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Una desolata, profonda, ammirazione

Il 28 marzo sono 71 anni che è morta.
Avremmo amato tutte così tanto da ragazze Virginia Woolf, se non fosse stata lesbica, psicotica e suicida? Non sto dicendo che non sia una fra le più grandi scrittrici occidentali, ma un’altra cosa, che cerco di spiegare. Virginia Woolf amava moltissimo Cechov, amava moltissimo la letteratura russa. Molti scrittori (e anche molti politici, ma di questo ne parlo un’altra volta) occidentali si sono infatuati per la letteratura russa. Diciamo che, da un certo punto di vista, questa infatuazione per la letteratura russa, per l’Occidente è stata una piaga. Precisamente, ciò che letteralmente faceva perdere la testa a lei, erano frasi tipo, “Imparate ad avvicinarvi al popolo. (…) Ma che questa simpatia non scaturisca dalla mente – perché nella mente è facile – ma dal cuore, dal vostro amore verso di loro”. Diciamo che anche altri scrittori hanno avuto la fissa per questo tipo di atteggiamento degli scrittori russi, ma con esiti diversi. Prendiamo per esempio, Salinger. Molti di voi si ricorderanno il racconto contenuto in, “Franny e Zooey.”. In quella storia ci sono due ragazzi, Franny e Lane. Si incontrano in un ristorante. Franny che è una ragazza sta leggendo Il viaggio del pellegrino, un concentrato di infatuazione per la letteratura russa. Questa narrazione è straordinaria, perché Salinger è capace di descrivere con molta efficacia come Lane, il ragazzo del racconto sia uno un po’ ottuso, uno assolutamente incapace di avere a che fare con persone della sensibilità di Franny. Ma ci fa anche vedere come sia oggettivamente complicato per un ottuso, cercare di capire cosa si nasconda nella testa di una ventenne americana infatuata di romanzi russi. L’efficacia narrativa di Salinger sta nell’essere assolutamente al di sopra delle parti, con una lieve simpatia in più per lei. Il respiro di quel racconto, la sua anima, stanno nella descrizione che Salinger sa fare degli egoismi di lui, delle sue incapacità di capire le sfumature della vita, così come dell’eccessiva sensibilità di lei, dei suoi occhi troppo grandi su un mondo che umanamente tende al basso, invece che all’alto come lei si aspetta. Che cosa c’entra questo con Virginia Woolf? Virginia, come romanziera – e lo sottolineo, come romanziera – è spesso Franny. Lo è perché ci sono volte in cui non riesce ad avere coi suoi personaggi la durezza, e a volte la crudeltà che uno come Salinger (o come la Compton Burnett) invece riesce ad avere. Credo che il personaggio più riuscito di lei sia Mrs Dalloway. Lo è perché la Woolf descrive in lei e attraverso di lei proprio questa incapacità. Mrs Dalloway esce da casa per andare a comprare i fiori, nella lunga giornata che costituisce il romanzo, e non regge la visione di Septimus, un veterano della prima guerra mondiale che dalla guerra ne è uscito un po’ toccato. Septimus è rimasto toccato perché ha visto il suo migliore amico morire davanti a lui, in quella guerra. Quando Mrs Dalloway lo incontra per strada, non solo si angoscia, ma prova un male che è fisico. E però, Virginia (Virginia Woolf nella vita reale, voglio dire) si sforza, col ragionamento, di illustrarci cosa le faccia così male.
La capacità di Woolf di tener testa al suo dolore, di trasformarlo in studio, attività politica, è ciò che la rende unica. Non si nega quasi niente, Virginia. Prova a viaggiare. Prova ad avere relazioni con le donne. Prova a pregare. Forse, Virginia, che conosceva le byliny (canti eroici del popolo russo) si identificava in una eroina di quelle, ogni tanto. Ma non è capitato qualche volta anche a noi, da giovani, dopo aver letto Dostoevskij, o Agnes Heller, di sentirci una di quelle pensatrici il cui impegno nei confronti dell’umanità sofferente dovesse essere costitutivo della e per tutta l’esistenza?
Per tutta la vita Virginia, che appartiene alla schiera delle combattenti, ha fatto a botte con la sua tristezza. “Non ce la faccio più”, scrive nell’ultimo biglietto al marito, per giustificare ciò che sta per fare. Ha letto, ha scritto, ha viaggiato. Sulle origini e le motivazioni del suo dolore, gli studiosi e le studiose della sua opera si sono concentrati molto. Qualcuno, dice fosse una pena derivante dall’aver subito da ragazza molestie da parte dei fratellastri. Qualche altro sostiene che Virginia non sopportasse il modo in cui i capitalisti e i loro amici guerrafondai avevano organizzato le cose in Europa, a quell’epoca. Le eccessive differenze di classe, le guerre, tutte quelle morti inutili, la violenza sulle donne, sui bambini, l’avrebbero prima tremendamente addolorata, e poi uccisa. Forse, semplicemente, ci sono dolori cui non è possibile trovare un’origine.
Certo è che Virginia ha scritto cose fondamentali per la storia dell’umanità. Notate bene, non ho detto per la storia delle donne. Virginia Woolf è una grande teorica, e una politica. Ha detto, riguardo al fare politica, cose fondamentali, basilari. La politica per lei “è l’uso politico del linguaggio”: il tema, come si sa, è troppo complicato per essere risolto in una frase. Nessuno ha colto come lei il nesso fra il “partire da sé” e la forza che, dalla consapevolezza individuale, può derivare a un intero movimento. Se la amiamo così tanto è perché non si è mai tirata indietro, davanti a nulla, e proprio come quelle compagne di classe che ricordiamo sensibili e brillanti ma che sono finite male, per Virginia, intellettuale e scrittrice, proviamo un amore diverso, una desolata profonda ammirazione.

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