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Per una metodica delle congiunzioni. Gli indifferenti

Gli indifferenti è uno di quei volumi che, assieme a Il Giovane Holden, nella mia biblioteca – anche Morante ma, nel caso di quest’ultima, perché con l’attrice Lidia Mancinelli, leggemmo e spiegammo pagine da L’isola di Arturo, anni fa, in un locale vicino a via dei Giubbonari, a Roma –  si presenta quasi totalmente fatto di orecchie e segnalibri. E’ un libro di cui bisognerebbe non solo studiare la struttura e verificare per esempio, la coerenza psicologica dei personaggi, dopo aver ricostruito innumerevoli volte la trama, ma anche contare e considerare le particelle e le espressioni. Provate a chiedervi: qual è l’uso che fa delle congiunzioni Moravia? E’ vero o no che sono metodicamente usate per portare avanti la trama? Prendiamo intanto. Tutte le volte che lo usa (per es. “intanto Carla”) è vero o no che è come se riprendesse la parte riferita al personaggio di cui sta per dirti? E’ vero o no che è come se te la rimettesse lì di fianco, una sorta di Bignamino che serve, fra l’altro, a rendere molto più gradevole la narrazione? E ancora:  quante volte, in questo romanzo, il verbo precede il soggetto? Es: “Entrò Carla”, oltre a essere l’inizio, meraviglioso, di una delle trame che, a mio parere, più hanno segnato il novecento italiano, è vero o no che è anche il paradigma su cui la storia procede? Perché Moravia lo usa? A che serve la profondità di racconto che questo modulo espressivo, questa inversione, dà alla narrazione? Se ti dico infatti “Entrò Carla” ti sto dicendo che sì, una ragazza entra in un salotto in cui c’è, su un tavolino rotondo, un contadino cinese che muove la testa, ma ti sto anche suggerendo che dietro a questa azione c’è molto altro, altro, che io narratore, sto per svelarti. Un’altra cosa: i punti e virgola. Quanti ce ne sono ne Gli indifferenti? Dopo averci provato un po’ di volte alla fine ho deciso che non aveva senso contarli. Sono troppi.
E’ un libro che va letto più di una volta, il libro, a mio parere, definitivo che la letteratura italiana abbia prodotto sul tema de: “una famiglia borghese”. Ne ho amati molti altri: Caro Michele di Ginzburg, Quaderno proibito di De Cespedes, La cognizione del dolore di Gadda. Sull’argomento ho da poco scoperto quello di Sandra Von Glaserfeld,  Gli effimeri. Ma a mio parere nessuno, come Gli indifferenti, ha elaborato e saputo trattare questo argomento, i personaggi, con tale sapienza narrativa, consapevolezza e bellezza della lingua.
Anche in questo caso, il film che ne è stato tratto – di Citto Maselli – pur bellissimo, non vale il romanzo.
  

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