Ricordando Iris

Perché nessuno ripubblica Iris Murdoch? I suoi libri sono classici che hanno molto da insegnarci. Per esempio, provate a leggere oggi “La sua parte di colpa”…
Iris Murdoch





Se penso ai romanzi di Iris Murdoch e alle loro vicende nell’editoria italiana, preferisco dirmi che l’autrice sia stata oggetto di disattenzione, e di poca cura, e non che sia stata rimossa semplicemente perché: «Non vende». Raramente si trovano, infatti, in uno stesso libro, trama, personaggi e dialoghi così ben fatti, come succede invece (praticamente sempre) nei suoi. L’autrice ha anche una biografia a prova di qualsiasi moralità, tanto è vero, che dalla sua vita ne è stato tratto un film edificante (Iris, un amore vero, con l’attrice icona Kate Winslet). 

Se si pensa che, visti i temi che tratta, può essere, politicamente usata (sia a destra che a sinistra), non si capisce davvero perché, per poterla studiare, qualche tempo fa, in un ottimo seminario con Luisa Muraro, a Roma, ci si dovesse servire di fotocopie (oltre che di un libretto pubblicato da nottetempo ma, credo, esaurito anche esso). Non si capisce davvero perché, l’editore milanese che ne aveva i diritti negli anni Sessanta, da tempo non li tenga più, né perché un altro editore, milanese anche lui, che ne ha acquisito successivamente la proprietà, la pubblichi a spizzichi e bocconi, mandando esaurite le copie di ciò che intanto esce – Il mare, il mare (2003) , La campana (2004), Sotto la rete (2005).
Faccio un esempio: se cerco Aracoeli di Elsa Morante in inglese, non ho difficoltà a reperirlo. Segno che l’autrice è considerata in quei paesi un classico, e che i suoi libri vanno ristampati, che vendano o no. Chiusa la parentesi, che spero venga vista per quel che è, e cioè come un sollecito, a editori che hanno spesso in catalogo ottimi autori (che però non pubblicano). Vorrei dire adesso due cose su un romanzo, di Murdoch (nella foto), che mi è particolarmente caro: La sua parte di colpa, è il titolo il italiano (The unicorn, in originale, ottima la traduzione dall’inglese di Gabriella Fiori, del 1969). Iris Murdoch, che viene collocata, e non solo dagli specialisti di lingua inglese, (con Rhys, Spark, Brookner e Lessing) in un gruppo di autrici che molto ha modificato il costume e il pensiero del nostro paese, è nata a Dublino nel 1919. La sua parte di colpa si può definire, senza tema di essere smentite, né di esagerare in complimenti, una di quelle storie con «diversi livelli di lettura».
La trama: Marian Taylor, trentenne libera e moderna, nell’Inghilterra degli anni ‘60, ha appena chiuso una storia d’amore. Piena di buona volontà, nutrita di psicanalisi e studi sulla mitologia, accetta allora un incarico, come insegnante privata, in una landa desolata e paludosa nell’Inghilterra del Nord, presso Gaze, una grande, umida e decadente casa. Invece che dei bambini, come si aspettava, si troverà davanti una donna, Hannah Crean-Smith. Bella, elegante, scalza, gentile, il modello dalla moderna principessa, ha bisogno di essere intrattenuta, (che le si insegni magari qualcosa di francese), e che si leggano con lei libri e romanzi. La bella e magra signora è stata rinchiusa nel castello, (scoprirà di lì a poco Marian), dal marito geloso che, dopo un tradimento, ha deciso così di punirla. Scopo di Marian, diventerà il liberarla. Ad aiutarla, un giovane professore, innamorato della bella principessa rinchiusa, che fa le vacanze nella casa di fianco (chiamata I Riders), il giovane Effingham Cooper.
I nemici da cui i due dovranno difendersi sono: Gerald Scottow, il servitore-complice del marito di Hannah, un tipo di sadico manipolatore (che, poiché siamo negli anni ‘60, col marito è andato anche a letto), il giovane amante di lui, Jamesie Evercreech, e poi la sorella di questo, l’arcigna governante Violet, (che «non sfiorava un corpo umano da anni») che sembra una parente di certe signore della Du Maurier,  e tante cameriere sveglie. Così come (a volte involontari) nemici, si riveleranno le donne e gli uomini che ospitano Effingham, e cioè: il vecchio professore Max Lejour che, da anni, sta finendo la sua opera definitiva sul Timeo di Platone, così come i suoi figli, ormai adulti, Alice (perché innamorata di Effingham) e Pip (perché intriso degli umori, come  degli amori, del posto). Quello di un romanzo scatenato, quasi un Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare in versione moderna, il primo livello di lettura.
Il secondo, (costruito con precisione da orologiaia), riguarda una riflessione che corre, come un filo, lungo tutta la carriera di Murdoch e che riguarda il Bene. L’autrice, che di mestiere è filosofa, e che questa materia ha insegnato per quindici anni ad Oxford,  ha scritto su questo tema molti articoli e saggi, oltre che romanzi. In  The Unicorn il problema è messo in questi termini: «chi pensa, ed è in grado, di fare davvero il Bene di Hanna?». La domanda è posta dal professore Max Lejour all’ex allievo, Effingham (e a Marian), ma alla fine anche gli altri, saranno tenuti a rispondervi. Davvero, chi vuole farla uscire da lì, sarà in grado di darle la libertà? O questa, (o quantomeno un sembiante di questa) non sta per Hannah nell’accettare la sua situazione di reclusa (cui è così comodamente abituata ormai)? Varrà davvero la pena di organizzare un sequestro? Che esiti avrà? E della violenza che prevedibilmente seguirà, da parte dei «carcerieri» Gerald e Violet, che pensare? Come si modificheranno i rapporti, nel gruppo, a partire da quest’idea di liberazione  di uno dei membri, che a un certo punto li terrà tutti uniti? E ancora, per tornare ad alcune delle conversazioni che vedono vicini il vecchio professore, e i due insegnanti, il Bene: che cosa è? Che cosa è il potere? «Le vittime del potere, ché ogni potere ha le sue vittime, ne sono esse stesse contagiate. E hanno da passarlo ad altri, ossia hanno da usare su altri il potere. Questo è il male, e per questo la rozza immagine di un Dio onnipossente è sacrilega».
Se alla fine, i due giovani insegnanti, come in un esilarante quanto colto The Rocky Horror Picture Show (il film di Sharman del 1975, tratto dallo spettacolo di O’Brien) riusciranno o meno a liberare la povera Hannas sta a chi legge scoprirlo. Con un po’ di fortuna (visto che in ogni città italiana, anche in quelle medie e piccole, c’è una biblioteca) e con buona pace degli editori.
  •  
  •  
  •  

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *