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Un “piccolo Gramsci”. Come risolve un fatto del Terrore del ’77, un uomo dotato di immaginazione.

LIGHT AND TRUTH IN ROTHKO CHAPEL


Uno dei motivi per cui Quando cresci in un piccolo paese mi piace più di altre cose che ho scritto è che mette assieme (in un modo che non sempre mi riesce, o mi è riuscito) alcune delle passioni fondamentali della mia esistenza. Tra queste, c’è quella per la politica, che qui riprendo (“un piccolo Gramsci” dice Livio, che ne è il protagonista, gli sarebbe piaciuto essere), ed è di questa che  parlerò.
Nel brano che sto per riportare, (siamo nel 1992) Livio sta parlando al telefono con una sua amica, una con cui ha avuto una storia tempo prima. Si chiama Roberta, ha dieci anni più di lei (Livio ne ha una trentina), come lui è appassionata alla politica, che ha praticato da ragazza. Livio la subisce un po’. Lei è preparata, colta, psicologicamente decisa, ferma. Livio, quando parla con lei, si sente sempre un po’ inadeguato. Roberta, stando alla cronologia ha vissuto il sessantotto, uno dei miti di Livio:

 
“Comunque ieri, quando ho sentito che al telefono era Roberta, sono stato contento di aver risposto. L’ultima volta che le avevo parlato per telefono era stato qualche giorno dopo Capodanno. Direi che ci sentiamo spesso, se si considera che ci siamo lasciati, litigando, un anno fa. Le ho subito ricordato questa cazzo di storia della casa. L’ho fatto perché lei è contenta di parlare di ‘problemi sociali’. Da quando la conosco è sempre stata convinta che tutti potrebbero vivere meglio, se solo fossero meno stupidi.  Tutti, ‘la gente’ voglio dire. E’ per questo che sono così contento di parlarle. Ha dieci anni più di me ed ha fatto tante cose.  Mi piaceva, quando stavamo assieme, fare la parte di quello responsabile.
Un “piccolo Gramsci”. Ecco come mi sono immaginato per tanto tempo, di fianco a lei. Un piccolo intellettuale di provincia che, assieme alla donna che ama, diventa grande.
Solo che non ho mai avuto il tempo di studiare, con questa storia del figlio. Ci siamo lasciati perché lei, spesso è isterica.
Ho cominciato a scherzare con la storia dell’equo canone. Mi sono messo a complimentarmi con me stesso per l’eroismo che dimostro di avere.
“Ogni casa un processo…”, ho detto.
E’ chiaro che mi stavo prendendo in giro da solo. Le ho detto che fra un po’ mi avrebbero messo il timbro sulla fronte, come la stella dei giudei.
“E’ la seconda volta!” ho fatto, riferito all’equo canone.
“Ma l’altra volta mica l’hai fatto…”, ha precisato lei.
“Come?”
“Hai conciliato e te la sei beccata in culo! Ti sei cacato sotto!” ha insistito ridendo.
“E’ vero. Me lo dimentico sempre…”
“E fai male a dimenticartelo…”
“Che? Fai, l’ironica? Io ci ero andato davanti al giudice per farlo…”
“Se non avessi conciliato non ti potrebbe sbattere fuori così presto”
“Ma tanto volevo cambiare casa…non mi piace questa zona!”
“Però ti avrebbe restituito i soldi. E poi adesso avresti più tempo per cercare e pure più garanzie…”
“Che me lo dici a fare? Non posso farci più niente adesso…”
“Che hai, sei nervoso?” 
“E’ che ho sonno! E comunque, a me non dispiace mica d’andarmene…”
Lei stava zitta.
“…l’ho promesso al giudice che me ne sarei andato, e lo devo fare…”
Continuava a non parlare. 
“Non mi va di fare il furbo. Adesso cerco un’altra casa, e poi faccio ancora l’equo canone…”
“E poi ‘faccio’ devi dire, non ‘faccio ancora’…è la prima volta…”
Mi ha corretto.
“E poi faccio… va bene…” Stavamo zitti tutti e due.
“Peccato perché nel ’78 lo stato in Italia pensava di più a proteggere le persone come noi…” M’è scappato, tanto per dire qualcosa. Volentieri avrei chiuso e mi sarei messo a dormire, ma mi sembrava scortese, come cosa. E poi, non è che volessi dire che lo stato, nel ’78 fosse più docile nei confronti della disubbidienza. Non ci pensavo neanche. Anche perché me lo ricordo pure io il Pci di quegli anni, che era al potere e avrebbe potuto fare qualcosa per noi, per quelli come me e Roberta e invece proprio loro, quelli del Pci hanno cominciato a essere più duri e rigidi e a chiedere per noi estremisti punizioni e chiusure.
Quello che volevo far capire a Roberta, però, era il fatto che allora c’era una base, molta più gente disposta a battersi per ottenere delle cose, però avevo sonno. E’ per questo che ho cominciato a dire le solite scemenze. Le cose che si dicono sempre quando si affrontano questi discorsi. Luoghi comuni, fesserie. 
“L’occupazione delle case… la battaglia per l’aborto… le malattie mentali…”. Mi stava scoppiando la testa. Ho inghiottito un po’ di saliva. Mi era rimasto tutto sullo stomaco. 
“… Insomma…” volevo concludere, “c’era una mentalità tale per cui la gente scendeva in piazza, almeno…”
E’ stato lì che mi ha interrotto. Prendendo quell’aria saputa che usa sempre quando parla di politica ha cominciato a sparare a raffica.
“Guarda che quella dell’equo canone è una legge del cazzo!” ha gridato.
“Va bene…” ho risposto io.
“Cioè, scusa, fatta male…” si è corretta. Poi come mia moglie si è lanciata in un’invettiva contro “quei politici di merda” e contro “le speculazioni nelle case del centro” senza ricordarsi che i “principi” e lo ripeto, i principi della legge dell’equo canone, sono buoni. 
“Che schifo!”, ha detto. Io mi sono innervosito. E’ che non volevo litigare. Non con lei. E’ l’unica con cui parlo bene, isteria a parte.
“Non devi insultarla!” ho cominciato a dirmi, “Fai vedere che sei diventato grande, che sei un uomo maturo, adesso! Sii un po’ opportunista! Dì di sì! Dille sempre di sì! Non mollare, Livio! Guarda che potresti averne bisogno! Ricordati che sei solo! Ti demoralizzeresti ancora di più, dopo, se la trattassi male! Livio, pensa ad altro! Si, ma a che?”
FIORE DI MELA.”


     FOTOGRAMMA DA L’ISOLA DI ARTURO DI D.DAMIANI 



(La cifra che preferisco nei romanzi, è quella del realismo lirico. Il motivo per cui, dopo tanti anni, non ho mai spesso di amare Morante e Gadda, Landolfi e De Feo, Brancati e Ginzburg, fra gli italiani, così come Boll o Handke fra i tedeschi, o, per passare agli antesignani, Gogol e (uno dei cui figli è Dostoevskij, con quel misto di dramma e commedia, degli ultimi romanzi) Flaubert, Proust e Woolf, o Joyce, è che li identifico con essa pratica.

Nel realismo lirico, per come lo intendo, l’elemento realistico, (diciamo da “vita vissuta”, e non importa che sia o no la mia), e l’ elemento fantastico, dell’immaginazione, o, per dirlo in altra maniera, mitico, convivono. E non possono fare a meno uno dell’altro.
Chiediamoci solo per un attimo se sia possibile immaginare I demoni di Dostoevskij, o L’isola di Arturo di Morante privati di questa connessione, questa unione, quasi la dovremmo chiamare.
Ciò che caratterizza il personaggio di Quando cresci in un piccolo paese, Livio, non è tanto, il fatto che appartenga a una generazione che si presentava al ’77 in fase postadolescenziale. Questa generazione, quella cosiddetta del ’77 è, prima di tutto, quella che negli anni del ’68, nell’infanzia, e con tutto quello quindi che di favolistico e di mitico, si può inventare a quell’età, ascoltava, e non solo dalla voce umana, una grande storia di liberazione: una storia di uguaglianza e di libertà; la richiesta della libera espressione di desideri e bisogni. E, per la prima volta, la voce delle madri e dei padri si univa a quella, ben più potente, del mezzo televisivo, oltre che fotografico.
Era una guerra. 
Immagini di ragazzi che correvano per strada, si univano a foto di cortei, ragazze fotografate in minigonna esprimevano la loro non rassegnazione in modo diretto, e senza filtri. E parlavano, in prima persona, anche se non dal vero. Ai ragazzini non restava che confrontare le foto con le parole dei padri e delle madri.
Ecco quindi Livio.  Un uomo che è si a favore dell’uguaglianza, della giustizia sociale, uno che ha ribaltato la prospettiva paterna, per cui erano la prosperità, l’ascesa sociale e la famiglia (e non importa quanto di falso e di ipocrita ci fosse dietro queste due parole) i valori da portare avanti, ma soprattutto un uomo cresciuto e coltivato all’ombra del mito. Per Livio, il ’68 è stata un’epoca di guerre, e i suoi rappresentanti sono degli eroi, nello stesso modo in cui Ettore, Achille, il Commissario Ingravallo,  o Arturo (dell’isola di Arturo) lo sono. 
Ma dopo venti anni, di quei sogni, cosa resta? Gli anni 90 si aprono con la caduta del Muro di Berlino. Sono gli anni che in Italia vengono chiamati come gli anni di Tangentopoli. Ai sogni di libertà sono seguite le disillusione. E il sogno, se non praticato, si trasforma in disadattamento.
Livio, quindi, prima di tutto come un disadattato. Uno, la cui unica relazione vitale, sentita, importante, viva è quella con il figlio Lorenzo, di cui si considera – se non a livello di testa, di sentimenti – un pari. 
Se, no – se non si considerasse tale – come può, lo scoppio di una bomba, essere un avvenimento se non felice, in qualche modo, esaltante, come invece per lui è? 
Ma gli è che lo scoppio della bomba, come potrete leggere, nel racconto che l’adulto Livio fa al bambino Lorenzo, diventa l’esplosione sì, di una bomba, ma d’acqua. Si rivela cioè, la storia null’altro che un pretesto, un’occasione di divertimento, un modo, per l’uomo, di continuare a vivere.
Solo chi abbia una relazione con la realtà in cui è il mito a prevalere sul resto,  può prendere a prestito il nome di un biscotto (il Fior di Mela, esito del lavoro di marketing di una famosa casa produttrice italiana di biscotti e pasta) e farlo diventare sinonimo di violenza, cronaca quotidiana, una bomba addirittura. Sarà il contatto con l’infanzia, a trasformare, in un ennesimo (salvifico) passaggio, la durezza dell’esistenza in gioco, favola, e a rivelarlo quel passaggio. 
La bomba è solo una bomba d’acqua. Chi spara, non è altri che un atleta, un eroe, come tanti, dello sport. Vediamo.)

“Mi è comparsa la faccia di Lorenzo. La faccia di Lorenzo quando non sa che pesci prendere. “Fiore di Mela!”, ho ripetuto fra me e me.

“Fiore di Mela! Fiore di Mela! Scoppia bomba, scoppia bomba, BUM!
Ecco come facciamo Lorenzo e io, quando non sappiamo come risolvere le avventure del nostro amico e abbiamo bisogno di trovare una soluzione. E nella mia testa, BUM! scoppiata la bomba, era (“…una legge fatta male, perché demagogica… a uso e consumo dei politicanti corrotti…nessuna possibilità di controllo al di fuori dell’istituzione… il centro di Roma….volgari speculatori…”) la voce di Roberta che continuava, in sottofondo. Devo essermi addormentato appresso a Fiore di Mela e alla logorrea di Roberta. Poco, però. Perché la voce di lei che mi chiedeva come le stesse il cappello, l’ho sentita quasi subito. Il tempo di vedere che, nel sogno, quel tipo mitico, quello che nel ’78, per le vie di Milano spara al brigadiere Custrà, sono proprio io.
Proprio io, in quella foto diffusa da tutti i giornali. C’è la mia faccia riprodotta in tutte le dimensioni, e sono proprio io, nella foto, e mi sento cattivo. Sì, cattivo, emozionato e felice tutto assieme. Eccomi, col passamontagna calato giù sulla fronte fino agli occhi, il corpo solido e le gambe toniche che tengo piegate. E sento caldo. Un cazzo di grande caldo tutto addosso.
Il caldo ce l’avevo nel sogno, ma anche nella realtà, perché non m’ero mica spogliato ed ero rimasto seduto sul divano con addosso il giubbotto di pelle e la sciarpa attorno al collo.
“Ecco come sparavano, le mani dritte in avanti e le spalle in fuori, proprio come nei film d’azione…”
Mi sono alzato in piedi. 
“Secondo te come starei io col basco alla Che Guevara?”
“Bene, credo…”, ho risposto, la bocca impastata. Con la cornetta tenuta ferma sulla spalla ho cercato di togliermi il giubbotto. 
“Non sarò troppo vecchia?”
“Ma no, che stai bene”, ho detto. 
“Ma che hai?”
“Ti ho detto che sono stanco…”
“Va be’”, ha fatto lei, “volevo chiederti di venire da me, ma visto che sei stanco…”
“Ci sentiamo più tardi…”, ho detto, e ho chiuso.
Io non dormo mai il pomeriggio, e mi sembrava un grosso privilegio, poterlo fare. Ho appoggiato il telefono per terra e mi sono sdraiato sul divano letto. Le braccia strette attorno al petto, che mi conciliano il sonno, forse perché mi aiutano a digerire. Mi sono addormentato di nuovo”.       



  


 
 
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