Sono per l’adolescenza e la vecchiaia, io. A proposito di “Fatti male” di Ilaria Palomba.


Droga, sesso, giovinezza. Quando al telefono mi hanno detto quali fossero gli argomenti del libro di Ilaria che avrei dovuto presentare, ho risposto, “Sì, fammelo avere!”, ma ero quasi sicura che non l’avrei fatto. C’erano tutti assieme i tre argomenti per cui è difficilissimo che io scelga un romanzo. Non dico solo da presentare, ma addirittura da leggere. E’ così da quando ero giovane. Prendiamo il tema “droga”, come anche l’alcolismo, riuniamo entrambi sotto il termine generico di “fattismo”, chiamiamolo così. 
Se mi ricordo con una certa ansia, “Christiane F. Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino”, “Tre camere a Manhattan”, uno dei romanzi più famosi di Simenon, che parla delle notti alcoliche di una coppia nel quartiere del titolo, è decisamente quello che ho amato di meno del grande narratore. Per non parlare dei romanzi alla Selby, il cui “Ultima fermata Brooklyn” non ho mai apprezzato forse per un mio limite. 
Penso sempre, forse in modo complottistico, non lo nego, che ci sia stata nella mia generazione una tale e massiccia infusione di droga, che sin da allora, quando la vedo o ne sento parlare mi volto semplicemente dall’altra parte. Non sto dicendo che sia un atteggiamento giusto o razionale. Solo che certi attacchi della chitarra acustica di Jimi Hendrix, o di “Summertime” di Janis Joplin, a me invece che darmi gioia, mi creano un inenarrabile panico perché mi ricordano amici morti, che ascoltavano entrambi a tutto volume. 
Da qui l’antipatia, ingiustificata lo ammetto, per libri e autori quali “Nadja” di Andre Breton,  Cyril Collard, Burroughs, e a volte persino Pier Vittorio Tondelli. 
Per il sesso è diverso. Anais Nin, i cui diari quando ero giovane era obbligatorio leggere, per l’indubitabile carica eversiva che contengono, a me mi annoiavano da morire per la reiterazione dei gesti, e delle situazioni. Così non sono mai riuscita a finire “Histoire d’O”, o dei famosi racconti spagnoli di autrici varie che aveva pubblicato Mondadori e che, per vedere come scrivevano fuori d’Italia le ragazze della mia età mi ero affrettata a comperare. Per la giovinezza, il discorso pur essendo diverso, è simile a quelli sopra. I libri scritti da giovani, mi annoiano oggi come mi annoiavano anche quando si trattava di miei coetanei, “I dolori del giovane Werther” compreso. Il fatto di sapere che il tipo si sarebbe suicidato, irrimediabilmente, ha sempre tolto l’elemento base per cui ho sempre amato leggere romanzi e guardare film. 
La famosa porta, che aperta o chiusa, ti fa capire se e come nella vicenda qualcosa stia per cambiare, in quel romanzo, era chiusa dall’inizio. Si sapeva già come andava a finire. Prendiamo che ne so, Francoise Sagan. Non è che non mi sia sforzata di leggere i romanzi dell’autrice francese, dopo “Bonjour Tristesse”, ma è che le sue avventure, ai miei occhi drogati dalle tristissime o rocambolesche avventure narrate da un Verga nel suo ” I Malavoglia”, o da un Dostoevskij in “Delitto e castigo” – i primi autori che, prima a scuola poi per mia scelta ho letto – erano scipite. E poi, il tono. Quel cipiglio. Le paturnie della giovinezza, argomento che ha da sempre il limite intrinseco di non riuscire a esercitare l’ironia. 
Attenzione, non sto parlando di libri scritti da giovani. “Gli Indifferenti” è un libro bellissimo, uno dei miei preferiti in assoluto, un esempio di romanzo perfetto per me. E però sembra scritto da un vecchio.  E anche “Ore perse. Vivere a sedici anni”, il dimenticato e bellissimo romanzo di Caterina Saviane è stato scritto sì da una donna giovane all’anagrafe, ma parla di una ragazza che fa da genitrice a un padre giornalista così e così, un uomo balordo che non ha idea neanche di come si gestisca una casa. Io sono per l’adolescenza e la vecchiaia, non per la giovinezza. Sono per le problematiche legate al sesso, sì, ma non per il sesso. Sono per la felicità, non per la droga e il “fattismo”.  O meglio. E scusatemi il tono da pubblicità-progresso. Sto con le storie normali in cui la vita entrando porti disordine e forse anche disastro, ma perché è vita. 
Come mai allora ho accettato di presentare il libro di Ilaria? La voce. No, non sto parlando di quell’elemento che, quasi tutti gli editor importanti dicono sia fondamentale per capire o no se un autore, un’autrice “c’è”, “quel suo modo particolare e unico di raccontare”. Ci credo fino a un certo punto ai modi particolari e unici di raccontare. Forse i bravi autori sono quelli che sanno raccontare come racconterebbero tutti, se potessero, o se sapessero farlo. 
Ma non essendo questo l’argomento della presentazione, passo a un’altra volta.  C’è un elemento in questo “Fatti male” che mi ha attratto dalla prima pagina. Semplifico. Il modo in cui è scritto graficamente. C’è, qua e là, una frase in corsivo. Una roba, per dirla tutta, alla Shining. Avete in mente quando lo scrittore del famoso e bellissimo libro di King che immagino tutti conosciate, pensa? 
O “è pensato” forse sarebbe più giusto dire? Sono stati scritti trattati, dagli strutturalisti e non solo, su come vada distinta e cosa sia “la voce” all’interno di un romanzo. Rimandiamo a un’altra volta. Che qui la cosa si fa ancora più complessa per la presenza del soprannaturale, pure. Diciamo così. 
Lo scrittore, King, per farsi capire dal lettore mette in corsivo, cambia carattere grafico, per tutto ciò che riguarda lo sdoppiamento, quella voce che parla da sola e che Jack, Jack Torrance il protagonista, non riesce, diciamo così, sempre a trattenere. 
Nel libro di Ilaria il meccanismo è simile. Allora, immaginate con me. Nel bel mezzo di una vomitata che la diciannovenne e in qualche modo ingenua barese Stella sta facendo, invece delle dolorose riflessioni su come-sarebbe-stata-diversa-la-mia- vita-se, o degli oddio-mamma-quanto-soffro immaginatevi questa voce dura che dice, “Però se ti togliessi davanti forse, faccia di cazzo riuscirei a vomitare meglio!”. 
Come se per vomitare dopo aver bevuto troppo, ci fosse un modo giusto e uno sbagliato. Si chiama ironia? Distacco? Capacità di mantenere una distanza? Lucidità, una cosa così? Non lo so. 
Come si chiama quella sorta di comicità che c’è ogni tanto nelle situazioni estreme, e che non tutti sono capaci di vedere? So che mi ha ricordato Henry Miller che puntualmente ogni tanto rileggo. Non sto dicendo che Ilaria sia come Henry Miller. 
Sto solo cercando di spiegare come mai questo libro ha qualcosa per cui meriti di essere letto. In una scena di “Tropico del Cancro” c’è lui che sta scroccando un pranzo. E’ povero, rattoppato, quasi sconfitto, senza soldi. Qualcuno gli sta ricordando che non è in grado di badare a se stesso o qualcosa del genere, e lui invece di pensare a quello che gli altri gli dicono, se ne esce parlando a noi, in un efficace e bellissimo, a mio parere, “Un pranzo non è completo se non c’è la musica”. Laddove il pranzo, che per lui, il protagonista, non è mai sicuro non solo viene dato per scontato, assicurato non si capisce da che, ma viene associato a un elemento che di per sé è lusso, ozio, libertà, felicità. La musica. 
Poi c’è lo studio nel libro di Ilaria, ci sono altri libri, autori. La ragazza, pur vivendo in provincia, a Bari, non è di quelle paturniose che si allisciano i capelli di sera e di mattina,  ma studia, o almeno cerca di farlo. Va all’università, o almeno cerca di farlo. Legge Sartre e Nietszche, o almeno l’ha fatto, fino a che la vicenda non è cominciata,  e ti immagini che se non fosse circondata da tutta quella “racchieria” a Bari, ce la potrebbe fare, Stella. Te la immagini che se fosse vissuta a Helsinki forse girovagherebbe la notte per strade fredde immaginando di scrivere un paio di tomi alla de Beauvoir, come l’Hamsun di “Fame” invece di prostituirsi a fare i giochi a tre con una coppia di cinquantenni, per far felice l’orrido e lisciato fidanzatino Marco.
La provincia. I centri sociali. Se avessi dovuto parlarne io all’età di Ilaria che ha venticinque anni, avrei dovuto scriverci sopra dei volumi su cose così. Perché a quell’epoca la provincia di Brancati non era la stessa di Fenoglio, come quella di Broch non era la stessa di Joyce. E andava quindi descritta. Dal libro di Ilaria mi risulta chiaro e subito che Bari sia diventato uno dei tanti quartieri periferici di Roma. Elemento questo che mi fa capire a cosa serva la letteratura. Non solo grazie alla tecnologia, a Internet, al computer di cui Stella si serve quotidianamente,  ma anche alla maggiore velocità negli spostamenti – che le Ferrovie per la verità in Italia non sempre assicurano – le cose nella mia regione sono cambiate. Come sono cambiati i centri sociali, che da posti di ritrovo dei cagnolini sciolti della sinistra come erano ai miei tempi, si sono trasformati in discoteche in piccolo, bar in minore, luoghi dove i ragazzi vanno perché la birra invece che 6 euro la paghi 2, e non perché le persone che ci trovi lì leggano libri diversi, o vedano film diversi da quelle che trovi nei bar o nelle discoteche. 
Da ultimo i titoli dei capitoli. Questa è una mia idea, tutta personale e forse anche un po’ bislacca. Un autore che faccia un elenco dei capitoli puntiglioso, come è nel caso di Ilaria, di solito non ti delude. Perché un elenco, un indice ben fatto, ti assicurano quanto meno la cricostanza che chi ha scritto, abbia riletto, riorganizzato tante volte il materiale che ha davanti, e abbia un’idea di cosa ti sta raccontando.               

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