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Psicanalisti, politica, letteratura e l’uso dei social

Lavoro (da due settimane circa, e speriamo duri anche dopo l’estate), abbastanza a stretto contatto, con un gruppo di psicoanalisti e psicoanaliste. Io (per quel che riesco) li aiuto a capire i romanzi e la loro connessione – letteraria: possibile origine di moduli e strutture, loro sviluppo nella società attuale – con la realtà, e, da parte mia, trovo in loro un aiuto a leggere i comportamenti di scrittori (e scrittrici), personalità  varie, (con ruoli di rilievo e non), contemporanei e non: l’eventuale ricaduta di pratiche e modi, nel sociale o, nelle opere.
Ci occupiamo, per esempio, dell’importanza dell’agire artistico, e delle necessarie responsabilità che esso presuppone, senza le quali non si può dire, davvero, di essere autori, autrici. Così come, una vita non sarà più o meno interessante a partire dai meriti, o dall’esposizione, dalla visibilità, ma dalla capacità di rendersi soggetti autonomi, e, come tali, capaci di incaricarsi del proprio destino.
Ieri, una di queste psicoanaliste, ha detto una cosa estremamente interessante. Siamo la prima società in cui chi ha ruoli esecutivi, pubblici – responsabilità, politiche e non, autonomamente scel
te, accettate, condivise – si lamenta di ciò che lui (lei) stesso(a) dovrebbe fare e non fa. Si avverte una sorta di pericoloso sdoppiamento.

Pensiamo alla schizofrenia da social. Due o tre scrittori(ici) sono stati analizzati come si deve, e anche un paio di politici recenti, per fare degli esempi. Non per correggere, mettere all’indice, dire: “Noi abbiamo capito! Noi siamo più bravi!” (in realtà questo secondo atteggiamento nasconde paure  e disagi speculari alle prime), ma in uno sforzo di alimentare le relazioni.
In Italia, diceva D., la visione familistica accentua la dinamica, la peggiora. “Se sei della mia famiglia, non ti critico, ti proteggo”. Ma questo comportamento, invece di bloccare la dinamica negativa, la alimenta.
Il dubbio è sul “Che fare?”. Parlare a questi soggetti (vista la possibilità di accesso immediato che danno i social)? No? E se no, lasciarli fare? Perché, visto che (in veste di organizzatori, direttori) spesso si servono di denaro pubblico? E se sì, fino a quando? Denaro pubblico a parte. Fino a dove? Le possibilità di ribellione sono bloccate, in questi soggetti, da qualcosa di “prepolitico”. Dovrebbero fare, non fanno e identificano un “falso nemico”, per chiudere il cerchio della loro impotenza, vera e propria. Sono abituati a una lotta all’opposizione e, quando sono invece “al potere”, hanno ruoli di responsabilità, non si rendono conto che le tematiche da affrontare, sono altre, diverse, e che diverso dovrebbe essere il senso di responsabilità, vista la maggiore visibilità e il (diverso) ruolo istituzionale.
Non c’è cattiveria, malafede o falsità, in “chi dovrebbe fare e non fa”, diceva S., la psicanalista, ma una vera e propria incapacità di vedersi come si è, di mettere a fuoco il modo in cui, realmente, si agisce. Si ha, di se stessi, una visione distorta. Alla maniera di certi genitori incapaci, che continuano a vedersi, per esempio, solo come figli (entrando, così, in conflitto, per esempio, coi propri, reali, figli adolescenti, producendo disastri). “Come i gatti quando sono abbagliati, di notte, per strada, dalle macchine”, diceva. È un bel problema, quello identificato da S. e la ringrazio, ma ascolto e taccio. Leggo e taccio. 

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