Storia del desiderio perduto

Con  Storia della bambina perduta si chiude la quadrilogia di Elena Ferrante, L’amica geniale, iniziata nel 2011.  Se molto si è parlato di questi libri – soprattutto in relazione al sesso e all’identità di chi l’ha scritto – poco si è invece discusso delle loro qualità letteraria.
In che cosa consiste questo lungo romanzo? Quale è la lingua parlata dai personaggi? Come procede la trama? A che tipo di tradizione letteraria si riferisce? Queste sono alcune delle domande a cui mi piacerebbe velocemente rispondere. Non con la pretesa di dire cose definitive, ma nella convinzione che, in un’epoca così apparentemente poco ideologica, siano le opere letterarie, assieme a quelle cinematografiche, spesso, le più dirette portatrici di ideologia. Che cosa veicola, quindi, e non solo dal punto di vista estetico, questo libro? Che immagine trasmette dell’Italia all’estero, visto il grande successo che lo accompagna?
Il libro, come si sa, prende le mosse dalla sparizione di un’anziana signora, Lina (o Lila, chiamata anche) ed è il tentativo della sua amica Elena, non solo di rintracciarla, ma di ricostruire, attraverso una sorta di diario, la storia di entrambe. Le due, fatto salvo qualche periodo fuori di Elena, hanno sempre vissuto a Napoli, anzi, in un quartiere napoletano.
La storia, che si dipana per più di millecinquecento pagine, racconta la storia di molti altri personaggi, tutti legati fra loro da complesse relazioni familiari, di lavoro o d’amore. Trama e biografie complesse che, per essere meglio comprese,  hanno bisogno di uno schema che il lettore può trovare all’inizio di ogni volume.
Se questo è in sintesi il soggetto, vale la pena dire due cose sulla lingua. Trattandosi di una sorta di diario, la protagonista parla un italiano colloquiale, semplice, una sorta di lingua media – quella che nel nostro paese ha introdotto l’avvento della televisione, per dirla tutta – interrotta qua e la’ da qualche vocabolo in dialetto. Essenziali i dialoghi, sempre molto semplificati. Chi legge è, in qualche modo, accompagnato nella storia, e non deve fare alcuno sforzo per seguirla. Poche, quasi nulle, sono infatti le descrizioni, sia dei personaggi, come dei luoghi. Biondo, bruno. Grasso, magro. Buono, cattivo. Questa è, nella grande maggioranza dei casi, la modalità di descrizione dei soggetti i quali va detto, subiscono spesso trasformazioni in positivo (da cattivi diventano buoni), o, quando sono molto cattivi, muoiono. Molto spazio viene dedicato anche, e sempre per via delle molte relazioni che, negli anni, hanno legato i personaggi, alle loro attitudini sessuali. Non che vengano descritte le posizioni erotiche, che anzi il libro è da questo punto di vista non solo molto pudico, ma anzi, l’eccessivo piacere o desiderio sessuale è visto in qualche modo come qualcosa che, per non portare alla rovina delle relazioni, deve essere condiviso. Non che si debba per forza essere sposati, ma l’eccessiva virilità, per esempio, di Nino Sarratore (uno degli uomini cui Elena sarà legata per molto tempo) è ciò che porterà i due a dividersi. Non c’è ombra di complicità di coppia. Qualsiasi desiderio Nino sperimenterà si può star certi, creerà in lei, dolore, sconcerto, sofferenza, dannazione. Cosicché si avrà lo strano effetto, per cui – nonostante che si parli degli anni 70, di femminismo a un certo punto dell’opera – chi legge, finirà per trovarsi in un sorta di feuilleton in cui il principale imputato è il desiderio. E quello sessuale prima di tutto. “Va bene, si, certo…” sembra dirci chi scrive, “L’autonomia va bene, ma appena l’uomo comincia a guardarsi troppo intorno, ecco lì che comincia l’inferno per la donna, il cui desiderio invece, come si sa, è limitato all’uomo di cui è innamorata. E che se lo fa con altri, lo fa solo per dispetto…”.
Ora, sorvolando su questi aspetti precisi, l’impressione che abbiamo avuto è che il racconto di anni così importanti per la storia d’Italia, dal punto di vista delle trasformazioni sociali sia ridotto a una sorta di grande presepe, pieno di personaggi macchiettistici. Precisamente – e elenchiamo solo quelli che ci hanno fatto più impressione – troviamo: Rino, l’uomo troppo virile, che appresso ai suoi desideri si rovina, e che tifa socialista agli inizi degli anni 80; Alfonso, l’omosessuale buono che, pur di non dispiacere al suo amante, tace sulla loro relazione; Elena, la donna emancipata che, pur abbandonandosi ai piaceri della relazione, tiene però sempre la testa sulle spalle e sa distinguere l’erotismo buono da quello cattivo, fino a rompere la complicità. Una cosa sulla tradizione letteraria: poiché è stato tirato fuori Manzoni, volevo ricordare che l’importanza di esso, viene spesso ricordato, è da attribuirsi all’uso dell’italiano, alla commistione della lingua parlata con quella scritta, all’uso del dialetto. Non tanto alla trama che, nel caso di L’amica geniale, fa venire in mente certi sceneggiati televisivi molto seguiti, oltre che ben scritti. E per questo, a me personalmente, ha fatto pensare che sia opera di una squadra, e non tanto di un singolo autore, autrice. Un’ultima cosa sulla diffusione all’estero: camorra, superstizione mista a evoluzione – lenta – dei costumi, figure di donne vaiasse o eccessivamente succubi, malavita, droga, corruzione. All’estero arriva dell’Italia, attraverso questo romanzo, esattamente ciò che dell’Italia, l’estero ha l’impressione di conoscere. 

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