Qualcuno qui è comunista?

Erano dei fessi, lo sapevo. Non è un modo di dire. Già in vacanza avevo sbagliato ad andarci. Ma è che non mi riusciva di stare da sola. O meglio, a quell’epoca se stavo da sola volevo raggiungere altri. Se stavo con altri, non vedevo l’ora di tornarmene a casa, dai miei libri. Che per me erano padre e madre. C’è un film, mi pare di uno dei due De Filippo, in cui a un certo punto compare un bambino, che continua a dire, fino allo sfinimento, “Vicienzo m’è pat’ a me!(Vincenzo è mio padre!)”. In realtà se non ricordo male, non è vero. Questo Vincenzo non è per niente il padre del bambino. E se questa frase viene ripetuta dal bambino stesso fino allo stremo, è solo per convincere l’intruso, che mi ricordo c’è – mi pare sia un creditore o un padrone di casa – di una cosa non vera. E così anche era per me, in quel periodo. Ero come una tabula rasa. Qualsiasi cosa dovessi fare imitavo i personaggi dei libri. Facevo la madre di un figlio di quattro anni, ispirandomi alle donne di libri come La brava terrorista di Doris Lessing, o de Il taccuino d’oro, sempre della stessa autrice. Oppure ero una donna, una donna qualsiasi, ispirandomi alla protagonista di Passato e presente di Ivy Compton Burnett, o anche seguendo le orme della più banale Angelica, l’avventuriera di Anne e Serge Golon. E’ vero che anche nei momenti in cui, venti anni fa ero senza soldi, sola, e senza nessuna prospettiva io non sono mai stata una donna infelice. Ma proprio perché pensavo, esattamente come il bambino del film, di poter ingannare tutti, e me stessa prima di tutto, dicendo “La Lessing m’è mat’ a me! (La Lessing è mia madre!)”. Oppure “I Golon me so pate e mat’ a me! (I Golon sono mio padre e mia padre!). Nel senso che erano loro, a insegnarmi tutto. E come il bambino però, ero completamente fuori di testa. Così. Quella volta, venti anni fa, per evitare di sentirmi troppo combattuta fra lo stare in casa o l’andare, i libri me li sono portati dietro. Si trattava di fare Natale in montagna, a Saint Moritz. Se fosse stato per me, giuro che avevo pensato di farlo da sola, nel mio bilocale di Via Gregorio VII in Roma. Se non che una delle mie ricche, anche se un po’ disgraziate amiche, Desireè Semeraro, ha detto, “Ma no, ma perché? Che me ne importa di te? Dai, ti prego accompagnami! Non ho voglia di fare il viaggio da sola!”. Non me lo sono fatto dire due volte. Con la scusa di farlo per lei, sono partita. Il viaggio è stato piacevole. Lei guidava molto bene. Voleva fare la produttrice cinematografica. Dico voleva perché non ne aveva ancora imbroccato uno, di film validi. Credo stesse preparando un rifacimento di Ben Hur. Rifacimento che credo, non sia mai stato realizzato perché costosissimo. Però è stata la prima donna che conoscevo io, ad avere il cellulare portatile. Che non faceva mai usare a nessuno. Le sei persone che ci aspettavano, sapevano della mia abitudine di scrivere. Quando siamo entrate, stanche e accaldate, la sera del 24 di dicembre alle 19 e 30, mi hanno accolto con simpatia, e nessuno di loro ha evitato di ricordarmi la mia passione. Anzi. E così, se Davide Biduxi, l’industriale ormai anziano che produceva motori fuoribordo, si è alzato per dirmi, “Oh, ecco qui, la nostra scrittrice!”, la sua nuova moglie, la ex hostess, Adela Hansen, di origine tedesca, mi ha detto, con più simpatia di lui, e baciandomi su entrambe le guance, “Non penzzavo che saresti venuta davvero! Tu così di sinistra! Spero che noi due zi faremo delle belle chiacchierate!”. Dopo di lei, che è rimasta seduta, ho stretto la mano a Piero Galli, uno degli imprenditori agricoli più ricchi del Nord Italia, uno dei maggiori produttori di riso. Lasciato dalla moglie per un’altra donna, lo conoscevo per essere un tipo nervoso. Avevamo avuto qualche dialogo amoroso, una paio di anni prima, ma lui era veramente troppo pesante. Con lui c’era la sua attuale compagna, “Lei è Paola!”, ha detto infatti, presentandomela. Anche lei era rimasta seduta. Poi, sono usciti dalla cucina, nell’ordine, Galeazzo Sensi dall’Onda, sessantenne ex ufficiale di non so che ramo dell’esercito italiano – ma soprattutto ricco anche lui, perché imparentato con i Rotshchild – e la di lui moglie, la famosa attrice, ormai settantenne, Silvana Reccobotti. “Siamo andati in cucina a controllare che quel babbeo rincoglionito dell’ indiano non sali troppo l’arrosto!”, ha detto la Reccobotti, ridendo di gola. Aveva la voce molto rauca come di una che tutta la vita abbia fumato troppo. E poi mi ha stretto la mano, sorridendo in un modo che gli occhi gli si facevano a fessura e tirando indietro il collo, un po’ come a dire, “Fatti guardare che io sono una a cui nessuno può mentire! Un’occhiata e te lo dico io, chi sei!”. Siamo rimaste un attimo ferme in piedi, nel salottino e quando la mia amica Desireè ha finito di dire le solite fesserie a, loro sì, quattro babbei idioti, che almeno l’indiano l’arrosto lo sapeva fare, su come fosse andato il viaggio, siamo finalmente andate di sopra a cambiarci. Desireè era contenta come se fossimo capitate a una festa di fighi stratosferici. Quella donna è sempre stata estremamente sconnessa. Le cose che pensa non c’entrano niente con la realtà. In questo eravamo identiche. Era il 24 di dicembre, alle 19 e 30 di sera e sotto ci aspettavano sei stronzi totali. Che minchia ci azzeccava che si mettesse così elegante, in abito nero con tanto di piume e perline sugli orli delle braccia a canottiera? A me quando è così, qualcuno le cose me le dovrebbe spiegare. Per non essere da meno anche io, nel non avere senso di realtà, ho pensato bene di mettermi una tuta verde militare tutta intera, con una cerniera davanti. Una cosa che mi copriva dalla punta dei piedi stivalati fino su a sotto il collo, dove si chiudeva a camicia. Quando Desireè mi ha chiesto, “Ma non hai freddo? E’ estiva!”, ho risposto, “Scusa, e tu? Sotto hai solo le calze e la sottana!”. Invece di rispondere sul merito, ha riso, e detto, “Ih ih ih! La sottana! E’ un sacco di tempo che non sentivo più questa parola!” “Ah, no? E tu come la chiami?” “Non la chiamo. Ma se proprio devo, la chiamo sottoveste!”. E così dicendo si è buttata all’indietro sul letto, ridendo felice, manco ci stessimo vestendo per fare il 24 di Natale a una grande festa da ballo, o a una prima cinematografica, o a un incontro privato con il sostituto di Mao Tse Tung. Nel caso una fosse rispettivamente innamorata della Principessina Sissi, di Robert de Niro, o dell’epopea comunista. Comunque, mentre mi infilavo gli stivali da gaucho, facendo una fatica cane, con un occhio a Desireè che si metteva l’eyeliner, e secondo me era meno in ritardo di me, abbiamo sentito bussare la porta.

“Sìì!”, ha urlato Desireè, un occhio truccato e l’altro no. “Sono Piero! Ti dice qualcosa questo nome?”, ha detto una bella voce, anche se un po’ impostatella, da fuori. “Ma certo, mio caro!”, e così dicendo Desireè è andata ad aprire la porta. Lui, bello, di mezza età, ricco e sorridente è entrato, si è guardato attorno, e ci ha chiesto, “Ma che state facendo, che è pronto? Perché non scendete?”. “Entra, entra!”, ha detto lei, “Che ti voglio chiedere una cosa!” “Cosa?”, ha chiesto lui, e così dicendo è entrato, e ha accettato senza obiezioni che Desireè gli chiudesse dietro la porta. “Dai, entra entra!”, ho detto anche io. E, con quella spiritosaggine che odio di me anche mentre la pratico, ridevo da sola. E’ una forma di felice agitazione che mi rende drogata ed euforica, ma che ha origine da un mio male profondo. E’ proprio come le cellule tossiche della TBC, che fanno sentire allegro chi ce l’abbia. Quando Piero si è seduto sul letto, Desireè gli ha chiesto, “Ma è tornata allora, questa Paola? Come va?” “Boh. Va così. Lei torna. Io la riprendo. Va!”, poi guardandomi, mi ha detto, “Ma cosa ti sei messa addosso? Una tuta da pilota dell’aeronautica?”, e così dicendo si è buttato sul letto a ridere. “E gli stivaloni. Ma che devi andare, in guerra! Ohi ohi!” Non so se per il casino che stavamo facendo, o se perchè eravamo davvero in ritardo con la cena, a un certo punto abbiamo sentito la voce della Reccobotti da sotto che gridava, “Allora? La cena? Ohi, voi di sopra!”, e così siamo scesi di corsa. Adesso, quello che è successo subito dopo la cena, io non so dire se sia successo come risposta a questo nostro comportamento certo abbastanza ineducato, o se sarebbe successo ugualmente. Comunque. E’ successo che la ex hostess Adela Hansen, maritata Biduxi e sin da quando la conoscevo mia grande estimatrice, fra un torsolo di tacchino e una testa di capitone, abbia cominciato a dire, “Angela, hai qvi con te, qualcosa di tvo scritto da farci zentire, per allietare la nostra grande e bella festa?”. Vorrei ricordare che a parte l’indiano poveretto che si scapicollava tra la cucina e il tavolo per servirci, da quando eravamo arrivate tre ore prima circa, non era cambiato niente. Quindi se non fossi stata una mezza scema, avrei dovuto chiedermi si, “Ma dove la vede, una grande e bella festa, questa cretina?”. Invece niente. Sì, c’era stata durante il pranzo qualche battuta del tipo, “Questo Craxi ha rotto, ma i comunisti fanno più schifo di lui!”, detto dalla Reccobotti con la sua solita voce roca, o anche cose tipo, “Fossi de Michelis, lo sfiderei a duello, il primo che mi dicesse che ho i capelli unti, almeno darei un senso alla mia vita!”, detto dal marito, il Sensi dall’Onda. Tutte cose che in teoria avebbero anche potuto movimentare una serata, ma che a me non facevano poi tanta impressione. Anche quando lo stesso Sensi dall’Onda, l’ex ufficiale di cavalleria, imparentato coi Rotschild, si è messo a raccontare che lui tre anni prima aveva quasi rischiato di ammazzare con la pistola un suo vicino di villa, durante un duello, fatto per il contenzioso sul terreno di fianco alle fogne, non mi è parsa così strana, o grande, come cosa. O meglio mi è sembrata una cosa tipica da gente molto ricca. Sì, forse un po’ malinconica, ma tutto sommato ripeto, tipica di quell’ambiente e di quella situazione. Per me non eravamo che otto fessi a una notte di Natale. Otto persone che cercavano di stare bene in uno dei posti al mondo, Saint Moritz che la gente ricca o molto ricca, usa per fare le sue vacanze. Certo eravamo tutti un po’ più brilli. La luce era più intensa. La neve fuori era celeste per effetto dell’illuminazione delle belle case. Il rosso della tappezzeria sembrava più acceso, non so se come conseguenza delle luci tutte allampate al massimo, o se per l’effetto del vino sui nostri sensi. Comunque, ho detto “Sì, Adela. Ho con me, un pezzo del romanzo!”, e ho sorriso. L’ho fatto con un’aria più infantile di quel che mi permettessero i miei 30 anni. Allora Adela ha battuto le mani, contenta della mia risposta affermativa, e a quel punto, primi Piero e la sua fidanzata, e gli altri dopo, hanno applaudito tutti per darmi fiducia. Ero felice. “Vedi che non ho fatto male a uscire di casa? Vedi che ho fatto bene a venire a passare in compagnia la notte di Natale? Vedi che a questo mondo, c’è un sacco di gente carina, simpatica?” E’ che il calore della stanza me li faceva sembrare tutti amici. Intruppicando su per le scale, e nella tuta troppo larga, sono andata di sopra di corsa. Saltabeccando tipo una giumenta di peso medio, ho preso lo scartafaccio dalla borsa, e li ho raggiunti di sotto, sempre di corsa. Il romanzo era una schifezza. La storia di una goffa scrittrice, una mezza scema che io però descrivevo all’epoca e in quella storia come un’eroina. Goffa, appunto, ma pur sempre simpatica. Una che, non riuscendo mai a stare zitta, combina un sacco di guai. Compreso il fatto di far litigare la madre che è una lesbica convinta con la sua amante. E compreso anche il fatto di inimicarsi tutta la società letteraria italiana, per via di una denuncia per molestie sessuali che la deficiente totale fa a carico di uno stimato quanto prestigioso filosofo. Non che avesse torto la scema. Solo che io, non volendo prendere posizione rispetto alla cosa, per non inimicarmi io, tutta la società letteraria italiana, non avevo chiarito neanche a me stessa, che cosa fosse una molestia sessuale e quando e perché si verifichi. Né cosa comporti, e come vada punita. Niente. Diciamo che cercavo di fare ridere con una storia senza capo né coda. Avevo deciso di leggere il pezzo in cui la deficiente totale si trova sola in casa almanaccando il modo di far tornare a sé uno, un suo ex che non la vuole più. Seguivo frasi lunghe e sconnesse per descrivere il percorso emotivo della poveretta in ozio. Mi sembrava molto comico il partciolare di lei, che non sapendo che fare, va a rompere le scatole alla madre e alla sua amante. Ero in quel punto, cercavo di ridere io. Lo facevo per influenzare l’uditorio. Ogni tanto, in piedi davanti al camino, guardavo loro seduti davanti a me. La carcassa del tacchino sul tavolo, a zampe all’aria era la cosa più tenera che ci fosse nella stanza. “Adesso che mi avete mangiato, giuro che vi resterò sullo stomaco, bastardi!”, sembrava dire. E infatti così deve essere stato. Se no io non me lo spiego quello che è successo. Lo giuro. Insomma, arrivata al pezzo di lei che si intrufola in una discussione fra la madre e l’amante lesbica, alzo gli occhi dalle pagine e vedo la Reccobotti che guarda Paola, la fidanzata di Piero, e gli fa segno, come a dire, “Sì, hai ragione!”. Anche questa Paola, le dice, sempre a segni, “Visto? Te l’avevo detto!”. A quel punto, penso, “O questa cosa me la sto inventando o devo stare attenta a quello che si stanno dicendo queste due! Mi sfottono?”. E allora mentre leggevo, non seguivo più tanto il testo. Cioè, ho precisamente cominciato a pensare di stare facendo una brutta figura. Non capivo bene perché. Se non piacesse il personaggio, se fosse troppo lento il racconto, o se fosse noioso. Guardavo Desireè, cercando di capire dal suo sguardo, se stesse seguendo. Dormiva, o comunque aveva gli occhi chiusi, così che non poteva aiutarmi, la deficiente. Piero seguiva, ma con le sopracciglia strette, come se fosse arrabbiato con se stesso, come al solito, per altre cose. Forse si stava incazzando per la storia delle lesbiche. Sua moglie l’aveva lasciato per una donna. Il Biduxi anche lui dormiva, anzi proprio se la ronfava. Il Sensi dall’Onda sin dall’inizio aveva detto che a lui la letteratura non interessava, e quindi di scusarlo, ma che se ne sarebbe andato fuori a fare una breve quando salutare passeggiata. L’unica che sembrava entusiasta era la ex hostess. Contenta come una bambina, la calorosa tedesca seguiva le mie parole. “Le sue gote imporporate rimandano l’immagine di lei a quella dei suoi avi che, secoli or sono, seguivano, proprio come lei, una storia seduti attorno a un fuoco! Ah, la Germania, grande paese!”. Era questo che pensavo mentre leggevo. E “Non come noi!”, mi dicevo. “Italia, paese di merda!” Ero avvilita ormai. La Reccobotti e quella Paola ormai si erano cambiate di posto. O meglio, era stata la seconda a raggiungere la prima. Parlavano, una di fianco all’altra sul divano. Certo, a bassa voce, ma parlavano. “Ehi, ehi! Abbassa un attimo la voce!”, mi ha detto a un certo punto la Reccobotti interrompendomi. “Non voglio che qualcuno possa sentire, anche solo se passando! Ascolta!”, e alzando il dito mi invitava ad ascoltare i passi della gente fuori dalla porta. Si sentiva ridere sulla neve. Era la notte di Natale, non faceva tanto freddo. C’erano dei bambini che facevano a palle. “Ascolto che?”, ho chiesto io, a bassa voce a quel punto. “Guarda che se ti sente il mio Galezzo, non so mica come può finire!” “Ma finire che?”, ho detto io, “Che cosa ho detto? Che sto facendo di male?” E’ stato allora che quella Paola, sedendosi meglio e incrociando le dita di una mano con quelle dell’altra ha detto, “Sì, sono quasi sicura che sia lei!”, “Quindi è comunista! Ah!”, ha detto allora la Reccobotti sedendosi più in punta, in modo da starmi così, più vicina. Io davo le spalle al camino, e loro erano tutti schierati chi sul divano, chi sulle poltrone di fianco. Io, in piedi. “Ma come comunista?”, ho chiesto. E qui, mi sa che devo aver gridato un po’, perché sia Biduxi che la mia amica Desireè hanno aperto gli occhi.

Desireè, se li è anche strofinati. Biduxi no, ha solo fatto schioccare le labbra dicendo, “Chi è comunista?”.
Quando ho sentito Paola che diceva, “Nessuno. Stavo dicendo che ho visto lei… una volta, in televisione. Anzi, ho visto una che le somigliava, una volta in televisione. Ma non era lei!”. “Ah! Ah! Ah!” ha riso Biduxi: “Questa qui, in televisione. Ma va! Ed era comunista? Dì, tu ci sei mai andata in televisione?”, mi ha chiesto.
“Guarda c’è Galeazzo che ci spia da fuori! Piero!”, ha detto la Reccobotti, indicando la finestra, dove io, girandomi ho visto effettivamente la sagoma del Sensi dall’Onda. Lei, la ex attrice, così dicendo si è messa a ridere. E anche Adela, forse per farsi perdonare il piacere che aveva provato sentendomi leggere, si è messa a ridere. Guardandomi, male, Piero si è alzato, ha sospirato, e ha detto, “Sarà meglio che lo chiami dentro, va’!”, e rivolto a me, “E’ finita questa comparsata?”.
Io ho fatto si con la testa. Desireè non so se per l’imbarazzo o perché avesse davvero sonno, si era rimessa a dormire. Se a qualcuno interessasse di sapere se fossi io, quella della televisione, la comunista che Paola aveva riconosciuto, lo devo dire. Non sono mai andata in televisione prima dei trentacinque anni, e solo per questioni legate al diritto all’abitare, come si dice. Per difendere i poveracci che avevano il problema dello sfratto, cioè. Allora, in quel periodo, al massimo, a quell’epoca potevo essere immersa in qualche riflessione riguardante i diritti delle donne. Ma, come nelle altre cose che facevo, non ero brava, non ero immediata. Ero sempre troppo fra le righe, non sapevo parlare. Ed ero troppo timida. Figuratevi se, ammesso che ce ne fosse stata l’occasione, avrebbero mandato me, in TV a parlare di comunismo. (finito sull’antologia, LA LETTERATURA NON CONTA NIENTE, per grazia di Rossano Astremo, e tutti quelli di Citofonare Interno 7, 2009)
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