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Stai bene, vestita così: il poeta e il genere femminile.


Qualche post fa raccontavo perché, spesso, mi ė così tanto piaciuto, scrivere (oltre che leggere) romanzi. Riprendo il tema: uno dei motivi principali stava sicuramente nella possibilità di descrivere il modo in cui vivevamo (con le mie amiche e i miei amici di allora), e di poterlo fare secondo un punto di vista particolare, personale. 

Un punto di vista per cui, erano i nodi che attraversavano le nostre esistenze a essere indagati: narrare come vivevamo significava descrivere come eravamo madri, padri, amanti, mogli; come eravamo state figlie e figli; come si è artisti; se valga o no la pena di essere poeti; che è stato e cosa ha rappresentato per noi il cinema, e l’andarci.
Forse parlavamo perché lo spazio e il tempo in qualche modo vanno occupati, e quindi quello che ci siamo detti (su come si sta al mondo, sulle comunitá, e sul resto che dico sopra) non è poi servito a molto. Però se tornassi indietro non avrei un modo migliore da proporre per trascorrere il mio tempo. Un altro dei motivi per cui mi è sempre piaciuto scrivere, sono i libri: elencarli, consultarli, sfogliarli. Non c’è romanzo in cui non siano presenti volumi, titoli. Ora sto scrivendo col cellulare e sono lontano da casa. Di Livio, il protagonista di Quando cresci in un piccolo paese, mi ricordo che legge Fogazzaro, Palazzeschi, Gadda, Moravia, Morante (tutti autori e autrici a me, effettivamente, cari).
Nel posto da dove scrivo ho trovato invece una copia di L’arte di comandare gli uomini, il libro che ho potuto pubblicare grazie alla generosità di Anna Grazia D’Oria, Agnese Manni e al fatto che abbiano creduto in me.
La trama è semplice.
Una donna che non ha mai imparato a essere autonoma, presa come è dal suo disagio, dalla pena che il vivere le dà, lasciata dall’uomo che ama, deve imparare a stare al mondo o smettere di esistere. Non c’è una terza possibilità. Naturale è il disadattamento, non il contrario.
La cosa che mi convince ancora di questa storia (ce ne sono altre che non mi piacciono più) è il finale: Elisa (è il nome della protagonista) ce la farà solo quando si renderà conto di non doversi accontentare del primo poeta che passa, per forza, né di doversi bere la realtà come gliela raccontano gli altri.
La vedremo sopravvivere solo quando avrà imparato a provare; a vivere le cose su di sé. Quando saprà che una vita libera (ammesso che esista) passa anche per battaglie che ci capita di considerare poco significative (come è, nella storia, il fatto di ribellarsi al parente che non vuol dare a lei e alla sorella i soldi che loro spettano; o il riuscire a dire a un uomo che non le piace, guarda caso un poeta, e di lasciarla in pace). Insomma Elisa vivrà solo quando riuscirà a lasciare spazio al proprio, di immaginario (quando riuscirà a mettere in ordine da sé, nel proprio spazio mentale); invece di accontentarsi di quello altrui (magari anche più rabberciato del suo). L’arte di comandare gli uomini è uscito nel 2008. Questa è una parte del finale:


Si, Elisa lo sapeva che faceva il poeta. Gliel’aveva detto un sacco di volte. Anche perché tutte le volte che si erano visti in gruppo, lei era stata l’unica ad ascoltarlo. Gli altri lo sfuggivano perché dicevano che era vecchio, noioso, e che non aveva una lira.

«Vieni a bere qualcosa?», le chiese.
«Io? A quest’ora del mattino?», disse lei. Fu un secondo. ‘Poeta! Per favore, no! No, con un poeta no!’, si disse Elisa.
Si ricordò quanto si era annoiata da ragazzina leggendo il Carducci. Le vennero in mente Silvia, Aglaja e Anna Karenina. Si, quella scema di Silvia del Leopardi, quella tutta presa solo dalla sua giovinezza e bellezza. Perché Aglaja?
‘Una pazza isterica!’
Ma chi l’aveva inventata? Un uomo o una donna?
‘Dostoevskij! Un genio per carità, ma le sue donne!’
A lei piaceva solo Anna. Anna Karenina, di quelle. Perché era buona. E gentile. E non prendeva per il culo. Oddio. Doveva pensarci a quello che diceva. Finisce sotto un treno, la cara Anna!
‘Un poeta!’
Ancora Elisa pensò che le donne stupide come lei venivano fuori dall’incrocio fra certi poeti maschi e altre donne stupide. Le venne in mente da chi poteva aver preso certi atteggiamenti da peripatetica che aveva ogni tanto.
«Stai bene vestita così… bella questa tuta!»
Lui le accarezzò un fianco. 
«Guarda Ettore ho da fare…» rispose lei, gentile. «Faccio un pezzo con te…e…». Mentre si girava e si metteva a camminare di fianco a Rubini, pensò che presto lui avrebbe cominciato a parlare. Si sarebbe messo a dire, forse per invogliarla a passare la giornata con lui, e forse anche la notte, o forse solo per darsi un tono, che «Ė così bello fare l’alba con una donna. Sai, Elisa, se uno sta male le cose in coppia le vede diversamente». Neanche aveva finito il pensiero, che lui cominciò: «La coppia cara Elisa… se tu sapessi come in coppia…»
Stava dicendo un sacco di cose di questo tipo, quando lei gridò, «Ettore! No! Ettore, ho sonno!»
«Ah, scusami!», disse lui.
E «Niente! Andiamo!», lei.

E intanto pensava che questa volta avrebbe fatto l’avvocata. O qualche altra cosa che avrebbe imparato. Magari l’attrice o la pittrice, se qualcuno la manteneva. Finché non avesse sfondato. Perché no? Non è quello il peggio. Il peggio era non capirci niente. Il peggio era vivere nella confusione. E siccome quel Valerio le piaceva, l’avrebbe richiamato. Forse non ci avrebbe lavorato, ma sicuro sarebbe uscita con lui. Sarebbe stata con lui.



«… sai, se così bello tenersi per mano la mattina presto, quando il camion della spazzatura inizia il suo giro, e i carretti di quelli che portano la verdura cominciano ad arrivare…», aveva continuato Ettore.

«Ettore!» disse lei. «Sono stanca e ho voglia di andare a dormire! Tu non sei cattivo, ma io…», disse.
«Ma una mia poesia? Vuoi sentire almeno mezza strofa?». Elisa si coprì gli occhi con la mano.
«Non vuoi? Elisa! »
Erano arrivati davanti a un cinema. Fermo davanti alla locandina di un film di François Truffaut in cui era fotografato il visetto simpatico di una bambina, il Rubini guardò Elisa e le disse: «Ti va di mangiare qualcosa con me oggi, allora? Stare un po’ insieme. Poi vorrei fare una cosa con te…»
«Cosa?», chiese Elisa.
«Te l’ho detto. Mi piacerebbe fare l’alba… è così bello fare l’alba con una donna. Le cose, sai, si vedono diversamente la mattina presto…»
«Non posso Ettore, mi dispiace. Io devo… io devo andare a lavorare! Scusami… il cinema, Ettore. Vai al cinema, guarda! C’è un bel film! Un’intera retrospettiva su François Truffaut! Ettore! Il cinema!»
E lasciando l’uomo da solo, lì, davanti al cinema, Elisa inciampando nelle scarpe di Ferragamo a cui non era più tanto abituata, se ne andò.

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