Perché la letteratura è quasi solo una questione di teoria

L’Adolescente di Dostoevskij non è un bel romanzo. Non lo è nel senso specifico che si dà a questo termine. La struttura è approssimativa. Si avverte la fretta nell’elaborazione. L’autore non ha un’idea globale dell’opera. Non solo, ma procede spinto dall’esigenza di andare avanti, di consegnare “il pezzo” per guadagnare dei soldi. Non sempre il fatto di essere spinti dal bisogno dà origine a forme slabbrate di opere narrative, ma in questo caso è così. Il romanzo, che è uscito nel 1875 racconta la storia di un giovane, Arkadij, che ha deciso di diventare un uomo molto ricco, “un nuovo Rothschild” (come ama dire). Lo fa per reagire al disagio provato quando era bambino ma anche dopo, a causa del padre, della sua assenza e dei suoi comportamenti a volte, diciamo, originali. Non ci riuscirà il povero Arkadij a diventare ricco. Ci saranno nel romanzo invece innumerevoli litigate, scoperte poco piacevoli che riguardano i parenti stretti, una lettera che potrebbe testimoniare chi davvero è proprietario di un grande patrimonio di famiglia, lo stesso di cui si parla per tutta la durata della storia. Tutti temi cari al grande narratore russo. Tutti temi che Dostoevskij ha evidentemente vissuto e trattato, prima ancora di narrare. Altrimenti non si sa bene che tipo di spiegazione razionale dare a tanta bravura.

Mi riferisco alla capacità di intuizione psicologica dell’autore, alla sua lucidità nel descrivere le spinte emotive che muovono i personaggi. Certo su tutta l’opera pesa una cappa cupa e terribile. Quella che tiene sotto i personaggi femminili. C’è una discreta misoginia in questo romanzo. Le donne, tutte le donne di questa storia, sono appena abbozzate. I loro caratteri non sembrano mai, come invece accade per quelli maschili, evocati dalla realtà, ma restano invece maschere, sagome più o meno vivaci, e tutte fanno il verso ad altre che abbiamo già viste in altre storie: la capricciosa, la dittatora, la bambinetta. Rappresentazioni tutte, alquanto banali delle donne contemporanee (si spera solo a quelle) all’autore. E lo sono, banali le figure femminili in questo romanzo, in un modo tale da far pensare che la potenza e la finezza di un romanzo come L’idiota (1869) stiano nella capacità di Dostoevskij di descrivere Nastassja Filippovna. E’ una figura femminile fatta di struggente verosimiglianza, rabbia e bellezza. Lei da sola con la sua storia fatta di recriminazioni, ingenuità, voglia di scappare, arroganza, dignità, rifiuto del denaro, reggerebbe il romanzo. Blue Valentine, il film di Derek Cianfrance uscito nel 2010, narra la storia di una giovane coppia. Lei Cindy è una ginecologa, lui Dean è piuttosto nullafacente, ma anche pittore. Hanno una bambina, quando il film inizia hanno anche un cane. Che muore subito, investito, per distrazione, imperizia, disattenzione di uno o di entrambi i personaggi. Di lei si sa che è figlia di una famiglia complicata. Il padre è violento. La madre subisce. Lui non ha mai, praticamente avuto una madre, e prima di incontrare Cindy non aveva mai pensato all’amore, dice. Se ti metti a guardare il film in modo serio, e cioè senza fare sconti, già dopo dieci minuti ti viene da dire, “Tutto già visto”. Poi però c’è qua e là, una frase che ti fa ricredere. Magari una cosa detta da lei, o un gesto fatto, anche questo, da lei. Spiegherò più avanti, perché è lei a guidare il gioco. Non si tratta di femminismo un tanto al chilo. Questo autore, anche lui, ha una rara capacità di introspezione e di osservazione. Faccio un esempio, perché non sembri che abbia trovato un nuovo Dostoevskj. A un certo punto, Cindy a metà film, racconta una barzelletta. E’ una barzelletta molto triste, brutta, che parla di un pedofilo e di un bambino costretti a camminare da soli in un bosco. Quando il bambino dice, “Ho paura!”, il pedofilo gli risponde, “Tu? Pensa un po’ io che dovrò tornare indietro da solo!”. E però, una cosa triste così, Cindy la racconta ridendo. Lo fa alla fine di un dialogo, anch’esso triste. Vorrei subito dire che io non sono, come tanti, a favore della tristezza per partito preso. Anzi, di solito è una maniera che mi insospettisce, e mi fa essere più attenta. Nel film di Cianfrance tiene. Tornando alla barzelletta. E’ già un po’ che abbiamo conosciuto Cindy, quando la racconta. E’ un po’ che la sentiamo parlare, che la vediamo muoversi con la figlia, una bambina di forse sei anni. L’abbiamo vista essere una madre tenera. In quella barzelletta, e in come la racconta c’è la bravura di Derek Cianfrance nel raccontare una storia. C’è la sua intelligenza. Non è una cosa messa lì per portare avanti il film, quella storiella. Non è un legame fra l’inizio e la fine della narrazione. E’ una spiegazione sapiente ed accurata di un carattere, quello di Cindy, donna complessa, bella, forte, una donna problematica ma che sa superare i traumi. E’ in quella barzelletta che l’autore mette quella che è secondo lui una spiegazione di come si possa finire disperati, quando si venga da una famiglia dove a regnare sia un padre isterico, e a subire l’isterico sia una madre inetta. Potrei dirne e darne altre di “spiegazioni” che sia Derek che Fiodor mettono nelle loro narrazioni. Elementi che servono a riordinare il mondo. Forse non c’è niente di vero nel fatto che un ragazzo possa diventare dipendente da una figura femminile e solo da quella (Cindy, la moglie, nel caso di Derek) per non aver avuto una madre cui far riferimento da piccolo. Ma i passaggi attravero cui Cianfrance ci narra come si esprima, questa sorta di affettività unidirezionale, sono così trasparenti, profondi, veri, da sembrare il narratore, uno dei primi ad essersi avvicinato a questa materia.

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