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Tutte le Blondie di C.Oates

Nel suo bel romanzo «Blonde», che racconta (in modo arbitrario e personale; ma con Norma Jeane, non è così per tutti?) la vita di Marilyn Monroe (Bompiani, tr. di S.C. Perroni), la bravissima Oates (scrittrice americana, nata nel 1938, e mai abbastanza apprezzata) coglie un punto non solo dell’esistenza di Norma Jeane, ma della vita e dell’esistenza di qualsiasi essere umano. Il punto è questo: a fare di ogni donna una possibile vittima non è l’appetibilità del suo corpo, né tanto meno la sua volontà di essere sedotta, ma il fatto di non riuscire a prendere parola, di non riuscire a narrarsi. E sì: neanche la (supposta) cattiveria, o la violenza degli uomini potranno nulla, laddove una donna riesca a diventare l’autrice della propria storia, colei che la narra. Nulla ridurrà una donna a «oggetto», laddove essa sia in grado di farvi fronte, di essere ciò che si chiama il soggetto narrante. 

Il meccanismo – descritto con particolare maestria da Oates – è narrato attraverso una serie di esempi (quasi un Vangelo, una serie di parabole sull’esistenza femminile, serie  cui non mancano il fenomeno delle mestruazioni, né quello delle molestie) presi dalla biografia della famosa attrice, Marylin Monroe.

Ce n’è uno in cui la tesi è particolarmente evidente: Norma Jeane, uscita dall’orfanotrofio in cui ha vissuto dopo la morte (civile, dopo che la rinchiudono in un manicomio) della madre, va a vivere con una coppia di trentenni. Tempo qualche mese, e la mandano via. Ma il problema non è questo. Il problema è che Norma Jeane non si accorge del reale motivo per cui dispongano di lei. E sarà questa inconsapevolezza, per tutta la vita, a dannarla.

Vediamo un po’ meglio. Norma viene accolta in casa da Elsie e Warren Pirrig. I due appaiono precocemente invecchiati, e la accolgono in casa perché a quell’epoca (ma non ci stiamo ritornando?) a prendersi in casa un’orfana ci si guadagnava qualche soldo.

Elsie è pratica e diffidente, ma al fondo affezionata a Norma Jeane che viene descritta come una ragazzina gentile e affettuosa. Lui, Warren è un grande lavoratore, di quelli che non ti guardano in faccia quando parlano, e poco interessato alle donne. E però: da un certo punto del romanzo lei, Elsie, non potrà resistere alla gelosia nei confronti del corpo di Jeane. Non vuole cedere al suo istinto, non vuole diventare una impicciona, ma non riesce: frugherà fra le carte e le poesie ingenue della ragazza, controllerà ogni sguardo dell’uomo (è convinta che lui ne sia preso), prima di decidere di allontanare la ragazzina, organizzandole un matrimonio. Il tutto nell’assoluta inconsapevolezza della stessa.

Certo, poi sarà grazie a questo, (al meccanismo di rifiuto e di contemporaneo desiderio che il suo corpo produce, ovunque vada) che la futura Marylin dovrà decidersi a lavorare, a fare a meno degli altri (delle altre), e a diventare la Monroe.

Certo, il meccanismo – che lascia venire a galla “desideri e sospetti”- è quello cui Norma Jeane mai, durante la sua vita, riuscirà a far fronte. Ed è lo stesso che produrrà uno dei più grandi personaggi dell’epoca contemporanea: un’attrice strepitosa cioè, ma anche una delle «vittime» per eccellenza. Marylin, vittima infatti è non solo dello star system, ma anche della famiglia, della relazione uomo-donna, come del potere politico, della relazione donna-donna, come di quella madre-figlia.

Un diagramma che Oates descrive con grande maestria, quello della mancata consapevolezza, così che, durante la lettura ti trovi più di una volta, a pensare: «Se solo Marylin su quel diario nel quale ricopiava le poesie, le cantilene ingenue, avesse narrato che cosa le stava capitando…se solo Marylin, quella volta si fosse accorta che…se solo avesse detto…fatto…pensato».

Chissà se, molto di quel che successe, non avrebbe preso un altro corso, ti dici. Certo, poi pensi, non è che coi se, che si fa la storia. E in più, in questo caso, la domanda che viene da farsi è: «Rinunciare al mito Marylin Monroe? Possibile? Saremmo davvero contenti e contente? O non abbiamo, invece di Marylin Monroe, della vittima Monroe, tutti e tutte un po’ bisogno?».
Perché è certo che, se la simpatica, bella e generosa attrice avesse avuto più capacità di mettere in prosa (conservare, descrivere) sé stessa, noi non avremmo film e racconti e leggende e soprattutto non avremmo lei, così come è, nel nostro immaginario, come nei nostri DVD.
Il «meccanismo attraverso cui si diventa una vittima»: ecco cosa ci regala, attraverso il suo bellissimo romanzo, Joyce Carol Oates. Un meccanismo che mi pare funzioni anche per la lettura di certo contemporaneo.

 

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