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Prove per una Filumena

 

Evitiamo per un soffio un tornado, arrivando a Riano da Roma, per assistere a una delle ultime prove (in costume) di «Filumena Marturano», per la regia di Liliana Cavani, che debutterà a Spoleto, al Festival dei Due Mondi, venerdì primo luglio.

Sono in macchina con una giovane ballerina, Livia. Abbiamo percorso in fretta le strade della capitale, indecise se prendere l’Aurelia o la Flaminia. Abbiamo scelto questa seconda, alla fine. Entrambe erano vuote, comunque: la gente si sa, nell’ultimo fine settimana di giugno, va al mare.

Il cancello, quando arriviamo – sempre causa tornado – si è bloccato per un corto circuito. Lasciamo la macchina fuori, sotto un albero. Prendiamo un caffè alla macchinetta. Fa molto caldo. C’è il dubbio se fare o no la prova, prova che invece viene portata avanti senza interruzioni, e nonostante che si svolga in un capannone (e non in vero teatro), a fine spettacolo c’è chi piange.

Nel rimettere assieme le idee, adesso penso che sia quel «Tu avevi me» pronunciato dalla brava Mariangela-Filumena la frase (e il centro) attorno a cui sembra ruotare quest’ultimo allestimento del bellissimo testo di Eduardo de Filippo, certamente uno dei migliori di tutto il teatro italiano (e non) contemporaneo.

La trama è nota: siamo a Napoli, alla fine dei quaranta, una donna, Filumena Marturano (Mariangela D’Abbraccio) di 48 anni, che nella città partenopea è nata e ha sempre vissuto, ha finto di essere in punto di morte pur di farsi sposare dal ricco, benestante, pasticciere e suo amante da anni, Domenico (Mimì) Soriano (Geppy Gleijeses).

Quando l’assistente alla regia Marina Bianchi, percorre il palcoscenico per fingere l’apertura di un sipario (che non c’è) troviamo Mimì che grida all’inganno. Seguono insulti e proclami, contro di lei, Filumena.

Appena lui si placa, lei invece di scusarsi e di spiegarsi, (come sarebbe normale), lo sbeffeggia, lo prende in giro, lo irride. E’ spettinata, scalza, in vestaglia, urla, lo aggredisce: non solo si è comportata male, ma subito Filumena (Mariangela) ha la nostra totale simpatia. Perché?

Per spiegare come mai, nonostante che sulla carta abbia torto, questo personaggio femminile (così radicato ormai nel nostro immaginario) si presenti come portatrice di verità, dobbiamo tornare alla trama. «E’ nella vita (sembra dirci De Filippo), nell’esperienza, e non nella teoria o nella conoscenza slegate dalle relazioni umane, che si annidano i contrasti. E la vita, a noi scrittori, è ciò che ci tocca indagare».

La vita e l’esperienza che, così come la giustizia, non sono mai qualcosa di definitivo, o di dato, una volta per tutte.

Il legame tra Filumena e Don Mimì – come sappiamo – dura da più di venticinque anni quando la storia comincia, da quando cioè, l’uomo ha tolto Filumena da una casa di tolleranza per metterle su un «quartierino» e farla lavorare (essendo lei persona seria e fidata) come «responsabile» delle sue attività economiche e della sua casa. Da allora però, da quando cioè Mimì la dà per acquisita (le ha anche impedito di sposare un altro, con la promessa che l’avrebbe fatto lui), Filumena conduce con forza, una sua vita all’insaputa di lui. Vita che viene fuori il giorno stesso del matrimonio fatto con l’inganno: gli confessa infatti di avere tre figli, di averli mantenuta da sola, e a volte «arrubbando» a lui, sottraendo cioè qua e là cose da rivendere, o addirittura soldi.

Ma a Domenico questo non interessa: aiutato dalla nuova, giovane donna con cui sta e da un avvocato, mette la (finta?) moglie davanti alla realtà: il matrimonio è falso, da parte sua non c’era la volontà di sposarla, se ne deve andare. Filumena allora lo lascia, se ne va a vivere da uno dei figli. La donna prende atto che la sua idea di giustizia e di umanità (il fatto di aver mantenuto e aiutato i ragazzi) non solo sia diversa, ma contrasti, con quella «degli uomini», e soprattutto Filumena capisce che è la legge di Domenico a vincere: quella secondo la quale un uomo ha diritto a usare le persone, e a buttarle via quando più gli faccia comodo.

Quando le luci si riaccendono sull’ultimo, definitivo atto, troviamo Domenico: sta per sposare Filumena. Non ce la fa a vivere senza, ha lasciato l’altra e intende rimanere con lei, ma soprattutto, vuole sapere quale dei tre sia suo figlio.

Di nuovo, lei gli dice che a costo di doverlo lasciare, non glielo dirà mai: di nuovo, nella prova di forza, lei non mollerà. Non ha bisogno di sapere lui cosa ne pensi. Non c’è bisogno di «confronti». Gli dice: «Tu creeresti inimicizie tra i tre…», e gli mette davanti l’irresponsabilità (così come l’infantilismo), del desiderio di cui lui (è vittima) è portatore.

Il «Tu avevi me», è la frase attorno a cui secondo noi, questo allestimento è costruito – dicevamo a inizio pezzo – perché da subito, attrice e regista calcano la mano sul fatto che lei (Filumena) sia stata una risorsa («un capitale») e lui (don Mimì) sia stato così stupido da non capirlo. Il «Tu avevi me» di Filumena non è mai una dichiarazione di guerra, quanto piuttosto condivisione di un sapere e di una consapevolezza su cui Domenico come uomo, e come individuo, non ha mai riflettuto.

Mai che si sia chiesto come lei trascorresse le sue ore, mai che l’abbia vissuta come una «portatrice di saperi», gli stessi che le hanno permesso di portare avanti le attività (economiche) al posto di lui. Da questo punto di vista, viene sottolineata la complicità di Filumena con Rosalia (la brava Nunzia Schiano), senza la quale il (finto) matrimonio, così come le attività economiche e il resto, sarebbero stati molto più complicati.

Il «Tu avevi (hai) me» viene fuori anche quando la donna cerca di far capire all’uomo che non sarebbe giusto favorire uno dei tre ragazzi, solo perché figlio di sangue. Tutte cose cui lui sembra non avere mai, neanche lontanamente, pensato.

Assieme al «Tu avevi me», un’altra frase attorno a cui (con meno rilevanza) ruota lo spettacolo di Cavani è «Non giurare». Anche in questo caso, come sappiamo, a pronunciarla è Filumena. Quando, nel primo atto Mimì (Geppy) Soriano, alterato e rabbioso, fa infatti capire a Filumena (Mariangela) che la relazione, per quanto lo riguarda è completamente chiusa e che lui non ha più bisogno di lei, lei, di nuovo lo spingerà a riflettere: «Non giurare», sottolinea. Ed è, questa, un’affermazione che vale per: «Non puoi mai sapere dove l’esistenza ti porterà. Non fingere una forza che non hai. Non farlo, perché il tuo difetto è la disattenzione; perché ciò cui hai pensato per tutta la vita sono i cavalli, è la mondanità; e poco sai del resto».

E così, quando nel terzo atto, puntuale Geppy- Mimì, come un cane bastonato, chiederà alla donna di dirgli chi dei tre sia sua suo figlio, lei reagirà come una leonessa. Alla grande forza scenica di Mariangela-Filumena (forza determinata probabilmente anche dalla tonalità vocale, altissima, che questa brava attrice sembra raggiungere in scena) fa da contrappeso l’intelligenza di Geppy-Mimì, il quale, invece di adoperare una forza che non ha (e che all’inizio ha solo finto), quando capisce di non avere scampo (e di aver bisogno di lei), si lascia andare, con sensualità, abbandono, e tenerezza. Bella la capacità di immedesimazione che Gleijeses dimostra, per esempio, quando (con Alfredo, il cameriere) ripensa agli «amati» cavalli; e li ricorda, come un ragazzino i giocattoli di quando era piccolo. Bravo Mimmo Mignemi, nella parte di Alfredo.

Voglio scusarmi di questa similitudine (forse anche un po’ banale) che ho fatto fra gli attori principali – un cane e una leonessa – ma forse è proprio questa, una delle caratteristiche che rende questo spettacolo così intenso e interessante.
«Non c’è dato su cui riflettere», sembra dire Cavani, «quando è la vita che si afferma».

La presa di posizione della regista è certa («Una donna, in tema di maternità e di gestione della propria esistenza, è in grado di stabilire leggi anche al di fuori di quelle consolidate»), quanto la condivisione degli artisti, netta. Il legame, la complicità che stringe tutti (i tre figli, la giovane cameriera, la giovane amante di don Mimì, l’anziana governante di Filumena, l’assistente di Don Mimì, oltre ai protagonisti) è evidente, palpabile, avvolge tutto.

Quando andiamo a salutare Mariangela e le facciamo i complimenti per la forza che, nonostante il caldo, tiene in scena, spunta da sotto il tavolino, un piccolo cane. Se ne è stato lì buono, senza abbaiare, e senza farsi sentire né vedere, tutto il tempo. Lui, Geppy, non va in camerino che quando gli altri stanno andando via: curioso e attento, ascolta fino all’ultimo parere, dell’improvvisato «pubblico». Fuori, i ragazzi che fanno la parte dei figli di Filumena si sono cambiati: si chiamano Agostino Pannone, Fabio Pappacena, Edoardo Scarpetta (è della famiglia di attori, attrici, commediografi); c’è anche Gregorio de Paola, «l’avvocato», che in scena sembrava più vecchio. Sono nati fra la fine degli anni ottanta e l’inizio dei novanta. Chissà che pensano di questo testo, scritto quaranta (e più) anni prima della loro nascita. Ci sono anche Elisabetta Mirra, e Ylenia Oliviero, che in scena fanno la giovane amante di Mimì e la camerierina. La seconda è seduta per terra, in calzoncini e scarpe da ginnastica.

Forse perché poco prima di arrivare, alle cinque, c’era stato un tornado che tutto ha ripulito, quando usciamo per tornare a casa, alle otto, l’aria tutta risplende. E’ tutto così chiaro.

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