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Si sa che i gatti non vanno in paradiso, nonostante che abbiano un’anima (di cosa parla V.Woolf)

Nel suo saggio “Una stanza tutta per sé”, pubblicato per la prima volta nel 1929, e che affronta il tema dell’accessibilità delle donne alla scrittura (ma anche alla lettura) dei romanzi, Virginia Woolf vede nelle difficoltà economiche, il primo motivo della distanza che corre fra scrittori uomini e scrittrici donne.
La validità, oltre che la piacevolezza, di questo breve e fondamentale scritto, sta nell’espediente retorico che l’autrice sceglie per illustrare i problemi e rispondere alle domande che si pone. La Woolf ci dice subito di averlo scritto in occasione di una conferenza. Ci racconta come, subito dopo aver ricevuto l’invito a discorrere sul tema “Le donne e il romanzo”, invece di mettersi al tavolino si sia messa a passeggiare nei luoghi che frequenta di solito. E’ così, con esempi molto efficaci, ci racconta le sue difficoltà a entrare nella biblioteca di Oxford, destinata agli uomini, e anche come le sia proibito passeggiare sui prati della stessa università; anche questa attività, destinata invece agli studenti e ai professori di sesso maschile.
“Come è possibile”, è la domanda che ne emerge, “che io possa rispondere a questo tema con la stessa prontezza e la stessa competenza di un uomo, se i mezzi che ho a disposizione sono così diversi?”
Non è quindi, un saggio fatto di opinioni preconfezionate, o un lamento a priori sul destino disgraziato dell’”altra metà del cielo”, questo, ma un tentativo di mettere a confronto i “veri” fatti della storia con le opinioni che gli uomini (e le donne) ebbero su quei fatti. I fatti della storia ci dice Woolf, narrano (quando sia possibile rintracciarli) che le donne fino al settecento erano considerate di proprietà dell’uomo, vivevano quasi solo per fare figli, e vedevano nella cucina e nella stanza di soggiorno il loro regno.
L’autrice dice di riferirsi alle donne della classe media, e che per altre (di classe inferiore), il destino poteva rivelarsi di molto peggiore. Assieme a questi fatti, sono illustrate (le idee e) le opinioni, che di questo tipo di donna e del suo talento, ebbero gli intellettuali. E allora la Woolf ce le illustra. Veniamo così a sapere attraverso l’analisi di vari testi – fra cui quello di Trevelyan (1876-1962), noto storico ottocentesco, autore di una ponderosa “Storia d’Inghilterra”, che narra fra le altre cose, la vita delle donne nella storia di quel paese – che “c’è chi sostiene la migliore delle donne essere inferiore al peggiore degli uomini”. Veniamo a sapere che ancora nell’ottocento c’era chi poteva affermare che “I gatti non vanno in paradiso, anche se hanno un’anima”. Che è come dire, un gatto vive, respira, forse ama, ma il paradiso è un luogo destinato agli esseri umani.
Da qui la nota domanda pare, posta a una ragazza che – come succede anche oggi – era andata da questo signore, forse un vescovo, per ottenere informazioni sullo scrivere. Ecco la domanda: “Come potrebbe una donna fare opere all’altezza di quelle di Shakespeare?”.
Come potrebbe, visto che i gatti non vanno in paradiso? Una donna potrà scrivere, raccontare, forse brillare in quel che dice, ma non sarà mai all’altezza del genio di un uomo.
Un’ altra informazione fondamentale che ci dà la Woolf in questo fondamentale, breve testo, è quella che descrive la donna nell’immaginazione degli uomini. Fa effettivamente abbastanza impressione rendersi conto che figure come quella di Antigone o di Madame Bovary – per prendere due esempi molto distanti nella storia – siano frutto (esclusivo) dell’immaginazione maschile: un frutto, certo, molto ben fatto ma che potrebbe corrispondere alla realtà quanto un Unicorno o un Cavallo alato (due creature cioè, estremamente affascinanti, ma frutto dell’umana immaginazione).
Fa impressione, anche perché nella realtà – nella storia di tutti i giorni, contemporanea a quelle storie, è meglio dire – le donne magari erano molto più sagge – o meno coraggiose, o più spiritose, o meno vivaci – ma sicuramente diverse da come vennero descritte da tanti autori. Un’altra cosa che vale la pena sapere, è che le donne cominciarono nell’Ottocento (anche prima, ma qui si riferisce alle donne nel sistema della scrittura) a scrivere per il pubblico, e anche a guadagnare, ma che lo fecero, usando uno pseudonimo. Un modo come un altro, questo di usare un nome da maschio, per essere prese sul serio. L’autrice ricorda qui George Sand e George Eliot. Francese la prima, inglese la seconda. Un’altra cosa interessante che l’autrice ci dice è che, se una come Jane Austen, nei suoi libri ci parla di stanze da pranzo e di soggiorno, non è perché sia una fatua signorina, ma perché quella delle stanze è l’unica realtà, e l’unico mondo, che le sia stato permesso di osservare. Fa effettivamente abbastanza impressione, anche rendersi conto che nei romanzi di Jane Austen non ci sia accenno alla Rivoluzione Francese del 1791, visto che alcuni di essi vennero scritti in contemporanea a quel famoso e determinante fatto storico. Ma il perché l’ho appena detto. Insomma conviene riprendere in mano questo libretto agile, e famoso, perché sono tante le informazioni sul tema (ormai amplissimo) “le donne e la scrittura” che vi si ritrovano. Bisogna riprendere in mano questo libretto perché (anche se molte e molti di noi non se ne accorgono), ci sono ancora molti mestieri, legati all’arte, in cui l’accesso per le donne è molto difficile. Ci sono, per esempio, ad oggi, poche donne registe. Come – ancora, e nonostante che la musica sia praticata da secoli – ci sono pochissime donne compositrici. Questa ultima osservazione, sulle registe e sulle compositrici, è mia. Forse Virginia sperava per noi del 2011, in un destino diverso. Ma tant’è.

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