IMG_20150909_113829

Sulle tracce della Fabbri Bonaccorsi (1930-1995)


“Marisela Fabbri Bonaccorsi, ecco chi avrei voluto come convalida di riferimento familiare. La mia scrittrice italiana, (vivente), preferita. La donna di ottima famiglia che in giovane età diventa comunista – “e comunista sono sempre rimasta” era una delle sue frasi preferite – e va a lavorare, ventenne, subito dopo la guerra, nella fabbrica del nonno, per diventare, qualche anno dopo, e sempre per sfida forse, o forse solo per estrema infelicità, vittima di una fatale dipendenza dall’alcool. Dipendenza che la costringerà, nel corso della sua non lunga vita, non solo a innumerevoli ricoveri, ma anche a una progressiva quanto crudele esclusione dalla società letteraria italiana. Anche fra i lettori dei suoi primi libri c’era chi pensava che Marisela Fabbri – l’autrice di Maritata per sbaglio, uscito alla fine degli anni cinquanta – fosse morta, in uno degli innumerevoli ricoveri nelle cliniche di lusso cui il marito periodicamente la spingeva e che venivano ampiamente documentati dai giornali popolari.
Quello che mi piaceva tanto di lei erano non solo gli insulti stratosferici che per tutta la vita aveva riservato alla sua classe di appartenenza, ma il fatto che, anche in vecchiaia continuasse  a testimoniare quotidianamente, attraverso la sua esistenza, il completo fallimento di quella classe. E che lo facesse spesso col sorriso sulle labbra.
Certo, lo so che era spesso sfatta di psicofarmaci, e che per questo sorrideva. A dimostrarlo bastavano le foto che circolavano di lei: la mostravano bianca, sudata e con la pelle lucida, così come era diventata. Tutto il contrario dell’immagine, la prima, che campeggiava sulla copertina di Mondo signora, uscito nel 1947: una ragazza bruna dalla pelle scura e setosa, i capelli corti e le belle labbra, ereditate dai suoi con la ricchezza.
Adesso era un’altra cosa. Non solo perché aveva la pancia che superava le tette e di molto, in ampiezza, e i capelli non solo bianchi, ma anche spesso sporchi. Era diversa anche come tipo umano. Lo era così tanto che mi chiesi se fossero la stessa persona. Mi rendo conto solo adesso, della banalità della domanda.
Non c’era niente in lei – nè gli occhi, i cui angoli pendevano adesso sui lati; nè il loro colore, che  si era diluito; non il mento, che faceva ormai tutt’uno col collo e che non esisteva più;  nè la forma della testa o del naso – che potesse farla identificare, a cinquantacinque anni, con la foto della timida, dolce, audace sosia di Audrey Hepburn che, negli anni in cui scrivevano Morante e De Cespedes, aveva scritto sulle donne e la loro condizione una serie di romanzi così profondi, da far dire a qualche giovane recensore e soprattutto recensrice : “si avverte la permanenza all’estero e soprattutto negli Stati Uniti della giovane autrice”.”

  •  
  •  
  •  

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *