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Terzo romanzo: Disturbando famiglie felici


Brutte abitudini sentimentali e familiari
Angela Scarparo. Un romanzo sulla sindrome dei legami

Cristina Cossu, Stilos

Tra gli anni Sessanta e Settanta un fiume di pubblicazioni sommerge di critiche l’istituto della famiglia: La morte della famiglia (David Cooper), La famiglia che uccide (Morton Schatzman), La mamma cattiva (Carloni e Nobili) e infine il noto (o famigerato) manuale Contro la famiglia, che semina panico tra i benpensanti e costa al direttore di “Stampa alternativa” Marcello Barghini una condanna a diciotto mesi, senza benefici, nonché il sequestro di tutte le copie reperibili volume.
Ma la famiglia, non più chiusa e repressiva come ai tempi delle prime analisi sul suo ruolo storico, ormai lontana dalle invettive di Gide e dallo scandalo del suo “io vi odio famiglie”, resta ancora una delle più pericolose fabbriche di alienazione e psicosi, l’assassina del meraviglioso?
Angela Scarparo, con il suo ultimo romanzo,Disturbando famiglie felici, sembra risponderci che sì, nonostante l’evoluzione degli ultimi decenni, la famiglia continua a condizionarci, forzarci, violentarci.
In un albergo di montagna in attesa di essere inaugurato, l’Hotel delle donne, la Scarparo fa muovere i suoi personaggi, curiose e ben tratteggiate figure ognuna col suo piccolo dramma: Anna, la protagonista, bella e intelligente ma priva di risorse finanziarie; suo marito, Diego, ex-sessantottino, finto sinistrorso e succube della famiglia, causa prima delle sue crisi depressive, della sua aggressività e dei suoi vizi; Pina, l’assistente di Anna, libera da vincoli familiari, ma non dal peso delle aspettative genitoriali; Grazia, “l’architetta” eternamente innamorata di Diego ma mai ricambiata e Ester, sua assistente claudicante; Emilia, la domestica malfida; Davide, giovane tuttofare e infine Pinguina, “canina” misteriosa arrivata per caso nella vita della male assortita compagnia.
La location ricorda chiaramente Shining, uno dei più celebri romanzi di Stephen King dal quale è stato tratto il bel film di Kubrick, a cui la Scarparo pare evidentemente legata visto il titolo di un altro suo romanzo, Shining Valentina (1992). Ma, nonostante le coincidenze con l’opera kinghiana (l’albergo isolato in montagna, il marito pazzoide e guarda il caso, scrittore o presunto tale), quello della Scarparo non ne è certo il clone, quanto un romanzo che la assume come un pretesto, se è vero che sarà uno strano biglietto anonimo, con su scritto “Lo shining c’è!”, a scatenare tutta una serie di sospetti che faranno crollare le sicurezze della protagonista, facendola dubitare delle persone che la circondano.
A crollare sarà anche l’ormai debole torbido e stagnante sentimento che la lega al marito, vittima anch’egli degli altri e di se stesso, della pigrizia e dell’inettitudine, dell’autorità familiare a cui non sa e non vuole sottrarsi.
Disturbando famiglie felici è un romanzo d’intrattenimento, né noir né un libro di ispirazione post-femminista, come di recente è stato etichettato, ma piuttosto un utile strumento di riflessione sulle cattive abitudini sentimentali e familiari, sulla possibilità di cambiarle, di essere felici, liberi. Un libro spalancato su una domanda: chi disturba chi in questa storia? Ma soprattutto: esistono famiglie felici?


Candida Curzi, Ansa

Un noir che, occhieggiando a Shining di Kubrick e alle Otto donne ed un mistero di Ozon, racconta una ‘buona famiglia’ italiana. Il piccolo romanzo di Angela Scarparo, sceneggiatrice per il cinema, gia’ autrice di altri romanzi e animatrice di una rivista letteraria on line, conferma, ancora una volta, la vocazione neorealista del noir italiano ed europeo. Non ci sono cadaveri, né pistole, coltelli o veleno, ma la suspence prende il lettore sin dalle prime pagine. Siamo in un hotel di montagna, 50 chilometri al paese più vicino, ancora da inaugurare. E se non fosse sufficiente la location, il richiamo a Shining è in un biglietto che si trova in tasca Anna, la giovane moglie di Diego, rampollo della famiglia palazzinara degli Aurigemma. Lei quell’albergo l’ha fortemente voluto per ritagliarsi un ruolo suo, un lavoro che le dia una qualche autonomia dall’onnipresente, fagocitante famiglia. Con Anna e Diego, a controllare i nuovi arredi di stanze e saloni in vista della festa d’inaugurazione, ci sono Grazia, l’architetta, e la sua aiutante Ester, Pina, la segretaria di Anna, Emilia, la cuoca. Un gruppo che, assieme all’insegna fuori dell’albergo, Hotel delle donne, colloca subito Anna in quella generazione che in qualche modo ha attraversato il femminismo. Anche Diego si presenta sin dalle prime battute: rampollo di una famiglia arricchita troppo velocemente, piena di soldi, d’arroganza, di falsità, è perennemente oscillante tra depressione e accessi d’ira. Sono le altre attrici della commedia che devono un po’ alla volta disegnare la loro parte, farci capire con chi stanno, con Diego o con Anna? In un posto così, fuori stagione, è facile restare isolati ed è sufficiente una nevicata per dare al gruppo nell’interno tutto il tempo per dipanare sospetti, legami, retroscena. La scomparsa di due turiste tedesche nei dintorni sembra spostare l’attenzione dai misteri dell’Hotel delle donne, fuori, tra crepacci, baite abbandonate e boschi innevati. Ma anche le ricerche delle due disperse saranno un’altra occasione per mettere alla prova Anna, Diego, Pina, Grazia, Ester ed Emilia ed i legami tra loro.
Perché è così pericoloso aprire un hotel fra le nevi


Brunella Schisa, Il Venerdì di Repubblica

Una narrazione intimista? Un giallo al femminile? Un romanzo visionario? Semmai, le tre cose insieme: perché questa è la storia di Anna, che vuole aprire l’Hotel delle Donne fra le nevi, di suo marito Diego, che forse odia il mondo, o forse solo lei, delle sue amiche, di cuoche silenziose, suoceri crudeli, valanghe e salvataggi. Un non-noir scarmigliato, e orgogliosamente post-femminista.

Quanti fantasmi in quell’albergo
Piermario Fasanotti, Panorama

Si ha l’idea, con questo insolito noir, di stare in un palcoscenico teatrale. La vicenda si snoda in un lussuoso albergo di alta montagna, dove si muovono otto persone, il cui carattere si delinea a poco a poco con l’incalzare degli eventi. Uno di essi potrebbe ricordare il Jack Nicholson di Shining, film di Stanley Kubrick. Ma accanto ai personaggi ci sono i fantasmi dei ricordi. Ambiguità e sotterfugi del vivere. L’albergo rimanda l’apertura, ma non per colpa della bufera.

Sergio Palumbo, www.sepanet.it

“Mah. Troppe donne tutte assieme. Non può venirne niente di buono”. Con questa asserzione il proprietario del bar San Martino ci fa intuire che l’”Hotel delle donne”, tanto voluto da Anna Aurigemma, non avrà un futuro semplice. O addirittura non avrà un futuro?
E’ un thriller il libro della Scarparo? Un esemplare di noir italiano? O un romanzo vagamente introspettivo? O forse la storia di un amore difficile? E’ difficile dirlo, forse in Disturbando famiglie felici c’è tutto questo e anche un po’, forse molto, di più.
Quel che colpisce, più di ogni cosa, è la precisione e la naturalezza con cui la Scarparo delinea e contorna i caratteri dei singoli personaggi del libro. Ogni personaggio ha la sua specificità, il suo ruolo ed il suo carattere, spesso un carattere difficile, ma che non si riesce mai a sentire lontano da sé: ognuno ha un pezzo di noi, ed il suo malessere ci rende empatici. E poi c’è Pinguina, la cagnolina che Anna troverà a gironzolare per l’albergo e che sarà in grado di farle migliorare il morale col suo affetto e la sua fedeltà.
C’è un’aria molto pesante, nell’hotel delle donne. Torbida. Quasi inquietante. Le frasi ed anche i silenzi sono fardelli che ogni personaggio, ed in particolar modo la protagonista Anna, si portano dentro come macigni. Se fosse un film potremmo vedere degli sguardi tesi, persi dietro sospetti e dubbi. Ma quegli sguardi si intravedono anche tra le righe di Angela Scarparo, che riesce perfettamente a far immaginare scene glaciali, come la neve che continua a cadere sulla montagna e che rende difficile il salvataggio delle due donne tedesche disperse.
L’incomunicabilità tra le donne rivali, ma anche tra Anna ed il marito, fa sì che si possa tagliare a fette la tensione nell’aria. Per aspettare il primo vero dialogo tra Anna ed il marito bisogna attendere più di ottanta pagine. Per riuscire a capire cosa in realtà stesse accadendo in quell’albergo bisognerà aspettare le ultime pagine del libro. Solo in questa catarsi Anna riuscirà a capire chi c’è dietro e perchè. Chi muove i fili. Di chi è la regia.
E’ un libro molto profondo, che mette in luce le assurdità di certi pregiudizi fontati sulle distinzioni sociali, sulle superstizioni, ma anche lo squallore dell’invidia, della sete di denaro, del vendersi al miglior offerente.

Il redazionale

Un noir fatto di situazioni insolite e strampalate in un costante crescendo di suspense, Disturbando famiglie felici è costruito come fosse un palcoscenico teatrale, in un’atmosfera che ricorda 8 donne e un mistero, film di François Ozon;

il ritmo è tenuto sempre alto, in uno stile piacevole, scorrevole ed espressivo. Un albergo di lusso di alta montagna, non ancora inaugurato, è lo scenario dello sviluppo di un mistero, forse quello della vita, dell’ambiguità dei rapporti umani, dell’incastrarsi dei pensieri nella rete dei sotterfugi e dei segreti. Proprio quando tutti i preparativi sembravano portare verso l’imminente e attesa apertura dell’albergo, ecco che sorgono vari imprevisti, la tensione è alle stelle e si inizia ad avvertire il pericolo di non poter mai arrivare al fatidico giorno. Otto personaggi costretti da una bufera di neve in un albergo troppo freddo e troppo isolato dal mondo, otto personaggi in cerca di una ragione che sembra ormai perduta: una debuttante direttrice di albergo, un marito chiuso in sé, un’amica assistente al progetto, una architetto e la sua avvenente aiutante, un giovane manovale, una cuoca troppo silenziosa, un cane enigmatico sono prigionieri di un’insofferenza sempre più palpabile. Infine Diego, il marito di Anna, assume sempre più le fattezze di un Jack Nicholson inShining. In una situazione di evidente mutevolezza i personaggi gradualmente svelano un nuovo profilo. Sono soprattutto i fantasmi dei ricordi e dei rimpianti di una gioventù ormai persa che prendono forma nella mente di Anna. All’improvviso, il momento catartico: la notizia di due donne disperse da quelle parti scuote il gruppo e a poco a poco vengono a galla tutti i risvolti di una combutta contro l’apertura.


Incubi familiari
Maria Palazzesi, Leggendaria 52/53

La prima cosa che mi è piaciuta del libro di Angela Scarparo è stata il titolo: Disturbando famiglie felici. Pieno di senso e di promesse; un titolo da comprare per il piacere di averlo. E d’altronde il romanzo non delude le aspettative così sapientemente sollecitate: le famiglie felici sono disturbate. Forse proprio perché non sono affatto felici, non nascono felici, non mettono al mondo figli felici.
Ma andiamo con ordine. Disturbando famiglie felici è, anche, un noir e ha bisogno di essere gustato in quanto tale, senza essere costretto in sollecitazioni che ne rovinino il passo e la trama. La macchina narrativa, insomma, che è comoda ed elastica. Intanto perché ha un inizio e una fine. Ovvio, si potrebbe osservare, sbagliando. Infatti spesso libri di questo genere si costruiscono sul desiderio della sospensione. Tutto rimane sospeso. è la sospensione il tema, la trama, la struttura narrativa che sorregge il testo. Anche qui la sospensione c’è. Ma è uno degli elementi e non l’unico, è una delle strutture su cui si gioca, ma non l’unica. La narrazione prevede altro e si sussegue caricando su questo e su quello, facendo intervenire questo o quello, ma con un canovaccio che appunto si costruisce attraverso una descrizione di persone, fatti, situazioni, stati d’animo.
La storia insomma non è sospesa, si svolge, si snoda. E alla fine finisce. Certo con delle possibilità altre. Ma a partire da un tragitto compiuto e descritto che conferma il fatto stesso che la trama non è lesinata.
Da essa emergono una serie di persone. Innanzitutto una donna, Anna, la protagonista, con un marito padrone, Diego Aurigemma, figlio di genitori egoisti, non nato davvero, nato a metà se si preferisce, non nato cioè a una vita sociale ed emotiva autonoma. Figlio di troppo, come quello non nato da lui e Anna.
Anna ha anche delle amiche: Pina Paternò, assistente incontrata per caso grazie ad annunci su quotidiani, non per caso così cercata, e una libraia che si incontra poco ma c’è sempre proprio perché la carta la àncora ad un reale fatto anche di sogni, desideri, attese, trasformandola in punto di riferimento per gli altri, per Anna. Accanto a loro si incontrano delle persone: Grazia, l’architetta che architetta anche copioni di amoreggiamenti con Diego e altri; Ester l’aiuto dell’architetta, claudicante, meticolosa e controllora; Davide, ragazzo in veste di tuttofare; aiuta volenterosamente tutti e tutte, in ogni situazione e modo: a prendere misure, a riscaldare ambienti, corpi e cuori. Un efficace non protagonista.
C’è poi un’amica di altri, Emilia, donna sulla cinquantina venuta – meglio: portata – da Milano per occuparsi della cucina, delle vivande e di altro cibo ancora. E una canina chiamata Pinguina con delle padrone inesperte: due tedesche, madre e figlia, in cerca di guai.
E ci sono poi altri personaggi che si incontrano sul luogo. E c’è il luogo: alta montagna. Luogo bello, splendido, difficile anche. Addirittura minaccioso. Luogo in salita. E c’è nel luogo un luogo preciso, quello per cui si è venuti qui. Per cui Anna è venuta portandosi dietro la sua ciurma: l’Hotel delle Donne. Che è suo e non è suo. Che è suo ma con i soldi di altri: gli Aurigemma, suoceri ma soprattutto genitori del figlio di troppo Diego. La donna e la canina si alleano e per allearsi non hanno bisogno di inventare progetti che nascono perniciosamente costruiti senza interlocutori reali ma che semplicemente sommano beni esperienze umori. Loro interloquiscono e così trovano una strada e disturbano famiglie felici, anche lottando per salvare la vita, la loro e quella di altri. Perché “lo shining c’è”…
E così il libro adocchiato per il titolo si conferma “sfizioso”, si legge bene e piacevolmente. Scorre, con le sue titubanze lessicali e confusionerie o forse confuse costruzioni gergali. Perché il romanzo di Angela Scarparo ha un suo lessico che ripercorre trame narrative e composizioni grammaticali e periodiche discostandosene, credo volutamente. La descrizione avviene per dialoghi ed il “parlato” è lo strumento principale della narrativa dell’autrice. Sembra quasi di stare a teatro, anziché ” a romanzo”. O forse meglio ancora al cinema. Un romanzo molto “visivo”, quasi sbilanciato sull’immagine, che fa del lettore anche uno spettatore. Insomma un libro che si ascolta e si guarda, anche.
Come ogni romanziere credo che Angela Scarparo voglia dirci qualcosa attraverso questo suo costruire destini in spazi narrativi; forse, ad esempio, che si può esser costretti ad abitare finzioni per mancanza di spazi reali: un po’ quello che rischia di fare Anna inventandosi l’Hotel delle Donne. Un progetto non si fa per scappare ma per cercarsi, trovarsi. E così capita che un luogo pensato come d’arrivo si riveli punto di partenza, da cui andare via; da Grazia e da Diego, e da disturbate famiglie felici. Con Pinguina per amica.

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