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Perché Emiliano

Era il 2011, e stavo finendo “Volevamo essere giganti”, che è la storia di Lucy, una professoressa di lettere che lavora in un istituto privato, e che a un certo punto prende a schiaffi la madre di una sua allieva, dopo averla vista picchiare la figlia.
La preside dell’istituto, che ha fiducia (e anche bisogno di) in Lucy, invece di chiederne la rimozione, e per calmare le acque – quei genitori che insistono – chiede che la professoressa venga seguita da una psicoterapeuta.
Poi cercavo un cognome per la psicoterapeuta. I nomi fanno molto, secondo me, in una storia. Sbaglia un nome, e il 35% della storia se ne va, secondo me, a farsi benedire. Doveva essere una di quelle persone che confondono “l’esigenza, la voglia di cambiare”, con “queste sono paturnie personali, fatti tuoi”: non doveva essere “una donna d’ordine”, ma piuttosto una praticona, una di quelle che a ogni istante tirano fuori la parola “moderno”, e in realtà si comportano in modo vecchio.
Una di quelle persone che fanno danni, proprio in quanto “moderne”. Una di quelle persone che insistono sul “miglioramento”, e che però non sanno da dove partire e ripetono cose orecchiate, qualche aneddoto, due formulette. Non volevo che fosse una “macchietta”. I caratteri non possono, non devono mai essere inventati. Lo diceva Elsa Morante: la psicologia non può mai essere approssimativa. Puoi inventare tutto, ma non la psicologia. Passai in rassegna un po’ di nomi, di personaggi: politici, dottori, uomini e donne di legge, stilisti, sindaci, consiglieri. Chi, nel modo di fare, corrispondeva a ciò che avevo in mente per il mio personaggio? Poi ci arrivai: l’allora sindaco di Bari, Emiliano. Seguii per un po’ il suo lavoro, il suo modo di fare. Presi degli appunti: il modo di parlare, di gestire il dialogo. Ecco, qual era il nome della psicoterapeuta, cui è affidato il destino di Lucy, la protagonista di “Volevamo essere giganti”: “dottoressa Emiliano”. Suonava bene, sì.
“Sono passati sette mesi, dal nostro primo incontro, dottoressa Emiliano. Si ricorda, mi disse, per spronarmi: ‘Lei non è la conquista che cerca, non è il successo. In lei il piacere nasce solo dall’ansia che le dà la lotta. Ed è quell’ansia che la gratifica, è quella che lei cerca’. Non ci volevo venire all’inizio, si ricorda? Mi sentivo rifiutata nei miei gusti, nelle mie passioni. Non potevo usare neanche la parola Weltanschauung, che lei mi bacchettava” (VEG, 2012, Gaffi Editore)

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