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Primo romanzo, secondo libro

Sto riflettendo sui classici, in letteratura, e sulla loro importanza.
Il mio primo romanzo, scritto a ventinove anni, e pubblicato nel 1992, ha, nelle note a pie’ di pagina, una vera e propria piccola bibliografia di ciò che di più importante, nel campo dei romanzi, a mio parere, è stato scritto. Una bibliografia di ciò che merita di essere letto.
Non so per voi, ma per me la letteratura è sempre stata lettura e conoscenza di altri romanzi, da una parte, e tentativo di tenere testa alla stupidità umana dall’altra (la mia compresa).
Il libro è uscito con Mondadori che ne avevo un po’ più di trenta, e la colpa è tutta di Ferruccio Parazzoli.
Il romanzo racconta della relazione fra un genitore e una figlia liceale, una “delizia di ragazzina”, dice la nota di copertina.
Una relazione ribaltata: lei fa da genitore, e il padre fa da figlio.
“Perché vuoi farmi del male?”, chiede lui; si lamenta, piagnucola, non riesce a prendersi delle responsabilità. Una, in particolare, che poi è il tema del romanzo.
C’è una donna che lo ama, è chiusa in macchina, fuori dalla casa di vacanza dove sono. Sono tutti benestanti. Di povertà neanche l’ombra. La donna chiusa in macchina, in cortile, vuole stare col padre, che invece è stanco di lei. Si è stufato. Non la vuole più. E usa la figlia, Valentina per difendersene. Il suo futuro è con lei.
Valentina assiste alla situazione, dà consigli, fa quel può. Oggi non è nuova, mi pare, come situazione, (il figlio costretto a fare da genitore, per irresponsabilità dei padri) ma allora non era stata esplorata, o comunque non del tutto, poiché niente si inventa. Per me, la letteratura è sempre stata, anche, un modo di (non) raggiungere le assemblee, le manifestazioni, quando mi rend(o)evo conto che qualcosa, in esse non (va) andava. Non bisogna sposare tutto, di una causa (politica). Poiché fra te e essa, ci sono gli esseri umani, altri uomini, altre donne. A me i libri sono serviti, sin dall’inizio, sin da quando ho cominciato a leggere cinquenne, a mettere una tenda, fra me e gli esseri umani.
A non correre loro incontro sempre, come mi viene(veniva) spontaneo, a non amarli (come si dice) “così come sono”, a non “accettarli sempre”, a non subirli, come se fosse quella l’unica finalità umana (e di una bambina, una ragazza e poi una donna, in particolare). Un modo per dare, comunque, fiducia alla vita. 

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