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Storia della tartaruga (secondo giorno in Vietnam)

Non so se dipenda dal fatto che sono meridionale, o da caratteristiche psico fisiche, ma fra l’aria condizionata e il languore che regala l’afa, quella stanchezza da film di
Apichatpong Weerasethakul (regista thailandese) preferisco la seconda. Questo solo per dire che per andare a trovare il compagno Ho Chi Minh, devi fare esperienza all’aperto, e anche se fa molto caldo, a me piace. Come sa chi ci è stato, l’Oriente è, dal punto di vita climatico e naturale, molto più impervio che non i paesi europei. E però, proprio questa sua caratteristica offre cose impagabili a un’europea come me, tipo il fatto che appena ti appoggi, mangi o bevi. Qui si realizza il mio sogno di potere per tutta la via, mangiare ogni due ore. Qui, col fatto che l’umidità supera il 90 per cento,  si realizza l’idea che in ogni posto dove vai deve esserci da bere in grande quantità, e soprattutto, ripeto, da mangiare. Finita la nota sul clima. Martedì siamo andati a trovare il compagno Ho Ci Minh. Come molti sanno il compagno Ho Ci Minh è morto, ma è presente fra di noi. E anche questa non è un’esagerazione. Esiste, in una piazza di Hanoi, una costruzione, aperta al pubblico, guardata dai soldati vestiti di verde, e venerata dalla popolazione locale. Entrarci è facile. Più difficile per la nostra mentalità è accettare il fatto che una persona morta nel settembre 1969 stia ancora lì sdraiata. Certo, le luci sono chiare. Certo, l’aria è condizionata per permettere al cadavere di mantenersi in forma anche dopo tanti anni, ma il corpo è lì. C’è. E’ Ho Ci Minh. C’è anche il pizzetto. Unica richiesta che viene fatta a chi lo va a trovare, è di non fotografarlo. Subito dopo averlo visto di persona, si potrà anche vedere l’ultima casa in cui è vissuto, il letto in cui ha dormito, il tavolo in cui si è riunito coi suoi collaboratori. 
Una cosa che volevo sottolineare di Hanoi è la grande bellezza dell’architettura. Ci sono volte in cui se ti distrai un po’, ti sembra di stare a Parigi. Certo, non la Parigi degli Champs Elises, ma quella del Quartiere Latino. I marciapiedi che sporgono sulla strada, la gente seduta ai tavolini a bere. Certo, qui i tavolini sono bassi, perché, ci ha detto un amico, “le persone erano piccole”. Ma adesso le persone sono cresciute, i ragazzi e le ragazze sono forse leggermente più piccoli dei nostri, e vanno tutti in motorino, come ho già detto. E’ lì, a quei tavolini che ti può capitare di incontrare un soldato che in Cambogia si è preso una pallottola nel petto (segue foto), e ti dice grazie se gli fai una fotografia. Le persone sono molto gentili. Dicevo del centro della città, perché è lì che si trova il Tempio delle Tartarughe. Il nome  è dovuto all’esistenza, all’interno di esso, di una gigantesca tartaruga imbalsamata. La bestiola del peso di 250 kg (segue foto) è stata ritrovata nel 1968, nel lago su cui sorge il tempio. La leggenda vuole che sia stata lei a dare la spada all’imperatore Thai To per cacciare i cinesi dal Vietnam. Il Tempio sorge su un isolotto. Per arrivarci si deve attraversare un ponte, di colore rosso, detto Il Ponte del Sole nascente. Di prima mattina si può verificare la veridicità della definizione. Entrando nel Tempio, di fianco a un grande buddha, potrai osservare le offerte di cibo e biscotti che gli vengono fatte, i mobili in lacca rosse, gli incensi. Sullo sfondo, sul lago, la torre chiamata anche essa della Tartaruga.   
     

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