro sportello. Al loro saluto rispose solo, sottovoce: – Buongiorno –, ma non si voltò.
La stanza da letto più piccola, apparentemente per bambini, conteneva un letto singolo con una coperta rosa, la stessa che Anna aveva visto nelle foto sulla rivista. Però la coperta era molto più vecchia di come era sembrata. Anna guardò i soffitti nel corridoio. Erano pieni di fuliggine. – Sì, è un prefabbricato – stava rispondendo l’agente a Bruno. – Ma vedete, sono tutte così, qui intorno – aggiunse indicando oltre i vetri il parco, nel quale spuntavano qua e là tetti e pareti dello stesso colore beige.
La stanza più grande conteneva uno di quei letti matrimoniali enormi con grosse spalliere marroni, di quelli che una volta una coppia comprava per tutta la vita. Nella terza camera, confinante attraverso il giardino con altri prefabbricati, c’erano vari strumenti musicali poggiati a terra in fila ordinata nelle loro custodie. Nell’angolo un pianoforte, ma molto più piccolo di quelli a cui era abituata Anna. Sulle pareti pentagrammi incorniciati e sul muro del corridoio, lontane, foto a colori di una donna forse quarantenne e di una ragazzina. Si vedeva che erano foto vecchie.
Bruno si chino e batté le nocche sul pavimento, che suonò vuoto. Si alzò. Chiese all’agente: – Quant’è alto il soffitto, due metri e cinquanta?
Quello, che gli stava dietro, rispose: – Sì, regolare.
Anna, che non era ancora uscita dalla stanza dei pentagrammi, chiese invece come se conoscesse bene il francese: – Est-il un musicien? –, e quando l’uomo le rispose: – Oui! –, non fu contenta.
Tornarono in salotto, dove adesso il signore in camicia lavanda se ne stava in piedi, la mano tesa verso di loro, a salutarli, senza sorridere. Come fosse stata l’assenza di sorriso il segno vero della sua dignità di uomo, un uomo che ha bisogno di vendere la propria casa, anche se, non avendo dove andare, ci rimarrà dentro. Persino quando Bruno chiese all’agente, in francese:
– Si va? –, lui se ne stette serio, la mano su un fianco, simile a un cane con la zampa zoppa.
Quando Bruno chiese di fermarsi lungo la strada, per capire la posizione della casa rispetto alla strada, scesero tutti e tre assieme dalla macchina e Anna cercò di pensare al vecchio, a come si potesse sentire in quel momento.
Ai trentamila euro andava aggiunta un’altra cifra al mese, le stava dicendo Bruno, da pagarsi fino alla loro morte. – Di chi? La morte sua e della moglie? – chiese lei. – Hai visto le foto? – insisté.
Lui parlava con l’agente.
Era una lotta, pensò Anna. Una specie di scommessa sulla pelle di quei vecchi. Se loro morivano tu che compravi facevi un affare. Se loro non morivano, avrebbero usato i soldi per sopravvivere. La gioventù vince. La vecchiaia perde sempre, comunque e dovunque.
Quelli stavano messi peggio di loro.
Quando Anna chiese: – E dove è adesso? –, – Chi, dove è? – scappò detto in italiano all’agente. Poi Anna disse: – La signora! –, e lui: – Ah! La moglie? Già ricoverata. Alzheimer… – sorrise.
 – Ma-voi-non-dovete-preoccuparvi – insisté risalendo in macchina e voltando la testa per guardarla. 
– Voi-volete-la-casa-e-quel-signore-ha-bisogno-di-soldi – sorrise.
La macchina partì, e poiché lei stava zitta, lui aggiunse in francese: – Certo, non dovete prenderla come una cosa che ogni giorno andate in chiesa a pregare che “Dio, per favore, fa che questa donna muoia”. No – rideva, le mani giunte, l’herpes seccato sul labbro. – Ma-se-muore-subito-voi-avrete-fatto-un-affare – aggiunse in italiano.
E poiché ad Anna non veniva niente da dire, lui riempì l’aria con un: – E se no, sarà il signore che avrà i suoi soldi per aiutare la sua povera moglie e la sua casa per vivere. Tutto assieme.
Ma a voi sarà convenuto comunque. È più basso di prezzo di mercato.

Tornando a Milano, e ripassando per il paese di Le Lavandou che tanto era loro piaciuto, Bruno fu contento di sapere che Anna non la voleva una casa dove per averla ci si doveva augurare la morte di un vecchio. – E se la moglie in ospedale resta viva? Che faremo? – stava chiedendo. – Allora, ci pensiamo? – disse lui. – No, no. È troppo umida – rispose lei. Fu allora che lui si rese conto all’improvviso del perché non volesse perderla, quell’Anna.


sta in: www.unioneinquiliniroma.it



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