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Senza Giuliana

Avevo pensato di introdurre questo incontro (da Tuba Bazar, la libreria di via del Pigneto 39a, il 28 febbraio 2017) col narrarvi, non le bellezze di questo libro ma piuttosto i motivi per cui, di questo libro e della sua poesia, nei trent’anni che ci precedono, siamo tutti e tutte, stati deprivati.
Voglio, invece, venire meno a quello che (forse uno stupido) senso del dovere mi imporrebbe di fare. Voglio lasciarmi andare alla bellezza del libro di Giuliana, e da quella partire. Da «Un quarto di donna», di Giuliana Ferri.
Questo è un libro tragico, e racconta la storia di un fallimento. Il fallimento è quello che la Protagonista (una donna borghese, che non ha nome) sente, prova: un fallimento che è prima di tutto, politico. La donna, nata nel 1923, passata poi attraverso le lotte della Resistenza e quelle del ‘68, arriva all’inizio dei ‘70 (anni in cui si svolge la storia) con una sorta di stanchezza: una stanchezza che si sforza di accettare.
Detta così, questa storia sembrerebbe ricalcare quelle di tanti autori del cosiddetto romanzo classico, di quello francese (otto e novecentesco), in particolare. La domanda cui l’autrice cerca di rispondere sembra essere, infatti: cosa succede a un personaggio che, dopo aver visto i Grandi Fatti della Storia, dopo aver creduto ai grandi ideali di libertà e uguaglianza, è costretto a rientrare in una vita «normale»?
Certo, qualcuno potrebbe dire: “Ma come, c’è tutto il decennio settanta, e gli anni ottanta, c’è ancora di che combattere, e vincere!”. E chissà invece che, le leggi, quelle che formalizzeranno la vittoria di determinate lotte (aborto, divorzio, diritto di famiglia, leggi sul lavoro) non segnino invece l’inizio del declino. Parlo delle lotte: non delle conquiste civili.
La buona letteratura non è (quasi) mai sociologica. E spesso descrive, dei fenomeni, verità diverse e sconosciute.
La trama di “Un quarto di donna” è semplice. Si tratta di poche settimane nell’esistenza di una donna. Settimane in cui succede poco o nulla: la donna lavora, sta coi figli, ha un marito con cui esce a cena, degli amici, forse un amante, e abortisce. Ma se, come abbiamo detto, la Protagonista assomiglia a quelli del romanzo classico, come ce la racconta l’autrice, che tratti le conferisce?
La Protagonista non è un personaggio tragico per modo di dire. Lo è, perché la distanza fra la realtà che sta vivendo nel momento in cui la incontriamo, e gli ideali che ne hanno ispirato la giovinezza, è enorme. Da qui il malessere, e il disadattamento.
Così come non possiamo distinguere in Balzac, Flaubert, Hugo (ma anche in Dostoevskij), o in Camus, De Beauvoir, l’elemento letterario da quello politico, e non possiamo immaginare i loro romanzi, senza l’influenza che gli avvenimenti storici e politici ebbero in essi, Ferri (o meglio, la sua Protagonista) risente del fatto che un’epoca (di lotte) stia per chiudersi.
La Protagonista risente della caduta degli ideali (e dell’oppressione) che, sempre (e, pare, inevitabilmente) tiene dietro alle rivoluzioni.
Se si dovesse dare un nome ai romanzi accomunati da questa esperienza, li si potrebbe chiamare, secondo me, «romanzi dello sfasamento». Poiché è una sorta di «adattamento» del personaggio, quello che in essi viene descritto, a volte un tentativo che fallisce.
«Un quarto di donna» è la storia di una donna che, pur provandoci, non riesce ad abituarsi a un modo di vita diverso da quello che, non solo probabilmente le piaceva, ma cui era sostanzialmente abituata.
Vorrei ora provare a dire in che modo Ferri descrive lo «sfasamento», e che modalità di comportamento conferisce alla sua Protagonista. Da un punto di vista psicologico, la Protagonista di Ferri è sicuramente «una spostata». Ma lo è nello stesso modo in cui lo sono Frédéric Moreau, Fabrizio del Dongo, Kirillov o il Colonnello Chabért. Proprio come loro, lo è per motivi politici, e per il venir meno di certi ideali comuni. La cosa interessante, e nuova, è che si tratta di una donna. E che anche a descriverla, e a immaginarla, è stata una donna.
Ferri, che ha scritto un unico libro, è autrice vera, non solo perché ha una straordinaria efficacia espressiva, ma anche perché le sue scelte in ambito narrativo sono sempre estremamente originali.
E per provarla, questa originalità, faccio degli esempi. Il primo: la protagonista ha due figli. Se io dico che una donna è madre di due figli, e cerco di immaginare la relazione che può avere con loro, mi verranno in mente, più o meno – e nell’epoca in cui viviamo, ricattati e ricattate come siamo dai luoghi comuni, più che in altre – parole come: «Vuole loro del bene», «Li ama».
Voglio essere molto chiara. E’ (anche) una cosa giusta che il “luogo comune” sulle madri imponga questo punto di vista. Ma una brava scrittrice non è, prima di tutto, colei che più sia capace di indagare i luoghi comuni, su un determinato argomento? Sbaglia chi pensa che il letterato serva a celebrarli.
Torniamo alle madri, e a Giuliana. Posso immaginare una madre che non abbia una relazione coi propri figli «positiva», certo, e che non li ami. Ma non è il caso della donna di Giuliana Ferri, che (sfasamento a parte) ha una relazione «sana» coi propri figli, e vuole loro del bene.
In cosa, allora, consiste lo «sfasamento» in lei, e come si manifesta?
La Protagonista di “Un quarto di donna” pensa che, proprio perché vuole bene ai suoi figli, non dovrebbe limitarsi a dichiararlo, il proprio affetto. Per provarlo dovrebbe insegnar loro «le querele contro la società» (proprio così le chiama), in un passo bellissimo, in cui afferma:

«Più che un dovere, le faccende di casa mi si configurano come una compiacenza, una diplomazia, un superfluo che assorbirebbe fatalmente un tempo che io devo saper impiegare diversamente, dedicandomi a una mia più significante competenza: crescere i figli senza religioni, dargli il concreto senso della vita, della saggezza della morte, dell’umanità dei principi, dei soggetti della storia, delle querele da presentare contro la società».

A quale madre italiana contemporanea, ditemi voi (se non a “delle Spostate”, e qualcuna per fortuna, io la conosco) potrebbe venire in mente che «il bene» dei figli stia nel «crescere senza religioni»? Che il «concreto senso della vita» stia nel «conoscere i soggetti della storia»?
Ecco, cosa voglio dire quando dico che questa storia è la storia di un grandioso fallimento. Perché la Protagonista, nonostante che i principi ispiratori della sua vita manifestino una discreta dose di fragilità, continua inesorabilmente a restare attaccata ad essi.
Un altro passaggio in cui Ferri dimostra la propria originalità è quello in cui racconta dell’aborto. Se non ci risparmia, come è giusto, una certa crudezza nella descrizione dell’operazione, ci dimostra il suo essere scrittrice vera, quando piazza la sua Protagonista a colloquio col «professore». Succede solo poco tempo dopo l’operazione. E di che parlano, i due?

«…il professore afferma che l’Italia è un caso disperato, che il proletariato manca di ideologia e ‘noi borghesi ne abbiamo troppa’».

Che capacità psicologica bisogna avere, per immaginare una sorta di amicizia, nata, fra un uomo e una donna, dopo che il primo ha eseguito, sulla seconda, un aborto?
Invece, la cosa ha tanto più senso, laddove si pensi che in quegli anni l’aborto non era legale. I due sono legati dall’aver corso un rischio, diverso certo; ma è dall’aver corso quel rischio assieme, che i due resteranno legati.
E come si comporterà, una donna come quella descritta, con un’amica che, poveretta, ha il solo difetto di essere, al contrario di lei «al passo coi tempi»? Non sta forse nello «sfasamento», la lieve derisione con cui la Protagonista la tratta? Tutti quelli e quelle che hanno vissuto una Rivoluzione, e che in essa hanno creduto, tendono infatti a essere complici solo di coloro che la pensano in modo simile. Si spiega così, l’atteggiamento di sufficienza, credo. E come, se no?

«Se ho ben capito, io dovrei aiutarla a imbastire la trama del suo censimento salendo su un aereo diretto a New York e andare a toccare con mano il virus spirituale dell’orizzonte di Manhattan, alla ricerca della famiglia media americana, dell’offerta che supera la domanda o viceversa, del traffico verticale, dei vestiti che si buttano, delle macchine delle verità, delle humans relations e degli operai atomici, di mister tale e di mister talaltro?»

pensa, la nostra donna. Perché, questo atteggiamento di sufficienza, mi viene da chiedere, e che cosa le ha chiesto, l’amica, di così irritante?

«Andiamole a cercare insieme, queste cose», le ha detto, «Troviamole una per una e poi confrontiamole con le loro conseguenze. Tutto con la macchina da presa. Una specie di censimento delle reazioni a catena che dominano l’individuo nell’era della società dei consumi. Capisci?».

No, non capisce, la nostra Protagonista, o forse la irrita la domanda. Forse tutto le sembra già visto, noioso, a paragone di quello che aveva immaginato da ragazza. Come sostiene, in un pezzo mirabile, e parlando del suo passato, degli ideali:

«Per cuore io avevo inteso qualcosa di diverso. Una cifra perfetta di significati cari agli uomini. Avevo creduto di poter dedicare la mia vita ad arricchirli, breve o lunga che fosse, ma tutta carica di quella cifra. Non è andata così».

Non restano, allora, che poche cose, oltre ai figli: le uscite con il marito, per andare a trovare gli amici. Non senza rinunciare allo specchio, e all’immagine rassicurante di sé, per la bellezza che resta probabilmente, che esso rimanda. Non resta che, «la sera, con le luci accese, mi vesto di nero con gli occhi dipinti di nero, le collane al collo e la cipria sulla pelle».

O una gita in barca a remi.

(Fine prima parte)

(dall’incontro sul libro di Giuliana Ferri del 28 febbraio 2017 da Tuba Bazar, la libreria di via del Pigneto 39a)

L’intervento di Paolo Lapponi

“Paola Biocca è la ragazza che mi fece leggere Katherine Mansfield. Lei aveva 17 anni ed io 25.

Il libro della carissima e amata Paola Biocca uscì un anno prima della sua drammatica scomparsa sulle montagne del Kosovo. Giovanissima militante di PO nei primi anni 70, in seguito, fra le sue tante e importanti attività, fu direttrice di Greenpeace Italia, nel periodo di più intensa operatività di Greenpeace, quando appunto si trattò di smascherare e denunciare l’esistenza dell’Arma Nucleare in Israele. “Buio a Gerusalemme” è infatti un vero romanzo autobiografico, non è per nulla un libro premonitore della sua improvvisa scomparsa. Tutt’altro. Il suo spirito è vivo, la sua memoria è incancellabile, come la sua profonda intelligenza femminile ed il suo grande coraggio. Quante cose mi hai fatto capire, Paola, non smetterò mai di pensarti e mai di ascoltarti.

“Buio a Gerusalemme”, Baldini&Castoldi, 1998, Premio Calvino 1998, libro praticamente oramai introvabile

Quando Simonetta Sciandivasci ha nominato Katherine Mansfield, ha fatto scattare in me il desiderio di intervenire al Tuba Bazar in occasione della presentazione di “Un quarto di donna” di Giuliana Ferri.
E’ da lì che ho preso spunto per parlare – in quanto biologo – diciamo così, di Scienza

Paolo Lapponi”

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