Metamorphosis

Uno scarafaggio gigantesco

Ma che noia, che pesantezza questa idea che (il terreno del) classico sia: “la lentezza, la pazienza, la rilettura (…): tutti valori arcaici, legati a un sentire proprio delle culture agricole, pastorali o artigiane, nutrite di un sentimento profondo dei cicli naturali, dei lavori stagionali, dei gesti della semina e della tessitura, della pesca e del raccolto”.
Ma che cos’è un classico, un ufficio di collocamento?

“Se ti sforzerai di capire agropastoralmente te’, capirai questo”.

“Se non ti sottometterai ai tempi dei ‘lavori stagionali’, ahi ahi, rinuncia!”?

Il rispetto dei Tempi.

Dico: anche politicamente è idea vetusta quanto reazionaria. E poi, perché non partiamo dai singoli classici (dai loro corpi, che sono diversi), invece che dalle Idee, dal Tempo, per decidere che cosa un classico sia?
Prendiamo La Metamorfosi: questo libro meraviglioso, fra i meravigliosi.

Un classico, non si potrebbe definire forse, al contrario che quello che l’agropecuniario ci prescrive, proprio come: il libro che (ad)in ogni epoca abbia qualcosa da dire, che a ciascuno di noi abbia di che raccontare, che noi si sia capaci o meno di entrare nei tempi (larghi, stretti?) di un pescatore, o di un lavoratore del tessile? Un uomo che, dalla sera alla mattina, sente (lo percepisce: che sia vero o no, non ha importanza) di essersi trasformato in un insetto, non ha bisogno di semina, raccolti, tessiture e mungiture per parlarci.

La sua angoscia la possiamo capire anche noi. Noi, che non vogliamo stare dietro al Tempo (della Semina, e dei Raccolti), e che anzi ne abbiamo diffidenza (se non proprio paura). L’angoscia di chi un mattino vive se stesso come un gigantesco scarafaggio, la possiamo capire tutti, e tutte. E, quel che è incredibile, anche a età diverse.

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