Persona famosa (perché mi è piaciuto il film di Woody Allen)



Una delle affermazioni più belle e vere del film di W. Allen «To 
Rome with Love» è questa: a Roma, in Italia, a un certo punto ci si 
alza una mattina e si è famosi. Perché? Come? Chi lo stabilisce? Che cosa succede quando si è famosi? Sono tutte domande che W.Allen si fa e cui risponde con una precisione e un senso del divertimento «totali». Si diventa famosi non si sa perché. Sì, forse partecipando a qualche cosa, un programma. Ma qualche cosa, un programma, che non ha nessuna importanza, tanto è vero che nessuno se la ricorda. 
Si diventa famosi perché si va in televisione, intervistati dalla giornalista del TG3 che ti chiede con piglio deciso e sicura di stare dicendo una cosa di grande levatura intellettuale, «Ma lei che cosa mangia la mattina?». A stabilire che tu sia famoso o no, sono i PR, i maitre dei ristoranti che ti lasciano passare, che ti lasciano saltare le file, oppure, le donne, o le maestranze della TV. Queste ultime applaudono dicendo “Sei stato fantastico!”, quando il/la giornalista di turno finisce di intervistarti come “persona famosa” (Benigni nel film), che ha detto tre stronzate sulla marmellata che preferisce. Quando sei famoso, in Italia, le donne ti baciano anche se non ti conoscono, ti chiedono gli autografi, si mettono in mostra, stabiliscono delle complicità fra di loro per venire a letto con te. E’ crudele la descrizione che l’autore americano dà di questa Roma, ed è però difficile sostenere che non sia vera.
E’ bello questo film. Lo è perché W. Allen mette in pratica una assoluta quanto totale impietosità. Lo fa spesso, ma non sempre gli riesce. A Roma molti uomini si tingono i capelli e dicono, con senso di rimpianto, «Meglio essere famosi e ricchi, che poveri e sconosciuti!», cose cioè di una totale banalità, che in un contesto culturalmente povero, come la Roma dei giorni nostri suona come una perla di grande saggezza. La cosa che più fa sorridere è che i giornalisti, le giornaliste che hanno recensito il film sorvolano sul trattamento che l’autore americano ha loro riservato, così che ti viene da chiederti se non se ne siano rese/i conto, confermando la cretineria di cui Allen parla, o se sia semplice furbizia.
L’unico personaggio che non parli di stronzate è «il comunista», a Roma. Certo, è un po’ patetico con questa sua attenzione per «gli oppressi, quelli che non possono pagare». Ma è l’unico che dica a W. Allen (nel film un imprenditore musicale di pochi scrupoli, nonostante la simpatia) «Ma cosa sta dicendo? Ma cosa vuole da noi?». Il motivo non lo racconto, c’è da divertirsi a vedere questo film, che rivela più di una sorpresa.
Non meno feroce è il trattamento che rivela agli stilisti, i veri Dolce e Gabbana ripresi nella platea del Teatro dell’Opera con certi occhialoni che sembrano due mafiosi, ma forse neanche loro, come i/le giornalisti/e se ne sono accorti. E’ feroce con tutti quelli che passeggiano sui tappeti rossi, con «gli sposini ingenui» che vanno a Roma sperando che la vita sia diversa che a Pordenone, con i parenti cattolici e bigotti che li accolgono. L’episodio è un evidente omaggio alla trama de Lo Sceicco Bianco di Fellini. Un Albanese in evidente stato di grazia rifà Alberto Sordi del film di Fellini. Diverso il finale dell’episodio. La sposina qui è emozionata all’idea di passare una notte con uno scippatore (un bravissimo Scamarcio). E’ impietoso con gli studenti americani che a Roma vengono a studiare. Con le loro ingenuità, i loro cliché culturali. L’attrice che aspettando di essere richiamata a Hollywood passa il tempo a «fare cattiva letteratura» e a citare spezzoni di poesie è un ritratto di donna contemporaneo, efficace quanto universale.

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