Realismo o morte (gli scrittori(ci) e la cosa vera)




Ma sarà il ritorno del realismo, (così come lo recita M. Ferraris, ma in altro modo), a far sì che il mestiere dello scrittore sia tornato per certi versi ad essere il contatto coi drammi veri della gente vera? E se no, come si spiega su FB lo status della poetessa che chiede a chi abbia subito incidenti di mettersi e per cortesia, subito in contatto con lei, perché alte istituzioni dello stato le avrebbero chiesto di mettere assieme un libro? O ancora l’altra (forse giallista), che dice, sempre su status, che una persona incidentata vera e famosa per avere subito questo incidente, abbia scritto una lettera a lei, e proprio a lei? E’ in queste autoinvestiture testimoniali, in realtà tutto il senso profondo della letteratura? In parte sì. Il credersi incaricati di un atto utile alla società è parte del mestiere di scrittore. La parte che gli fa dire, “Adesso mi ascolti, c’era una volta…”. La stessa funzione che costringe chi sta nella stessa stanza, o di qua dal libro, a voltare la testa e a prestarlo l’ ascolto, come cedendo a una seduzione fondamentale, forse l’unica. 
Quello che però in questa ricerca assidua del vero, della testimonianza autentica non viene considerato è il fatto che un bravo(a) scrittore(ice), è anche sempre un po’ imbroglione(a), uno(a) che conta balle, che immagina, arronza, fa finta. Ve lo immaginate il Don Chisciotte che palle, se Cervantes avesse detto la verità e solo la verità sul suo mestiere di cavaliere errante? 
E allora, per chiudere, che pure troppo sono stata seria. Se fare lo(la) scrittore(ice) è, è tornato ad essere per certi, come pare, il mestiere del testimone non sarà perché hanno vinto, in questo come anche in altri campi, le società assicuratrici, le grandi finanziarie da rendita sicura? Non sarà la voglia di fare Consulenza Assicurativa Gratuita, e cioè l’ambizione di sapere l’ultima, di aver capito, di conoscere, di sapere quella definitiva, su di sé come sul reale, a legare la tabella di marcia di tanti autori?

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