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Storie moleste

 

 

Angela Scarparo è scrittrice, curatrice del sito ilpostodeilibri.it, ha pubblicato: Shining Valentina (Mondadori 1993), Quando cresci in un piccolo paese(Transeuropa 1995), Disturbando famiglie felici (peQuod, 2005), L’arte di comandare gli uomini (Manni 2008), ha curato l’antologia Romanzi del cambiamento (Avagliano), sta lavorando a Vita poetica di Elisa D.

È una femminista, indipendente e appassionata, anni fa passò coraggiosamente tra le forche caudine che spettano a chi denuncia e ne uscì più forte di prima. In questa conversazione affronta alcuni dei nodi centrali del femminismo:

Qual è la differenza fra molestia e libertà sessuale?

Una delle cose che trovo più tristi, e forse anche più interessanti di questa faccenda è che nella mia vita, come altre, e altri, credo, della mia generazione, ho sempre cercato di partire dalla “libertà”. “Cosa desidero?”, “Cosa desideri?”, “Cerchiamo di capire cosa davvero desideriamo”. Domande e affermazioni che, se ci penso, ritrovo in modo quasi comico, nella mia esistenza. Coi compagni, con le amiche, col figlio, con le sorelle. Le molestie, se sei d’accordo, le definirei a partire dal contrario.

Alla base di chi adotta un “comportamento molesto”, in generale, c’è l’idea che l’altra (l’altro), sia in qualche modo, assoggettabile al tuo desiderio. Anzi, che il tuo desiderio venga prima di tutto.

Non è detto che, per “tenere un comportamento molesto” si debba, per forza, “toccare”, il corpo dell’altra persona. Posso, per esempio, come datore di lavoro, aver visto solo in foto, una donna che lavori per me, e fargli capire che se non “uscirà a cena”, le cose potrebbero mettersi male.

Così, come, è “molesto”, il comportamento del direttore di supermercato che imponga “il pannolone” alle cassiere, per evitare che vadano troppe volte in bagno, a cambiarsi l’assorbente.

Penso, invece, d’altra parte, che non rientrino nei “comportamenti molesti”, tutte quelle pratiche sessuali, in cui, dei soggetti, liberamente, scelgano. Parlo anche di pratiche che possono suscitare (in chi ne venga a conoscenza) disgusto, ilarità, o terrore.

La molestia, può essere fatta sia da uomini che da donne?

Sono stati scritti romanzi e trattati, per esaltare la capacità dell’eroe (maschio, quasi sempre di razza bianca: pensiamo a tanti soggetti pittorici, o a protagonisti della letteratura), di sottomettere altri uomini, donne e pure le povere bestie. Partendo dal mito di (ne prendo uno a caso?) Ercole, “il buttafuori dell’Olimpo”, come è stato chiamato, fino a Henry de Montherlant, che in Pietà per le donne, ancora alla fine degli anni ’50, scrive: “Che cosa sarebbe la mia vita, senza il periodo passato in guerra? Sarei stato buono soltanto da bambino.”

C’è tutto un lavoro che va fatto, quindi, per fronteggiare le tante forme di violenza. Lavoro che non può consistere solo nell’escogitare il modo “più furbo” o “più corazzato” per evitare “di prendersi le manate sul culo in tram”. C’è anche quello. Ma è una battaglia culturale importante perché prevede revisione e analisi di tanti luoghi comuni (“l’uomo è forte, la donna fragile”; “l’uomo cacciatore, la donna preda”) che schiacciano soggetti e identità.

In pratica, tocca rileggere i romanzi più belli, cercando di capire il perché di certi ruoli. Ed è una battaglia portata avanti, e iniziata, storicamente, da donne. A volte con la complicità degli uomini, ma molto più spesso da sole.

Che fare, quindi, col “comportamento molesto” in autobus, nei luoghi affollati, quello che può capitare per caso, e una volta ogni tanto?

Penso che la donna, o il soggetto che la subisce, anche qui, abbiano il diritto di scegliere come comportarsi, cosa fare. Cosicché, se c’è, potrà esserci, quella che si fa una risata (senza dover, per questo, essere considerata una traditrice della “causa femminista”), trovo giusto che la donna che decida di sporgere denuncia non solo per molestie, ma anche, per esempio, per aggressione, non venga definita “esagerata’.

Il molestatore, l’aggressore, non deve sapere, quale sarà la reazione della persona cui mette le mani addosso. Sta agendo, o no, anche lui, nella più piena e totale libertà?

E quanto, dipende dall’ inconsapevolezza, o dalla sottomissione femminile, culturalmente e psicologicamente introiettata, il rischio a cui tante donne si sottopongono senza averne coscienza, arrivando, in alcuni casi, addirittura a mettere a rischio la propria incolumità o sanità mentale?

Credo che il fatto di “mettere la propria vita nelle mani di un uomo” appartenga a una modalità, a una “mistica”, molto diffuse in situazioni e culture in cui la donna è vista come un essere non solo “fragile” ma, soprattutto, da “proteggere”. Ce lo insegnano i romanzi, i film. L’altra faccia del protettore è, sempre, il torturatore. Così come, l’altra faccia della “donna angelicata” è la “seduttrice diabolica”. Pensiamo alle “varianti” de I Promessi Sposi, coi personaggi che tutti e tutte conosciamo. A Lucia fa da contrappeso la Monaca di Monza, e a Renzo, Don Rodrigo. Non è detto che i due aspetti non possano convivere, nello stesso uomo, o nella stessa donna. Dottor Jekyll e Mister Hyde, tante eroine della cinematografia contemporanea. Che fare, chiedi tu? Io direi che non dobbiamo, noi per prime, per primi, appiattire, come si dice “il soggetto su una sola identità”. Molte volte, non sempre, “l’identità” è una cosa passeggera, una sorta di maschera che la donna indossa, una veste ereditata, che può essere smessa. Non è che una, delle tante possibilità che abbiamo, di stare al mondo, quella della “donna fragile”. Smetterla di pensare alla “personalità”, come a qualcosa di immutabile nel tempo. Questo vale, naturalmente, anche per gli uomini.

Quanto ha pesato l’interruzione forzata e la pubblica messa all’indice del discorso femminista durante gli anni del berlusconismo?

Non che non ci siano state, voci di donne “contro”, negli anni di Berlusconi. Ma sono state vissute come “funzionali”, alla cosiddetta sinistra (ai “comunisti”, come li chiama Berlusconi), e questo è stato un loro limite. È, sempre, il limite che si corre, con lo schema, amico/nemico.

Questo errore corriamo il rischio di ripeterlo, oggi. Berlusconi ha “sdoganato” la misoginia, come si dice, ma, non è stato mica l’unico misogino. Ha solo confermato quello che era, (scusa, è!), il clima sociale ed emotivo del paese.

Non ha mai chiesto alle “donne” di tacere, anzi.

Se sei donna, la tua parola, sarà benvenuta, sì. Però devi essere funzionale all’ordine del discorso; oppure, stattene a casa.

Ho fiducia nella tecnologia, che ha modificato le possibilità di accesso alla presa di parola pubblica. Tecnologia, senza la quale è impossibile, anche solo pensare, a un fenomeno come il #metoo.

Negli anni in cui Berlusconi è stato al governo, vi è stata, più in generale, la ridefinizione di pratiche, soggettività e diritti che abbiamo, per molto tempo, dato per acquisiti. E tutto ciò, è avvenuto in modo molto sottile. Faccio un esempio: non è sparito il Ministero delle Pari Opportunità. Ma è stato riverniciato.

Non stiamo a discutere su quel che abbia, o non, abbia fatto Mara Carfagna. Ogni volta che Berlusconi si faceva fotografare con lei, di fatto ne sminuiva l’operato.

La parola “libertà”: da che era sinonimo di “autodeterminazione” è diventata, con Berlusconi, la possibilità di venire meno a codici di comportamento istituzionali e di scegliersi come “fenomeno folcloristico, da baraccone”.

In realtà, l’esigenza di chiamare la Merkel “culona”, di riderci sopra, così come di fare le corna, o di rivendicare le “cene eleganti”, si accompagnava alla richiesta di liberarsi dai “lacci e lacciuoli” dello Stato, di fare carne di porco di diritti fondamentali, di “assoggettare a sé” un intero paese, di egemonizzarlo. Cosa che, in parte, gli è pure riuscita. Altro che folclore!

In nome di questa “libertà” sono venuti fuori, e resistono, pratiche, parole, comportamenti, cosiddetti “nuovi”, ma che in realtà sono vecchissimi. Pensa alla parola “successo”. “Persona di successo”, è diventato sinonimo di “persona capace di distinguersi dalla massa”. E, poco importa, che la persona, dalla massa, si distingua perché capace, che ne so, di “spettacolarizzare” e di rendere, quindi, economicamente produttivo (di mettere a valore) un proprio tic nervoso, sessuale, o emotivo. Cosa c’è di, veramente, nuovo nel ritorno al mondo dei Freaks (mi riferisco al film di Tod Browning)?) E, soprattutto, nel loro “sfruttamento”?

Assieme alle nuove(vecchie) parole, sono tornati, negli anni ottanta, i nuovi(vecchi) comportamenti. “Vuoi avere successo? Il riflettore tutto per te? Paghi”. Fra le forme di pagamento più diffuse c’è, da sempre, lo scambio sessuale.

E così, le “Code di ragazze in fila, per partecipare alle cosiddette ‘cene eleganti’”. Le cose sono molto più sfumate, di quel che raccontano le cronache. Tutto un pezzo di società che fa della “cena elegante”, così come del “provino”, una opportunità di mettersi “a disposizione”, di “farsi molestare” in cambio di favori, prebende, assicurazioni. Mi ricordo di persone che dicevano: “Si fa così”, oppure, “Se non fai così, stai fuori”, dai giri, dai salotti.

Tutto questo non esclude, naturalmente, il fatto che ci sia, comunque, stata una forma di riflessione negli ambienti femministi: su questo, e su altro. Più privata, certo. Ma questo, secondo me, può anche non essere un male. Penso al lavoro che è stato fatto, a Roma, dalla Casa Internazionale delle Donne; alla Società delle Letterate, o a quella delle Storiche.

Alle decine e decine di associazioni, centri sociali, che, su tutto il territorio nazionale, si occupano di accoglienza, che lavorano con le migranti; molto spesso, troppo spesso, senza fondi, o con fondi totalmente insufficienti.

Qual è la differenza o il parallelismo, se non la indiretta conseguenza, tra violenza sessuale e violenza strutturale?

Una è a rilascio immediato, e l’altra è a rilascio lento. Non vanno mai negate. Anche perché: a che serve averne paura? Che risolvi?

Entrando nello specifico del mondo della cultura, quello universitario, letterario, giornalistico, che dovrebbe essere il più emancipato, perché sono così poche le voci che intervengono?

Tu dici che sono poche, le voci che si esprimono? Secondo me, stiamo messe, se possibile, peggio.

Esiste tutta una casistica. Tu assisti a delle vere e proprie scissioni di personalità. Per esempio: ci sono quelle e quelli che non negano il fenomeno. Però loro non l’hanno mai visto.

“La molestia? Esiste eccome. Ma non qui”. Come “Non qui?”, ma che sei scemo? Lavori nel cinema e non conosci registi che abbiano fatto finti provini? Lavori in università, e non sai di un professore che ci abbia provato con una studentessa?

Ci sono, poi, donne e uomini che sostengono si sia sempre fatto così. A queste e questi, viene da dire: “Tu, tesoro, avrai sempre fatto così. Allora, insisti, fai come ti pare, ma non negare alle altri, e alle altre, la possibilità di non vivere sotto ricatto”.

A proposito di “ricatto”, ci sono poi quelle e quelli che scusano “il molestatore”, accampando motivi di salute. Sembra un film di Monicelli. Quante volte sentiamo, abbiamo sentito giustificazioni del tipo: “E’ malato”. Be’, dico io, la questione è semplice. Se uno è malato, si facesse curare.

A questo devi aggiungere, ancora, il problema del “maschio latino”. Uomini che si proteggono fra loro, che usano un codice comune, in cui la donna è spesso vista come “preda”. Ancora? Uomini “maturi” che si considerano come una specie protetta, e che, dico io, a un certo punto, proprio in quanto specie protetta, si estingueranno. E intanto? Credo, come dicevo prima, sia fondamentale non appiattirsi, su una sola identità.

Cosa voglio dire? Molti, e molte, fanno dello spirito sull’argomento. “Te la prendi troppo”. “Posso toccare, o mi denunci?”. Se ci va, finché ci andrà, ridiamo con loro, alle battute pesanti, a quelle cretine. Finché ci andrà.

Lo sanno, che le cose stanno cambiando; che sono, in parte cambiate.

Al maschio latino, poi, fa da controparte la figura di “moglie-mamma italiana”. Preferisce mettere la testa sotto la sabbia. Non ha letto Dostoevskij.

E qui, ha ragione Gramsci: un popolo che non legge romanzi – non libri, non parla di libri in generale, ma proprio di romanzi – è un popolo con più problemi di uno che ne legge.

Scherzo, ma mica tanto.

Dostoevskij diceva, più o meno, che in natura la tragedia non esiste, e che comincia quando ti racconti una bugia. Queste donne, preferiscono scusare l’amico, il marito, pur di non fare due conti con se stesse. Ora, non dico “il partire da sé”, Carla Lonzi, “i femminismi”, “la violenza di genere”, ma almeno un minimo di “conosci te stesso(a)”, col manualetto del supermercato! O no? Ci si protegge, non si vuole affrontare la realtà, si ha paura. Così facendo, il danno lo si fa prima di tutto al marito, al fratello, al “complice”, insomma.

Altra cosa: “la famiglia italiana”, questa “formazione sociale primaria”. Se vieni denunciato, troverai sempre un amico, un fratello, una cognata che ti consolerà, ti dirà che la colpa non è tua. Che non sei tu il deficiente. Domanda: uno che scambia “il ruolo” con “un esercizio illegittimo di potere”, che cos’è?  “No”, dirà il parente, “la colpa è delle donne che vogliono farsi pubblicità”.

Secondo te, perché c’è questa forma di protezione, parentale?

Credo che la cultura cattolica faccia, abbia fatto, e continui a fare molti danni. Il cattolicesimo parte dalla considerazione che la natura umana sia, in qualche modo, immodificabile.

Credi che il valore simbolico di una denuncia sia importante, anche se non è penale?

C’è chi sostiene che, per essere valida, una denuncia debba, dovrebbe, essere penale. Non la penso così. Il danno per gli uomini? Poco. Ormai, e per fortuna, le donne che parlano sono talmente tante, che si dovrebbe avere, come uomini, l’idea di una crescita, legata a un’eventuale chiamata in causa; non di una forma di umiliazione.

Scrivere, intervenire, non può che essere un esercizio salutare. Una forma di salute mentale. Tutti, dovrebbero farlo.

SCHEDA

Sotto l’egida del movimento internazionale “Non Una di Meno” la vasta comunità dei movimenti, della rete nazionale dei Centri Antiviolenza, La Casa Internazionale delle Donne, Archivia, SIL, SIS, Donne in genere, Libreria Tuba, Telefonorosa, UDI, Pacha mama, Zeroviolenzadonne, Cagne sciolte, radio onda rossa, Lucha y Siesta , Donna Lisa, Be free, i Centri sociali, i Collettivi Queer Columnia e Scosse e molte altre associazioni italiane hanno prodotto, in un anno, in decine di assemblee, in circa 70 città e dopo 5 incontri nazionali, un importante documento :“il piano femminista contro la violenza maschile e di genere” di cui riassumo i punti fondamentali ( la versione integrale si può leggere sul sito “Non una di meno“):

  1. LIBERE DI EDUCARCI.
  2. LIBERE DI (AUTO)FORMARCI E DI FORMARE.
  3. LIBERE DI DECIDERE SUI NOSTRI CORPI.
  4. LIBERE DALLA VIOLENZA ECONOMICA, DALLO SFRUTTAMENTO E DALLA PRECARIETÀ.
  5. LIBERE DI NARRARCI.
  6. LIBERE DI MUOVERCI, LIBERE DI RESTARE
  7. LIBERE DALLA VIOLENZA AMBIENTALE.
  8. LIBERE DI COSTRUIRE SPAZI FEMMINISTI.
  9. LIBERE DI AUTODETERMINARCI
  10. LIBERE DI DARE I NUMERI

(Uscito su Alias de Il Manifesto

 

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