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Tutto quell’amore

Gliel’aveva detto tanto volte, che odiava fare le torte. Così come gli aveva detto che odiava andare al mercato, preparare le marmellate, cucinare, ricamare, preparare il pollo, le polpette, i gelati fatti in casa. Gliel’aveva detto così tante volte in tre anni che ormai ci aveva fatto l’abitudine. E non si lamentava più del fatto che lui continuasse a proporgliele. Non era mai stata una donna analitica, profonda. Le piaceva fare quello che le andava, senza starci troppo a pensare, a riflettere. Era così anche da piccola. Le vennero in mente “I miei Genitori Qualsiasi…”, si disse. Li rivide, in una di quelle vacanze qualsiasi che avevano fatto, quando lei era piccola. “Coi miei fratelli Qualsiasi…”. Nella foto che le aveva fatto il padre, e che ancora teneva, c’era lei coi capelli tagliati corti che leggeva un fumetto. Tutti gli altri guardavano l’obiettivo, o comunque sorridevano, a lei sola non importava.
«Ehi, Erika non fare la strafottente!» le diceva suo padre. E così Klaus. Per quello la mattina in cui le chiese «Hai voglia di fare la torta di pane?», si disse basta, che avrebbe preso la sua roba e se ne sarebbe andata. Lasciò sul tavolo la tazza di caffè e si alzò. Klaus era uscito da poco. Ferma davanti alla porta della camera da letto, pensò qualche secondo. Pensava a lui che, fra poco, lì al lavoro, si sarebbe seduto alla scrivania, in quell’attività che non gli piaceva e che pure faceva con impegno. Era così. Era fatto così. Era come quei gatti che ti portano in regalo il cadavere delle lucertole. Come quei cani che ti portano l’assorbente pescato dal bidone dell’immondizia e pensano che tu debba essere contenta. Gli aveva gridato, «Non voglio fare la torta di pane!»
«Perché?»
Era diventata una battuta, un modo di scherzare quando c’erano gli amici, «A Erika non piace stare in cucina!»
«Non le piace? Ma perché? È cosi divertente, e io cucino benissimo!», quasi sempre a dirlo erano le mogli, ma spesso ci si mettevano i mariti.
«A me riescono bene le paste!».
A lei piaceva uscire.
«Le piace andare al bar!» raccontava lui. Le piaceva chiacchierare con i padroni dei cani, girovagare per la periferia dove abitavano, prendere l’autobus per il centro, andare al cinema.
«Ti va se facciamo il riso? Che cosa vuoi mangiare? Che cosa cucino?», le chiedeva. Pensò ancora a lui. Se lo immaginò sorridente coi colleghi. Però ogni tanto anche si arrabbiava. Non come lei, che dava sempre poca confidenza, e quindi non litigava quasi mai.«Sei fredda, pensi solo a te stessa… per questo non discuti, non ti interessa! Chi ti credi di essere?» diceva lui. Erika ci pensò, “Sarà seduto alla sua scrivania, forse da solo e triste, pensando a me come a una donna mai contenta…”.
Una volta, durante una discussione, lei gliel’aveva detto che sarebbe andata via, tornata nella Città Qualsiasi di quel Qualsiasi Occidente dove entrambi vivevano. «Non va mai bene niente, di quello che faccio.»
Lui non aveva risposto. Erika se lo disse. Forse lui viveva la maggior parte delle sue attività come vere e proprie occupazioni di campo. A parte il cane, forse lui pensava che quello che a lei piaceva fosse attributo di uomini, passioni di ragazzi, cose non per lei. Ripensò a quello che le diceva più spesso, quando litigavano: «Pensi solo a te stessa!». Il tutto era riferito oltre che alla sua passione per il servizio del bar e alla sua scarsa propensione per la cucina e il cucinare, al tablet. Ed era vero. Appena poteva, Erika non smetteva di guardarlo. Ci armeggiava. Lo faceva quando era da sola, o, a volte mentre c’era gente, e, cosa che lui davvero non sopportava, mentre lui cucinava. Sarebbe andata via. Legò il cane al guinzaglio, lo trascinò per un pezzetto nel corridoio, udì le unghie di lui che facevano quel rumore, come di metallo incrinato. Lo lasciò. Andò in camera. Mise la roba da vestire alla rinfusa in un borsone, corse in bagno, tirò giù lo spazzolino, il dentrificio, riempì il beauty, tornò in camera.
La libreria che Klaus aveva fatto le si parò di fianco. Era piena di romanzi. Eccoli. Anna Karenina che leggeva tutti gli anni, Cheever, Gli Wapshot, Alba de Cespedes, Il rimorso…Alberto Moravia, Mario Soldati, Salinger, Rebecca West, Peter Handke… a lei dava sempre quel medesimo piacere fisico il guardarli. Passò e toc. Henry Miller andò per terra. Lo spostamento d’aria prodotto dal passaggio della giacca di lei, lo aveva fatto cadere. Lo raccolse. Si sedette sul letto. Lo aprì. Nei Giorni tranquilli di Clichy c’era raccontata la storia di un uomo, lui, Henry, così tanto innamorato di questa donna.Vi si parlava della sua volontà di andare alla deriva in giornate di passione. C’era un uomo che amava così tanto una donna da esserne stordito.Quanti libri aveva letto che narravano la medesima, trita ma piacevole storia? Quante volte aveva desiderato, come tutti, di essere protagonista di una storia così? E non l’amava forse Klaus? Quante volte le aveva chiesto di diventare tutto per lui? Non faceva forse parte di quel medesimo progetto il suo volerla vedere sempre di fianco a lui, mai assente? Qualsiasi cosa avesse fatto, in qualsivoglia modo avesse deciso, non era stata forse lei ad augurarsi tutto quell’amore?
(racconto uscito qui )
 
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