Storia di elicotteri e catene. E qualche vela.













                                                                                

Voglio bene a Bifo. Lo conosco da molto tempo, e ho spesso apprezzato quel che scriveva. In qualche modo, ho con lui, come con altri compagni e compagne che non starò qui a citare, un debito di gratitudine. Il debito che ognuna, ognuno di noi contrae quando, in un momento di passaggio dell’esistenza, incontra chi le dà una mano. 
Se sono d’accordo quindi quando nel suo pezzo dice che ai giovani “dobbiamo parlare di vita e di morte”, non lo seguo più quando suggerisce di non parlare loro di diritti e di democrazia, perché tanto non serve a niente, tanto non ci possiamo fare niente. Ma come, i secondi non sono da sempre legati ai primi? I diritti e la democrazia non sono frutto di elaborazione culturali, di lotte, di battaglie, di buone letture, di sogni, bisogni e desideri – tanto per usare un’espressione ormai usurata ma non per questo meno vera?
Come può essere così – inconsapevolmente – dipendente dalla visione del nemico, Bifo? E’ evidente infatti che i diritti e la democrazia cui penso io (e immagino anche lui) non c’entrino niente coi diritti e la democrazia cui pensano Renzi e Merkel. 
“C’è ancora qualcuno che creda nella possibilità di fermare l’offensiva finanzista europea, o l’autoritarismo renziano con pacifiche passeggiate e referendum?”, chiede. E’ evidente che no. Ma il motivo per cui non sono d’accordo con lui è un altro, ed è semplice. 
I diritti e la democrazia (oltre ad avere molte indicazioni, oltre ad essere soggetti a varie definizioni: è evidente che la nostra idea di democrazia non è la stessa dei greci antichi) non sono degli scontrini che hai in mano e che vai a riscuotere, come in una sorta di lotteria. Non è così. E se facciamo questo macroscopico sbaglio, se davvero lo pensiamo, cadiamo senza volere nello stesso paradigma dell’autoritarismo renziano o della finanza europea. 
Perché dico questo?
I diritti e la democrazia così come si presentano in Italia, in Europa in questi anni – quello che sono stati e che stanno diventando – sono frutto di battaglie. Potrei citare precise vittorie che abbiamo ottenuto dal dopoguerra ad oggi, per ciò che riguarda la scuola, il lavoro (il diritto a non-lavorare pure, va messo fra questi) l’aborto, il divorzio. Battaglie che hanno coinvolto le vite di molti uomini e molte donne. Battaglie che sono state fatte non pensando alla sicura vittoria, assolutamente no. Non pensando cioè all’ottenimento cioè di uno scontrino e di un’assicurazione a vita, scontrino e assicurazione che ci mettessero al riparo una volta per tutto dai vari Renzi che avremmo potuto incontrare nella nostra esistenza.  Le battaglie, le nostre, sono state portate avanti per il gusto e la volontà di condurre un’esistenza propria, una vita in cui non ci fosse da abbassare lo sguardo davanti al padrone, o al genitore, o al marito che fosse. Tutte battaglie legate alla libertà.
Per questo abbiamo lottato.  Questo dobbiamo insegnare ai nostri figli. Non quindi, se si parla di manifestazioni, l’obbligo di partecipare a ognuna di esse, di sacrificarsi in nome della difesa di spazi di posizione che, sono d’accordo con Bifo, non esistono, sono illusori, sono un’illusione che ci viene data per tenerci buoni. Ma discutere con loro, coi nostri figli,  delle battaglie che abbiamo fatto, e come, e perché siamo stati sconfitte e sconfitti, si, invece. Questo significa democrazia, e questo (anche) significa diritti. Ed è questo che dobbiamo fare. E non per obbligo, ma perché si tratta di ciò che conosciamo, di quello che abbiamo fatto della, in breve, nostra vita.
Credo che Bifo abbia ragione, quando chiede “A cosa serve manifestare per la democrazia?”. Io, come lui, vado alle manifestazioni solo per incontrare le amiche e gli amici. (E anzi avanzerei la proposta di farne di meno – di prepararle meglio, laddove ci siano). Ma non è di questo che voglio parlare. 
Se davvero vogliamo evitare che “ci affogano a migliaia nel canale di Sicilia”, e che ” ci ammazzano di lavoro e di disoccupazione”, non è dicendo che dobbiamo smettere di credere nei diritti e nella democrazia che ci riusciremo. E a cosa dovremmo credere allora? Lo spiega Bifo: “La battaglia necessaria (e forse a un certo punto anche possibile) è quella che trasforma la potenza della tecnologia in processo di liberazione dalla schiavitù del lavoro e della disoccupazione”. Sono d’accordo sulla tecnologia, e sui sempre maggiori spazi di libertà che apre.  
Ma cosa c’entra questo con lo smettere di affermare l’esistenza di – nostri spazi di – diritti? 
Anzi, è proprio perché la tecnologia mi assicura meno dipendenza dal lavoro – lavoro come condanna, dico – che posso permettermelo, che devo permettermelo. Perché dovrei accettare il paradigma renziano e della finanza europea che mira a restringere i miei spazi di libertà, a controllarli? Devo fare l’esatto contrario. Devo essere io a decidere che cosa significhi per me oggi, avere dei diritti, e a quali tenere. Devo passare per le lotte fatte, per le battaglie vinte, usando i risultati di quelle perse, per sapere che errori non ripetere. I miei punti di riferimento, in altre parole, non devono essere Renzi e la finanza europea.  O non solo. Punto di riferimento delle mie battaglie devono essere le lotte in cui abbiamo creduto, quelle per cui ancora oggi lottiamo. E non solo perché quella è la mia storia, – ed è quindi quella che devo approfondire, non esistono battaglie in astratto – ma perché è la dignità di quella, che non mi devo fare togliere. 
Un’altra cosa. Non sono d’accordo con Bifo in un altro punto ancora. Ed quando dice che “per (i giovani) loro il calore della solidarietà politica e della complicità amichevole sono oggetti sconosciuti”. Non è vero. E comunque non per tutti. Non è vero che tutti abbassino il capo per andare a lavorare dal Mc Donalds. E sinceramente, se qualcuno lo fa per un periodo, e poi usa i soldi per farsi due mesi di vacanza o per studiare, io non ci vedo niente di male. 
Anche qui, la complicità amichevole, la solidarietà politica come le chiama Bifo, possono essere molte cose. Non parliamo in nome di altri. Non diciamo, a nome dei nostri figli “E’ inutile parlare di diritti”. Lasciamo che siano loro a esprimere bisogni e desideri.
 Proprio perché come dice Bifo, sono tutti nati davanti a uno schermo,  chiediamoci: che cosa significa per loro un buon abitare, e come desiderano farlo? Molte cose sono cambiate. Che cosa è un buon mangiare? Cosa, un buon amare? Cosa un buon lavorare? Di cosa hanno, e abbiamo veramente bisogno, che cosa desideriamo? Questa è la domanda che dovremmo tutte e tutti farci. Ricordiamoci sempre che ci sono 14.000 miliardi in finanza, che vaga fra la borsa di Tokio e quella di New York e che sono i grandi possessori di essa che governano il mondo. Ricordiamoci che siamo soggetti a una nuova forma di imperialismo. Dobbiamo essere agili e leggeri, più simili a Davide che combatte contro Golia, per dirla tutta, che a Spartaco. Le catene che ci stringono possono diventare vele, se

solo ci pensiamo un attimo. Perché questa nuova forma di capitalismo, l’inedito imperialismo cui siamo davanti, richiede mente sveglia e intelligenza pronta, non forza fisica e armi violente.  Per evitare che tanti muoiano nel canale di Sicilia, e che i nostri giovani – come dice Bifo – si chiudano in camera, inascoltati, impariamo dagli errori.






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Un pensiero su “Storia di elicotteri e catene. E qualche vela.

  1. Hola,solo un momento para deicors dos parabras sobre Grillo, desde mi pequeno punto de vista de ciudadano italiano. Es muy dificil que se llegue a algo socialmente util (o, menos aun, revolucionario) pasando por un partido politico con un leader unico que ejerce su poder por medio de los medios de comunicacion y lo decide todo. Y no esto hablando de Berlusconi.Lo de Grillo no es un movimiento, porque no hay posibilidad de confrontarse. Decide todo Grillo: si tu propones algo, y a e9l no le gusta, te echa a la calle y no puedes usar SU nombre, porque lo del “Movimento 5 Stelle” es un copyright que solo e9l posee.Grillo no es “uno del pueblo” que ha decidido entrar en el parlamento, e9l en teoria ni siquiera debereca entrar. c9l estare0 fuera, y sus representantes hablare0n por e9l. No es Grillo el megafono de la gente del movimiento, como justamente salif2 del blog de los Wu Ming, son ellos a ser su megafono. Y lo sere0n en el parlamento!Internet en sus manos, y en las de su socio Casaleggio (exactamente socios, como en una empresa), es como fue la television en las manos de Berlusconi durante los 80 y 90.Ojale0 el resultado sea diferente. Yo personalmente no lo creo.Es que la gente es tonta? No digo eso, absolutamente. Solo que alquien a Berlusconi, a Aznar, a Rajoy, a Grillo le vota. Y por lo menos Berlusconi, Aznar y Rajoy se sabe lo que son.Grillo quiere “el 100% del parlamento” (lo dijo e9l), para luego reformar la politica. Esto no es democracia, no es movimientos, no es revolucion. Esto es lo que quereca Mussolini en 1919.Gracias si querre0s publicarme.Max

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