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Riflessive giovinezze

E sarà sempre colpa di Benedetto Croce e del suo dilemma (che viene da lontano) “Poesia o non poesia”, se alcuni autori e autrici, in Italia, ancora preferiscono dedicarsi alla cesellatura di un’opera a pastello, (una tirata moralistica in qua e in là), piuttosto che elaborare una esegesi del reale, non dico onesta, ma adulta sì, anche se un po’ meno colorata di bontà, sensibilità, adeguatezza al gruppo e soprattutto, «tanto tanto amore», «tanta tanta veracità »?

E non dipenderà dal fatto che i genitori italiani, invece di ascoltare i figli, o semplicemente di ascoltare, stanno lì a sperare che a loro, solo a loro, capiti la «star»? Ma non sarà molto meglio spingere, in famiglia, come nella società letteraria per avere collaborazione, invece che competizione?

E se no perché da secoli, gli scrittori (e le scrittrici) italiani si rivelano poi sempre, nelle vite reali, molto meno «buoni» e soprattutto molto meno «impegnati», di quello che non predichino nei loro romanzi?

Dipenderà davvero dall’educazione che i genitori italiani danno ai loro figli nella vita reale, tutto questo esonero dalle responsabilità, se i personaggi (giovani) dei romanzi, da noi, non sono poi in grado di elaborare (come invece fanno Franny e Zoey di Salinger, o Orlando di Woolf, o Fabrizio di Stendhal) un pensiero in autonomia? Se sentì sempre dietro, una vocina che chiede, «Mamma, mi guardi? Mamma, come sto andando?».

Sarà perché il periodo dell’infanzia, come tutto, dalla fine dei settanta, è stato vissuto come un periodo di «investimenti», contrapposti alle libertà, che ti ritrovi oggi dei quarantenni e delle quarantenni torvi e richiestosi, il cui unico desiderio è (alla rovescia) vederti «faticare come hanno fatto loro»? Ma non gliel’ha insegnato nessuno a certi genitori che oltre alla «storia della poesia», esiste la «storia sentimentale» di un’ epoca, cosa e materia solo apparentemente più «da donne», per quelli e quelle terrorizzati all’idea di non stare sempre abbastanza sul pezzo?

E se no perché, tanti e tanti, scelgono sì di fare lo scrittore, la scrittrice, ma il mestiere si traduce poi, invece che in una bella presa di responsabilità anche « sentimentali», in una sorta di parcheggio in quel  «regno della polemica, purché sia» in cui ci sono volte di cui non capisci neanche l’oggetto? E come mai se parla Holden (o Salinger) così come Orlando  (Woolf) o Fabrizio (Stendhal) capisci che ce l’hanno (giustamente) con l’ipocrisia dei padri conservatori, e cara grazia se si riesce a non tagliare loro la testa, e invece da noi la tirata sarà sempre su «o mio babbino caro», dalla parte dei maschi come delle femmine?

Dipenderà dal fatto che Salinger si sceglie «buddista» di contro il padre «protestante», che può non essere sempre un «valore in sé», così come Woolf si sceglie «donna», prima che membro di una importante famiglia e Stendhal «rivoluzionario», e contro la conservazione?

E si badi che non è solo un problema di storie raccontate male, o fasulle, o senza personaggi vivi, è piuttosto che se fai la «proiezione ortogonale» di questi atteggiamenti, invece che di nuove generazioni interessate al cambiamento, avrai l’Italia piena di Presidenti del Consiglio, o aspiranti tali che, pur di piacere ai padri (furbastri) riprodurranno la medesima filosofia (furbastra) e di scrittrici che, sì, ti terranno la tirata sul «dolore e il cambiamento » delle donne, ma nella pratica riprodurranno le medesime filosofie e atteggiamenti scarsamente liberatori e viceversa molto oppressivi che hanno caratterizzato alcune generazioni precedenti la loro.

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