Quanto eri bello, Gioacchino?



A New York avevo un amico che faceva le recensioni. Meglio sarebbe dire che si  sfaceva di recensioni. Sì, perché se non si iniettava in vena tutti i giorni due, tre, anche quattro pezzetti in cui parlava di libri, di teatro, di cinema, di intellettuali in generale, stava male. Scriveva di tutto ciò che possa riguardare anche lontanamente la cultura. Se ti veniva un brufolo, e tu, mettiamo, vergognandoti come una deficiente del pellaceo contenitore di pus gli raccontavi che ti era venuto perché avevi letto troppo Henry James e te lo eri sfrigolato tutto il giorno, lui il giorno dopo era capace di fare un pippone sul Corriere della Sera in cui descriveva gli effetti che possono avere sul corpo certe letture. 
Il bello è che descriveva, partendo dal tuo superficiale quanto passeggero esantema, tutti i casi di isteria, epilessia, e di malattie epidermiche, esantematiche, psicologiche, a cui può dar luogo la lettura. Brufoli compresi. Per una volta tanto non sto parlando male del Corriere della Sera.
Sto solo dicendo che Filippo Crivelli era un narcisista, egocentrico, egotico fino alla psicosi, fino alla più totale maleducazione e oltre. Forse per questo funzionava. Fingeva di avere su ogni scrittore e su ogni argomento un’idea sua, un concetto personale. In realtà la sua era una fissazione. Cioè, gli fregava solo di parlare di letteratura, a lui. Letteratura in senso lato, dico. Qualsiasi cosa tu dicessi o facessi, lui ti ascoltava o ti dava retta, solo se quello che dicevi o facevi avrebbe potuto un giorno diventare fra le sue mani testo scritto, opportunità, spunto, trama, recensione, appunto. Sì, non sto esagerando. Perché oltre alle recensioni con cui si sfaceva, questo signore scriveva e scrive anche romanzi. E vi assicuro che non sono state poche le volte in cui mi sono ritrovata nelle cose scritte da lui, come veloce sollevatrice di tavolini da dare addosso a qualche filosofo un po’ troppo svelto di mano, o come madre un po’ troppo alternativa, di quelle per dire, che ai figli a sette mesi gli danno da mangiare minestra di ceci invece che la consueta pappa d’avena.

Se gli dicevo qualcosa sul perché mi avesse messa in quel racconto, o in quel romanzo, rispondeva una frase ultrafessa tipo “Non rispondo dei miei personaggi io!”. Oltretutto, non è che partisse da cose o circostanze sbagliate o non veritiere. Voglio dire, era ed è un uomo intelligente. Però poi, ci aggiungeva attorno troppe pippe. Sì, perché tutto doveva avere un senso. Tutto doveva chiudere il cerchio morale da lui costruito a tavolino. Tutti dovevano essere come li vedeva lui. Tutto l’universo da lui costruito, universo in cui spesso metteva anche te a farti fare la parte che conveniva a lui, il suo universo a cazzo di cane dico, doveva sempre tornare. Era una cosa di stomaco. 
Adesso non voglio fare quella che a una certa età diventa saggia, e per giunta di quella saggezza scrausa, da quattro soldi, però, vi assicuro se lo vedeste anche voi direste come me, “Però forse se facesse più ginnastica ‘sto Filippo!”. 
Oppure, sentendolo parlare di sé e della sua famiglia, che si riduce adesso a una madre anziana con cui lui vive, e a un fratello che ha moglie e figli, e che vive da un’altra parte: “Però forse, se anche lui avesse fatto dei figli, come suo fratello! Però forse, se a un certo punto della sua vita fosse andato a vivere da solo, come tanti altri, si è sempre un po’ troppo protetto, quest’uomo, no?”, direste. “E’ sempre stato un po’ troppo pigro, no?” Sono sicura.

E come voi anche io penso che sia sempre stato un uomo troppo curativo nei confronti della sua persona.
Un altro modo per dire pigro, certo. Un modo per dire troppo impelagato in un’attenzione atroce nei confronti di sé stesso. Atroce sì, perché poi, come tutti quelli molto attenti a sé stesso, mica la faceva una bella dieta! Mica la faceva una bella corsetta, o un giro in bicicletta, “Oh, sono troppo stanco! Oh, non mi sento bene! Oh, ho da lavorare! Oh, dio, quanto depresso!”. Tutto un sciosci misciosci! Sì, perché dopo che per tutta la giornata ti ripeteva ottanta volte che gli stavano cascando le palle e che sarebbe successo subito, se non avesse trovato qualcuno disposto a sorreggergliele, poi come niente alle nove di sera si stracannava dei bei cannolicchi coi piselli con tanto di pancetta e panna, che volerseli mangiare a New York, vuol dire che sei proprio malato! Oltre che grasso.

Comunque, io giravo con lui. Ero andata a New York, da sola, senza Leandro che a quell’epoca era mio marito. Era appena morta mia madre e io non stavo bene. Avevamo deciso, per quel periodo, di fare ognuno la sua vita, consapevoli della pesantezza di essa, e delle rispettive famiglie che ci erano capitate. Ci saremmo dati una mano noi, una con l’altro, a stare meglio, ci eravamo filosoficamente detti, visto che la fortuna non era stata dalla nostra per quanto riguardava il padre e la madre. Meglio sarebbe dire che nell’ultimo periodo ero stata così male io che Leandro, il mio giovane marito, pur di vedermi fare un sorriso, riprendere a mangiare normalmente, tornare ad essere quello che ero, avrebbe accettato qualsiasi cosa da me.
Comunque, questo Filippo che conoscevo da Milano e che chiamai appena arrivata a New York, conosceva tutti. Conosceva gli artisti e gli scrittori e le potesse e i danzatori e le danzatrici con rispettivi registi e registe, e i pittori. Tutti quelli che stazionavano a New York. Tutti rigorosamente italiani. Non esagero se dico che non gli ho mai, dico mai, in tutto il mese che sono stata lì, sentito parlare l’inglese, se non per dire, “Thank you!” al conducente del taxi. Persino le vie le diceva in italiano. E anche al ristorante si andava sempre a quello italiano gestito da italiani. La scusa era che voleva mangiare la pasta coi piselli con panna e pancetta.


Fra tutti i suoi amici, ce n’era uno che abitava in una baracca tra i palazzoni. Era una piccola casa, probabilmente era stata una bottega tanti anni prima, tra la sedicesima e la diciassettesima. Pur essendo sgarrupatissima fuori, dentro era abbastanza ben tenuta. Aveva tutte le pareti bianche. Una volta ci siamo andati di primo pomeriggio, e il padrone di casa che si chiamava Lucio, stava lì con un amico che faceva l’architetto che si chiamava Tadino e un’amica che faceva la scrittrice, ma anche la giornalista e che si chiamava Luisella. Avevano appena finito di mangiare. Il mio amico Filippo, si mise a spiluzzicare la roba che era stata lasciata nei piatti. Faccio presente che per tutta la strada, che avevamo fatto a piedi, sotto il sole cocente, lui aveva continuato a dire che aveva la nausea e che si stava sentendo male, 
Io,  come ho detto, non stavo molto bene, mangiavo poco. Ero magra. Così magra che tutte le volte che andavo a Brindisi a trovare le mie sorelle loro la prima cosa che mi dicevano era, “Sei troppo magra! Mangia!”. Lo dicevano come se questo avesse potuto aiutarmi.
Avevo con me un cane che si chiamava Gioacchino. Questo cane non mangiava poco. Mangiava tanto. E però non so se per imitazione o se per sua natura, era veramente magrissimo. Gli volevo molto bene, perché l’avevamo preso al canile di Siena con Leandro, appena ci eravamo conosciuti. Gli volevo bene e però mi faceva anche molto incazzare. Perché non accettava, e non accettò mai, il fatto che la convivenza con gli umani non prevedeva solo tetto sulla testa e pasti caldi, cioè comodità, ma anche doveri, tipo quello di non mordere, di non scappare, di non rubare le galline del vicino quando stavamo in campagna, di non pisciare sui tendoni dei giornalai, di non fregare la spazzatura dal sacchetto, di non cacare in casa, di non pisciare in casa. Lui semplicemente se ne fregava. Cinicamente, dentro di sé, non smise mai di vedersi come un ribelle, il canazzo di strada vissuto per un annetto, prima che noi lo prendessimo, da randagio, il bullo che vive di espedienti, con la bocca come una pistola sempre pronta a colpire. Un bandito. ‘Sto deficiente.
Non si poteva toccare. Mordeva. Mordeva tutti. Cioè, non mordeva me, Leandro, il fratello di Leandro che all’epoca si faceva anche le pere, e la sua fidanzata, che anche lei si faceva le pere. Stop. Tutti gli altri li mordeva o li avrebbe morsi se poco poco gliene avessimo data l’opportunità. Io me la cavavo bene con lui, perché pur portandolo in giro senza museruola, ero sempre molto attenta a dire, dovunque andassi, “Guarda che morde! Non lo toccare che morde!”. E lo dicevo soprattutto quando vedevo qualcuno che, magari da lontano provava a dire, “O, che bel cagnone!”
“Guarda che morde!”, dicevo io.


Così. Dopo poco che eravamo entrati nella casa di questo Lucio, l’ingannatore Gioacchino si era già seduto per terra. Si era seduto in un modo che sembrava un cane bravissimo. Io che lo conoscevo però, lo sapevo che sarebbe bastato un niente, un tono di voce alterato, una pacca su una spalla, perché lui si mettesse ad abbaiare forte, ’sto deficiente, con tutto il pelo in su. E se attaccava, abbaiava di continuo per due minuti di seguito rivolgendosi al malcapitato o alla malcapitata che aveva detto la cosa come se fosse stato un cane poliziotto, st’idiota. 
Io allora dovevo mettermi in piedi, strattonarlo con il guinzaglio, dirgli, “La smetti? Gioacchino! Smettila! Oh! Mi ascolti!”, e lui forse, strattonato un po’ e un po’ e ancora un po’ forse alla fine l’avrebbe smessa.
C’erano soprattutto toni di voce che gli davano sui nervi. Doveva essere una cosa psicotica. Di sua sensibilità nervosa. Era una specie di Raskolnikv delle quattro zampe, lui! C’erano donne, soprattutto, e non gli importava l’età, non gli importava dove fossimo, c’erano delle donne, di cui non poteva sentire la voce. Cominciava a frignare. Poveretto. A sua difesa, proprio come fu per l’eroe dostoevskiano, che in tutti i modi cercò di eludere l’omicidio della vecchietta, devo dirlo che si metteva di spalle, come per non guardarla, come per evitarla, la poveretta che gli dava sui nervi. Allora io lo strattonavo, e lui mi guardava, e io gli dicevo, “La smetti?”. E certe volte lui la smetteva. Altre no. Era stressante. Non l’avevo lasciato a Milano perché mi era sembrato normale stressarmi io, invece di lasciarlo a Leandro, che si sarebbe stressato lui. Se me lo portavo sempre dietro anche qui a New York poi era perché a casa della cugina di Leandro da cui ero ospite, in quel periodo ci avevo provato a lasciarlo, ed era successa una mezza tragedia. No, non l’aveva morsa, perché lei si era guardata bene dal toccarlo. Però, approfittando del fatto di essere stato lasciato solo, aveva dato sfogo, neanche fosse stato un novello Aiace che si butta sulle mucche, ‘sto deficiente, a una rabbia sorda quanto forte, e aveva strappato tutta la carta da parati del salottino di Belinda, salottino che lei teneva tipo bomboniera di bisquit, e soprattutto gli aveva cagato tutto il tappeto alla povera Belinda, in modo da trasformarglielo nel fondo di un barattolo di Nutella che nessuno per anni si sia dato la pena di pulire. Se non capite che cosa sto dicendo, è perché forse non sapete cosa possa diventare la cacca di cane dopo avere stazionato una giornata intera su un pavimento a una temperatura media di 28 gradi. Per giunta Belinda e Gioacchino non andavano per niente d’accordo. Non sto cercando di difenderlo. Lui aveva un caratteraccio. 
Però a sua discolpa c’è da dire che Belinda aveva un tono di voce decisamente insopportabile. Insopportabile anche per me. Le sue frasi erano tutte espresse in chiave di si, chiave che ricordava alla perfezione un dito che scorra veloce sull’orlo di un bicchiere di cristallo. 
Avete in mente quell’insopportabile sliin, sliiin, sliiin del dito sul cristallo? Quella nota tenuta alta, alta alta, e soprattutto uguale, sempre uguale, uguale uguale tutta insù? Be’, Belinda parlava così. 

Adesso neanche a farlo apposta la giornalista-scrittrice che era seduta di fianco a me, parlava con quel medesimo tono di voce. Avevo riconosciuto losliiin sliiin sliiin appena entrata, e appena entrata avevo cominciato a temere. Ma Gioacchino fu distratto da Filippo. E così passò un quarto d’ora.
Mi rilassai.
I due non andavano d’accordo ma neanche si odiavano. Le volte in cui lo prendeva in giro, a volte a casa sua, magari mentre prendevamo il caffé, Filippo stava bene attento a non usare toni di voce da cui Gioacchino avrebbe potuto capire quello che stava dicendo. E infatti il cane non capiva. Mi faceva tenerezza vederlo che ci guardava, sdraiato ai miei piedi, e poi chiudeva gli occhi, rassicurato dalle nostre chiacchiere. Come faceva a immaginare che Filippo stesse dicendo, “Brutto pezzo di merda, provati a smerdacchiare qui e ti attacco per le palle al lampadario!”. Però lo diceva a me, e pronunciava la frase come se stesse dicendo, “Ti stavo dicendo mia cara che oggi ho comprato un etto di piselli per provare a fare i cannolicchi, ma ho dimenticato la panna!”
“Smettila di prenderlo in giro adesso gli dico di morderti!”, rispondevo io, e se vedendo la sua paura, mi veniva da ridere, mi sforzavo di far somigliare il mio tono a quello di una giovane donna che dicesse, “Be’, poco male, non le ingrasserà la trippa, signor mio!”. 
Se ridevo troppo però, Gioacchino apriva gli occhi.
Comunque, siccome il poeta, che si chiamava Lucio, e i suoi due amici, Luisella e Tadino avevano mangiato carne, il primo quarto d’ora se ne andò con Filippo che mollava al cane i resti dei resti. Cioè quello che non andava bene neanche a lui, finiva fra le fauci del cane. Quando gli davi qualcosa che gli piaceva molto, se ne stava dritto che sembrava la statua di Anubi, il dio dell’antico Egitto, quello con la testa di cane, “Guarda Anubi! Guarda Anubi!”, dicevamo io e Leandro, e Gioacchino che a noi ci voleva bene, scodinzolava come un pazzo, e a volte piangeva e si sdraiava per terra per farsi grattare la pancia. “Anubi sits! Anubi sits!”, gli dicevamo noi allora, e lui si rimetteva su, dritte come due colonne le zampe davanti, e giù quelle di dietro, il pelo nero e lucido. Anche adesso stava in quella posizione, sedotto dagli esseri umani sulla base non di comandi, ma di misere sfilettature di exbistecche. Smisi di guardarlo e mi misi ad ascoltare quello che stavano dicendo.
“…io non ho detto che non me ne frega della politica, Lucio…”, diceva Luisella, e il suo tono, per la seconda volta da quando ero entrata mi fece pericolosamente venire in mente quello di Belinda. Non sapevo cosa avrei fatto se l’Aiace-Anubi-cacatore-e-morsicatore-a-tradimento se ne fosse accorto, ma non mi andava di pensarci.
“… il fatto, Tadino è che gradirei non essere interrotta quando parlo! Sto solo dicendo che è molto più importante che io mi renda conto, anzi che io constati, come donna, e come essere umano di essere felice, e per essere felice…”
“…ho capito Luisella, la tua felicità, cazzo! Sono secoli che gli esseri umani si chiedono se la loro felicità possa stare da sola! Sono secoli che fior di filosofi si chiedono, ‘E’ possibile essere felici al di fuori di una comunità? Sono io un coglione se non mi sento felice sapendo che anche solo un essere umano soffre i patimenti della fame, o della guerra’ …sono io un coglione se soffro di sensi di colpa, e non riesco a godermela questa felicità? Rispondi!”, ripeté Tadino.
“Mi fai finire per favore?”, disse lei.
“Sì ti faccio finire, però vorrei una risposta…”
“A cosa?”
“A questa domanda, bella…quanto sei bella…”, e così dicendo ‘sto Tadino, si girò all’improvviso per abbracciarla, e voleva baciarla. Lei rideva, “Dai, cretino…fammi finire di parlare” disse.
“D’accordo ti faccio finire però poi dici a loro che noi abbiamo da fare…”
Forse perché continuava a stringerla e Gioacchino non sopportava che qualcuno stringesse qualcun altro, così come non sopportava neanche l’idea che qualcuno potesse colpire e neanche per scherzo qualcun altro, cominciò ad abbaiare.
Intervenne Filippo, “Ohi, stai zitto tu, sai?”
Gioacchino la smise. Dritto sulle sue colonnette davanti guardava Filippo. E aspettava evidentemente che lui gli lanciasse ancora qualcosa. Gratificato per aver ottenuto il silenzio che aveva chiesto, Filippo gli lanciò un pezzetto di pane, che Gioacchino prese al volo, “Bravo!”, gridò allora Lucio, che stava seduto di fianco a me. Gioacchino lo guardo, deglutì e riprese a guardare Filippo.


Con il braccio di Lucio il padrone di casa, che si era spostato di fianco a lei, e glielo teneva appeso al collo, poco dopo, Luisella stava dicendo, “Vedi Lucio, lo dico perché ti conosco abbastanza. Tu non sei mai stato in una di quelle isolette della Grecia, vero?”. Si fermò un attimo. Lo guardò. “Scusa Lucio ma a Rodi io e te, non siamo andati assieme?”, chiese, scostando il braccio di Lucio dal suo petto.
“No, purtroppo no…”, disse lui che faceva finta di addormentarsi sulla spalla di lei.
“…no, è vero, perché ci siamo conosciuti dieci anni fa. Oddio, sembra un secolo! Ma tu da quanto è che sei andato via dall’Italia?”
“Sette anni!”
“Scusa, ma allora noi quant’è che non ci vedevamo? Sei anni! E sì, perché noi la prima volta l’amore lo abbiamo fatto otto anni fa, no?”
Su questa frase Gioacchino si stranì. Sono sicura che non abbia potuto capire il senso di quello che Luisella stava dicendo. E’ stata una pura e semplice coincidenza. L’infausta coincidenza fra l’esaurimento dei fondi tavolacei, e l’alzata di un tono della voce, da parte di Luisella, forse perché subito dopo rise. Gioacchino mugolò.
“Zitto, sai!”, gridò Filippo. Peggio. Gioacchino abbaiò.
“Lo posso toccare?”, chiese Lucio.
“Ma che? Ti mozzica!”, dissi io, cercando di fermarlo a suon di strattoni, “Basta! Stai zitto! Gioacchino! Basta!”. Mi guardò di sguincio, e siccome mi ero alzata in piedi, si mise giù.
“…fammi toccare un po’ di felicità, dai…”, diceva Lucio, e intanto cercava di toccare le tette di Luisella. Gioacchino, che si era intanto sdraiato sotto al tavolo, con la testa sulle zampe e gli occhi aperti, in un modo per niente rilassato, continuava a mugolare.
“Dai, fammi finire! Lucio! Ascoltaaaa… ”, diceva Luisella inconsapevole del pericolo che la sua voce costituiva per lei in quel contesto.
“Finisci!”
“In quell’isoletta della Grecia che non era Rodi…ma che non mi ricordo!”
“Ma come fai a parlare di isoletta della Grecia! Non capisci che se fai parte di una comunità, è della comunità che devi tenere conto!”
“Perché, se no che succede?”
“Se no vuol dire che sei una cretina!”
“E invece ti dico che guardandomi allo specchio e facendomi una linguaccia, io a volte la mattina sono felice!”, lei disse una frase fessa così. Il mugolio di Gioacchino che non era mai davvero smesso, su questa frase che Luisella disse tutta d’un fiato si alzò di tono.
Se avessi potuto avrei mugolato anche io, sinceramente.
“E io? Quando ci siamo visti l’ultima volta? Sei anni fa hai detto?”, l’abbracciò di nuovo Lucio.
“L’ultima volta che abbiamo fatto l’amore è stata anche l’ultima volta che ci siamo visti!”
Filippo stava dando fondo alle molliche per Gioacchino, in mancanza d’altro.
“Vi dispiace se torniamo fra un attimo?”, chiese Lucio, spingendo Luisella verso la fine del tavolo e da lì ancora verso la camera da letto.
“Dai, fammi finire il discorso sulla felicità..”, diceva lei.
Gioacchino mugolò, li guardò uscire dalla stanza e si sdraiò, tranquillo.


“Che avete mangiato?”, chiese Filippo a Tadino. Si era alzato e stava frugando nel frigo di Lucio. 
Intanto Tadino, che era stato lasciato solo seduto al tavolo, e che forse si era depresso per non aver chiuso con Luisella, si grattava la testa e guardava la tavola come se ne avesse avuto bisogno per ricordarsi la risposta. 
Filippo prese un pezzo di formaggio dal frigo. Gioacchino uscì dal tavolo e lo guardò. Lo tirai col guinzaglio e si rimise giù. Le zampe davanti sdraiate. Muoveva solo la testa. Filippo fece il giro del tavolo e si mise davanti a noi, in piedi.
“Abbiamo mangiato bistecche e la feta, quella che hai tu in mano, che ha portato Luisella!”
“Mhm? Che c’è? Cane coglione!”, disse Filippo.
Gioacchino si rimise dritto. Guardava fisso Filippo che mangiava la feta greca. Ora devo ammettere. Quando voleva farsi dare una cosa aveva l’aria del cane migliore del mondo. In più, era un bel cane. Fu così che Tadino senza neanche alzarsi, dalla panca su cui era seduto allungò una mano. Ce l’avrebbe fatta ad accarezzarlo. Infatti Gioacchino, nello sforzo di seguire Filippo, aveva allentato un po’ il guinzaglio e si era spostato. Tadino allungò la mano, la fece arrivare all’altezza degli occhi del cane, e il cane si girò. Una volta. Due. Tre. Non mollava la mano. Lo strattonai, “Gioacchino! Aiuto!”, dicevo. “Ma guarda! Il sangue!”, insistevo.
“Ma non mi ha fatto niente, davvero!”, insisteva Tadino. Si teneva il polso della mano ferita con quella sana. Gli passai un tovagliolo di carta.
Il sangue aveva appena cominciato a uscire. Tadino continuava a dire, “Non mi ha fatto niente! Te lo giuro, non mi ha fatto niente!”. Si vedeva benissimo che il taglio, anzi i buchi che gli aveva fatto, erano profondi. Filippo stava ridendo. A un certo punto cominciò a ridere così forte che dopo gli venne da tossire, e tossendo sputava. “Scusa, Tadino!”, diceva. I pezzetti di feta che uscivano dalla sua bocca e andavano per aria Gioacchino li prendeva a volo, come se fossero stati mosche.  
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