Quanto siamo americane noi, le ex-ragazze di Brindisi

Da vissuta al Sud negli anni ’70 non riesco sinceramente a capire le biografie vere e anche quelle finte (che sono i romanzi e anche i film o certi sceneggiati), di tanti che a quell’epoca avevano la mia età, e vivevano negli stessi posti dove ho vissuto io. Tutto quell’uso del dialetto. Il melodramma applicato all’esistenza. O la comicità più sfrenata, o la tragedia applicata. 
C’è una cosa su cui faremmo bene a riflettere. Il Sud del nostro paese assomiglia alla provincia americana. Molto più del Nord, anche se, a pensarci in modo superficiale, una direbbe il contrario. 
Il Nord – la Milano dove ho vissuto io negli anni 80 per esempio, o anche la Como, per parlare di provincia – teneva molto per esempio all’idea di essere un paese europeo. I milanesi preferiscono vedersi europei, non popolo del Sud. Milano ha, molto più che non il Sud, il senso di una sua precisa identità. La religiosità – forse per quell’aria protestante che soffia solo qualche centinaio di chilometri più a Nord – non è, continua a non essere a Milano un semplice rito, ma qualcosa di fortemente legato all’etica quotidiana. Al lavoro, per esempio. Non così al Sud.
 
Caratteristiche del Sud che mi vengono in mente in modo casuale. Quel suo essere algreniamente senza identità (che non sia l’ormai secolare identità di un popolo che ha bisogno, che non ce la fa) che è tutt’uno con la voglia di fuggire che vi si coltiva. Quel suo abbandonarsi carverianamente agli eccessi del consumismo. Come dire, che quando tutto hai perso tutto, non hai più speranze, almeno godersela. Quella sua ferberiana (da Edna Ferber autrice de Il Gigante romanzo, esaurito in Italia, da cui è stato tratto un bel film) mancanza totale di religiosità – che non sia di chiesa, di parata, un po’ teatrale, una schifezza, una cosa da beghine. Quella sua, se vogliamo maggiore fiducia nell’infanzia, nella giovinezza. Al Sud la giovinezza, con il lavoro o senza il lavoro è ancora l’epoca bella, l’epoca grande della vita.
Quel suo considerare twanianamentequesto periodo della vita unico e come tale degno di essere vissuto con pienezza. E chi se ne frega se poi il giovane, la giovane che hai davanti non sta bene. 
Quelle che ho detto sopra sono comunque tutte caratteristiche che rendono il Sud che ho conosciuto io, meno ancorato a modelli huysmasianemente o jamesianamente decadenti o comunque jelinekemente infelici di giovinezza. Voglio dire. La mia infanzia, la nostra infanzia assomiglia certamente molto di più a quella di qualsiasi nostra coetanea della provincia nordamericana che a quella di un nostra coetanea, che ne so, italiana ma vissuta in Italia 50 anni prima. Faccio degli esempi.
 
Il basket. Quando avevo sedici anni io andavo rothianamente nonché mccartyanamente tutte le domeniche alla partita di basket, dove con altre ragazze si faceva la ola, si tifava per la squadra del posto. E nel mio caso – naturale – ci si fidanzava (anzi, si fregava bellowianamente il fidanzato all’amica) con il più bravo, il più bello, il più alto, il più buono, quello che poi verrà venduto alla squadra del Nord, e che verrà pagato benissimo, e che tornerà in provincia ogni tanto negli anni a venire, ma da vincitore.
 
Oppure il tennis. Quando io ero piccola mio padre passava innumerevoli ore tra i vialetti dei campi da tennis. Ore che spesso invitava mia madre a condividere con lui. Mia madre che venendo da Napoli si comportava plathianamente come una bostoniana trapiantata nel peggio Texas e tirava su un muso che levati, raramente lo seguiva. E devo dire che mia madre aveva ragione. 
Al Circolo venivano consumati mccullersianamente giochi di carte e adulteri. Si veniva a sapere di carriere lavorative esemplari distrutte hemingwayanamente dal vizio che ne so, del bere. Di donne e uomini che praticavano foxiane orge. E addirittura c’è stato pure il caso di un presunto assassino. Giuro. Un gioielliere di cui si diceva che avesse da giovane, woolrichianamente ucciso un rappresentante per rubargli la mercanzia. E che avesse nascosto il corpo, murato, o sciolto nella calce viva, non mi ricordo, nel retrobottega. Si diceva che chandlerianamente o cainiamente lo avesse fatto per mantenere la bellissima moglie – che veniva dal nord – allo stesso livello di vita di cui godeva nel matrimonio precedente. In pura atmosfera salingeriana i due avevano per figli una prima ragazza, nata dal matrimonio di lei, che si chiamava B. e che era bella tristemente efitzgeraldianamente come la madre, e due gemelli, un maschio e una femmina, N. e C., frutto del loro matrimonio. Qualche anno dopo, il presunto assassino l’ho ritrovato sui giornali, e con lui i suoi figli. La prima se n’era capotianamente andata a vivere in una grande città. Il maschio dei gemelli era diventato faulkneriamenteun pilota. La ragazza era diventata invece una rossneriana (avete in mente In cerca di Mr Goodbar? il bel romanzo da cui è stato tratto l’altrettanto bello e celebre film con Diane Keaton?) donna tossicomane. E macdonaldianamente (da Ross Mac Donald grande giallista!) o chasianamente il padre l’aveva uccisa per prendersi dell’assicurazione che preventivamente le aveva fatto intestare sulla vita. Aveva il padre, pare, finto una rapina in casa. La madre e il figlio avevano testimoniato (purdyanamente) contro di lui, che è ancora in carcere.
 
In più a Brindisi c’era la NATO. Ma non se la ricorda mai nessuno. Io si, perché mio padre aveva affittato un appartamento agli americani. 
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3 pensieri su “Quanto siamo americane noi, le ex-ragazze di Brindisi

  1. Ma come scrive male lei. Non le è venuto niente manzonianamente? o brancatianamente, o arbasinianamente? Ma mi faccia il piacere!

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