(riscrivendo) L’arte di comandare gli uomini (1)

               Capitolo Primo

                                           Via Gregorio VII

                                     



Come molte donne Elisa Dentera per sopravvivere aspettava tutti i mesi una busta gialla.
Tutti i mesi, per posta, ne riceveva una.
Ma siccome si svegliava tardi, la mattina non sentiva mai suonare il campanello, e il postino allora lasciava la busta a una vicina.
La signora Fantini, l’inquilina del piano di sotto, era la vicina. E siccome la Fantini oltre che una vicina era anche una tipa molto curiosa, si teneva la busta fino a che non vedeva Elisa, o finché non le andava di portargliela. Di solito una di queste due cose succedeva il pomeriggio. In realtà la vicina si faceva dare volentieri la posta di tutti. Lo faceva per sapere più cose di loro. 
Il postino da parte sua, era contento di lasciargliela, così non doveva fare la fatica di dividere le buste nelle singole cassette. 
Quando la vicina andava di persona a lasciare la busta da Elisa, era perché voleva saperne di più su di lei. Suonava, più o meno verso le tre, per essere sicura di trovarla sveglia, e se Elisa apriva, la vicina chiedeva con aria finta simpatica. “Allora come va? Tutto bene? E’ arrivata questa…”.
E le dava la busta gialla.
Qualche volta, aveva guardato dentro l’appartamento e ci aveva provato a chiedere se potevano prendere lì un caffè assieme. Ma Elisa aveva detto sì solo due volte, al caffè. E tutte e due le volte era stato a casa della Fantini.
A casa sua, mai. Aveva sempre trovato delle scuse. Aveva sempre detto che aveva da fare.



Anche quella mattina era arrivata la busta. Allora la vicina provò a suonare. Era l’una. Non aveva voglia di aspettare le tre, perché voleva andare a trovare la figlia. Elisa da dentro gridò, “Sì?”
“Mattinieri oggi…”, pensò la vicina ferma sulla porta.
Elisa aveva mangiato poco la sera prima, così si era svegliata presto, e con molta fame. Adesso stava leggendo un fumetto, con le mutande bianche che le strizzavano la pancia, seduta su una sedia del soggiorno. Davanti a lei, sul tavolo, un panino smozzicato, una tazza sporca di caffè e un cellulare tutto rovinato.
Aprì la porta, vide la busta gialla, la prese e senza salutare né dire grazie stava richiudendo. Ma si accorse di essere stata sgarbata, e allora disse, “Scusami Grazia, stavo dormendo…”.
“A quest’ora?”, sorrise l’altra che non si faceva mai scappare l’occasione per far vedere che personalità forte aveva. Elisa in piedi voleva chiudere la porta. 
E “Neanche grazie mi dici?”, chiese allora l’altra.
“Ma ti ho chiesto scusa…”
“La prossima volta scendi e te la metti da te la tua firma, per prendere la busta…”. Voltando le spalle, la Fantini se ne andò.



Elisa chiese piano la porta e aprì la busta gialla.
Aveva mani infantili, con le unghie rosicchiate. I capelli ricci, tinti di rosso fuoco le davano un’aria aggressiva.
Il naso, ereditato dal nonno, commerciante che si era fatto da solo con la borsa nera negli anni della guerra, ce l’aveva importante. Anche la bocca, che aveva ereditato dal padre, ce l’aveva carnosa, ed era quella che la faceva sembrare più giovane. Si sa quanto invecchino precocemente un labbro smorto, un collo cascante, in certe donne.
Gli occhi erano belli. Presi dalla madre, una alta, florida, bruna, importante, ma debole di carattere, erano grandi, verdi, con delle belle ciglia che sembravano disegnate. Dimostrava certo meno della sua età, Elisa, che era intorno ai trentacinque. Ma se l’aveste vista solo due mesi prima avreste pensato di lei come a una ragazza. Da quando Quai l’aveva lasciata aveva preso l’aria di una donna. 
Nella busta c’era un assegno celestino. 
Di fianco a INTESTATO A era stato aggiunto a penna dal proprietario dell’assegno e del conto, il nome di lei e cioè: Elisa Dentera.
Di fianco alla parola FIRMA invece il proprietario del libretto e del conto aveva firmato con uno svolazzo il suo proprio di nome, e cioè: Ruggero Quai
Dietro l’assegno, l’intestazione NON TRASFERIBILE era stata messa con un timbro.
Elisa cercò qualche altro foglietto dentro la busta, ma non c’era più niente.


Anche la casa dove Elisa viveva, gliela pagava Ruggero Quai.
La casa, che era a Roma, gliel’aveva presa abbastanza centrale. Era vicino al Vaticano e nella zona di Via Gregorio VII. Si trovava, per chi conosca Roma, in uno di quei quei quattro o cinque casamenti rossicci che stanno vicino alla Piazza Pio XI e che somigliano a delle costruzioni inglesi. Hanno i muri tutti a mattoncini, proprio come a volte è in Inghilterra.
Nonostante che fosse centrale, era considerata una zona piuttosto squallida, quella, per via delle case tutte uguali. Tutte costruite negli anni sessanta.
In più, quell’appartamento era vuoto. Così l’aveva trovato Elisa e così l’aveva lasciato. 
Comodo era comodo.
Una di quelle case di sole due stanze più bagno e cucina. Sia le due stanze che la cucina davano su un lungo corridoio. In fondo al corridoio c’era il bagno. 
Per terra, c’era una moquette blu ultrasintetica. La padrona, una torinese pretenziosa che l’aveva messa, diceva, “Per dare più calore all’ambiente!”.
Non lo diceva la padrona ma la considerava triste una casa così.
La padrona, si capiva benissimo, non ci avrebbe mai abitato lì. Si credeva una donna di classe. Abitava in via Giulia, lei. Centro pieno.
Elisa ne era rimasta colpita quando era andata a vedere la casa prima di prenderla. Girando per le stanza con un brutto cappello da uomo, impermeabile, calato fino sugli occhi, quella le aveva raccontato di aver rinunciato a lavorare con Fellini, “…per accudire figlio e marito. Sì sì. Sono stata per due anni la sua assistente personale. Ma lei sa come va la vita, no? Ho preferito rinunciare pur di stare con la mia famiglia”.
Elisa no, non lo sapeva come andava la vita. Non l’avrebbe mai mollato lei uno come Fellini, se le fosse capitato di incocciarlo
E anzi, questo fatto di averlo perso, per il figlio e il marito, insieme a quel brutto cappello che portava in testa, calato fino a sopra gli occhi, fecero pensare a Elisa che quella donna fosse un po’ toccata.
Non scema completa, solo un po’ toccata.
“Una terribile cervicale mi tormenta!”, disse la padrona, quando vide che l’altra continuava a fissare ebete il cappello.
Elisa, per tutto il tempo che andarono in giro per la casa, stette zitta.
Parlò solo quando l’altra le disse di Fellini.
E anzi, più che parlare, chiese solo, “Fellini… proprio Fellini il regista?”. Per lei infatti l’artista riminese e i suoi film, erano una specie di mito. Idoli sacri. Tutto quello che di bello e di buono avesse prodotto la penisola italica dai primi romani ad oggi. Roma stessa. Uno che poteva far rivivere il mito di una città come Roma cos’era, se no? Uno che poteva cambiare la vita di un uomo, o di una donna da così a così, cos’era?
Tenne la bocca un poco aperta per la meraviglia.
“Però!”, pensò chiudendola.
Ma neanche allora, neanche quando la richiuse, qualche istante dopo, le venne in mente che forse per sopravvivere quella donna doveva esagerare per forza. Lei le credette. E anzi, le piaceva vederla sgambettare per la casa. Si sentiva quasi come se fosse una sua parente.



Elisa, cioè Ruggero Quai, pagava ottocento euro al mese di affitto. 
In generale, visti i prezzi della capitale, era poco. La zona era centrale.
Qualche segretaria di Ruggero Quai avrebbe fatto di tutto per averla. Anche perché aveva due porte finestre, ed era fresca e luminosa.
Elisa però non ce l’aveva fatta ad arredarla. C’erano solo: le sedie e il tavolo in soggiorno. Un lettino singolo con l’armadio nella camera da letto. E basta.
Erano tutte cose della padrona.
In cucina non c’erano nemmeno gli stipetti.
Elisa, quando la padrona le aveva proposto di dargliene di suoi, aveva detto di no, che li avrebbe messi lei. L’aveva fatto solo per non averla più fra le palle, ma poi se ne era fregata. Non aveva messo proprio niente, lei.
Così che, adesso, la roba che di solito le persone normali tengono nella dispensa, tipo lo zucchero, la farina, e la pasta, Elisa la teneva per terra, in un angolo del balcone. Il fornello e il frigorifero c’erano perché ce li aveva messi la padrona prima di dare in affitto la casa. La lavatrice invece non c’era.
Elisa non aveva comprato niente. Se ne voleva andare da quella casa. Per lavare i panni riempiva di acqua la vasca del bagno, ma poi siccome si sentiva stanca, non li lavava mai. Li lasciava a mollo per intere giornate. In quel momento pure, c’era della roba nell’acqua, Roba che era diventata scura, ancora più sporca e che puzzava. Non aveva voluto comprare neanche uno stenditoio. Metteva le cose bagnate sul cornicione del balcone, per farle asciugare. Ma quelle sgocciolavano per terra. Così che una o due volte, l’acqua sgocciolando aveva raggiunto lo zucchero e la farina, che lei aveva dovuto buttare.



In quella casa Elisa ci stava da sei mesi. 
Alla padrona aveva detto che le serviva almeno per un anno. Si era vergognata di dire che faceva l’avvocata. Aveva detto “Laureata in legge e in aspettativa in una grande azienda di Parma”. Anche a Grazia aveva detto Parma.
Gliel’aveva detto perché, anche se ci parlava spesso assieme, non voleva raccontare cose vere della sua vita. Non le andava di dirle che veniva da Milano. Così, per tenersi sempre aperte altre strade.
A se stessa invece, da quando era entrata in quella casa, aveva continuato a ripetere che sarebbe tornata a vivere vicino Piazza Navona. Lì aveva vissuto con Ruggero. Ci sarebbe tornata appena a entrambi fosse andata via la tristezza, si diceva. Sarebbe tornata in quella casa del centro, pensava.
L’unica persona con cui parlava nel condominio era quella Grazia. 
Poteva avere cinquant’anni. Dei bei capelli robusti, tinti di rosso mogano, facevano sembrare la sua testa molto più grossa di quello che era. Una pelle molto scura per via di una forte abbronzatura le dava un’aria da india. Diceva che le piaceva tanto prendere il sole. E che tutti i fine settimana da aprile a novembre se ne andava al mare. Il viso ce l’aveva rigido e rugoso, ma se ne fregava. Era sposata. Aveva una figlia di vent’anni, sposata anche lei, che viveva da un’altra parte della città e lavorava in un supermercato. Questo era considerato dalla madre un segno di grande volontà. Lei infatti non l’avrebbe mai fatto, di lavorare in un supermercato.


Elisa non se n’era accorta, ma Grazia pensava di lei che fosse un po’ matta. “Quella roba stesa sul cornicione! Ma ‘nnamo! E poi tutto il giorno chiusa in casa a leggere i fumetti! E poi, sarà vero che lavora in una grande azienda di Pa-a-ar-ma?”, chiedeva al marito, facendole l’imitazione.
“Perché no?”, le chiedeva allora lui che con Elisa ci voleva provare, ma non sapeva mai scegliere il momento.
“Eh! Ma quanto è triste!”, diceva Grazia.
Invece Elisa non era completamente triste. Se ne stava tutto il giorno in casa a leggere fumetti, sì. E quando non leggeva mangiava, sì. Subito dopo poi se ne restava ferma immobile su una sedia del salotto a pensare a Ruggero Quai, sì.
Però quando digeriva si riprendeva. La vita allora le sembrava un po’ meglio. Anche quando si andava ad affacciare al balcone, a guardare gli alberi con le foglie sempre verdi  che c’erano dietro le case, stava meglio. Erano quelle le volte in cui pensava che qualcosa di bello prima o poi sarebbe successo anche a lei.





Un’ora dopo averle dato la busta Grazia, che prima si era sentita maltrattata, cominciò a gridare dal giardinetto di sotto, “Elisa! Guarda che la biancheria tua, da sopra, sta gocciolando sulla mia, qua sotto! E non è che poco poco la puoi stendere come fanno tutti i cristiani di questa terra, no? Guarda un po’!”.
“Sì. Faccio subito. Scusa!”, gridò lei da dentro. Prese due sedie dal soggiorno e le portò sul balcone. Ci appoggiò sopra i blue jeans e le magliette che gocciolavano. 
La Fantini col collo allungato, da sotto la guardava, riparandosi dal sole con la mano. Lei, dopo aver steso la roba sulle sedie rientrò in casa. Non sapeva dove mettersi. Prese il cellulare dal tavolo. Lo aprì. Ci guardò dentro. Lo richiuse. Poi andò in bagno e si guardò allo specchio. 
Non voleva truccarsi. Le piaceva, sì. Se aveva tempo, le piaceva impistricciarsi con il fondotinta e le matite. Dare agli occhi un taglio più allungato. Un contorno più netto alla bocca. Alla pelle quella compattezza che comunque già aveva. “Chissà ancora per quanto…”, pensava a volte. Non voleva che il trucco diventasse un’abitudine. Non voleva finire come certe. “Quelle che iniziano e esagerano sempre di più”, pensava. Diceva a se stessa che poi sarebbe stata come quella del piano di sopra. L’alcolizzata, la chiamava. Quella effettivamente indulgeva un po’ troppo col vino. Poi forse perché si vedeva come una fantasiosa, si metteva sempre una minigonna nera e le calze azzurre. Anche il pane lo andava a comprare vestita così.
“Poveretta…”, pensò Elisa. E subito dopo, “Poveretta io. Non lei. Io devo aspettare tutti i mesi questo assegno. Lei la casa di proprietà invece ce l’ha!”, si disse.
Eh sì. Perché di questa donna si diceva che fosse stata lasciata dal marito. Il marito che si era messo a frequentare un’altra. E però si diceva pure che per risarcimento le avesse comprato la casa dove avevano vissuto assieme, il marito, alla donna con le calze azzurre.



“L’acqua… adesso viene giù dal buco!”, gridò ancora la Fantini da sotto. 
Elisa corse di nuovo sul balcone. Con le mani nude non riusciva mai a strizzare bene niente. Allora lasciava colare l’acqua finché la roba, da umida, diventava asciutta.
Non era forte Elisa, che aveva sempre la pressione bassa e pensava quindi di essere di sangue povero. Così si esprimeva sua nonna sulle persone deboli. 
“E ‘nnamo!” 
“Sì, sì, scusa…”, gridò ancora lei, portando in casa la roba che gocciolava.
“Elisa! E comprati una lavatrice! E che cazzo! Sei anche laureata in legge! Non lo sai che è vietato dare fastidio ai vicini?”, gridò la Fantini, che insisteva a vendicarsi, per prima.
Lei sbuffando buttò la roba nella vasca, dove ce n’era altra ancora. Rimase a guardare come piano piano si impregnava anche quella di acqua.
“Sembra viva…”, pensò, aprendo i grandi occhi verdi.
Guardava i panni che assorbivano l’acqua già un po’ melmosa. Sembrava di stare davanti a uno stagno, con dentro un isolotto, all’aperto. 
“Porterà male? Sembrano i vestiti di un annegato…”, si disse. “E se la buttassi? Puzza pure!”
Non li aveva i soldi per comprare uno stenditoio. E anche se li avesse avuti, anche se avesse dovuto rinunciare a mangiare per comprarlo, non l’avrebbe preso. Uffa! Voleva andar via da lì. Tornare al centro, voleva. Tornare con Ruggero, Ruggero Quai!  
Era solo questione di aspettare, si diceva. Anche se erano già passati sei mesi e lui ancora non si era fatto vivo, lei lo sapeva, sarebbe tornato. Lo sapeva. Lo sentiva. Doveva limitarsi a non cercarlo. Fino adesso ci era riuscita a superare l’ansia, il malessere che le dava il fatto che lui non ci fosse. Doveva solo continuare ad aspettare.
Si infilò un paio di pantaloni neri larghi e una maglietta, anche quella larga. Anche quella nera. I pantaloni le andavano lunghi, ma siccome erano stretti sotto non si allargavano armoniosamente attorno al piede, ma anzi, lo stringevano come in una piccola morsa. Sembrava la zampa vestita di un grosso maiale, messa così, quella parte finale della gamba.
La maglietta era piena di brutte macchie biancastre. Le scarpe erano aperte, brutte, di plastica, con la zeppa che ingrandiva il piede. Le guardò. Poteva mettersi le Ferragamo, pensò. Gliele aveva regalate il marito, prima che si lasciassero. E le scarpe di marca si sa come sono. Un investimento. Ne prese una da sotto il letto. Stavano diventando vecchie.
“Meglio non rovinarle ancora di più. Meglio tenerle per le occasioni importanti”. E poi aveva l’unghia dell’alluce con lo smalto rotto. Se ne accorse ma era troppo nervosa per aggiustarsi lo smalto. E poi, dove lo aveva messo?
“Tanto non lo incontrerò proprio oggi, Ruggero!”, si disse. E uscì.

Raggiunse la piazza vicina, quella intitolata a Pio XI, e si mise ad aspettare un autobus. 
Prese il primo che arrivava, senza neanche guardare il numero. Tanto, tutti quelli che passavano di là, andando in giù, portavano al centro. Precisamente dall’altra parte del Tevere. Più o meno all’altezza di Castel Sant’Angelo. Per lei, verso la vita.  
     
manni editore (2008)







     

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