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Per amore di E.A.Poe

Escludendo i giorni in cui sono morti i miei cari, escludendoli perché quelli sono giorni speciali – che nella mia testa chiamo inclassificabili – credo di poter dire che le ore più brutte della mia vita le ho passate la volta che ho ingoiato lo scarafaggio d’oro.

Niente di E.A. Poe, per carità. Io, che adesso lavoro al bar dell’aeroporto, sono una donna, nera, originaria dell’Etiopia, per niente brutta che per svariati anni ha pensato di poter vivere grazie alla propria bellezza come mantenuta di un marito ricco e dopo, come modella per un’agenzia abbastanza affermata. Ora lavoro qui: dalle 9 alle 14, certi giorni, e dalle 14 alle 22 altri.

Dire che la mia vita sia migliorata per questo, no. L’unica cosa positiva che si è verificata è stata l’acquisto della casa che, potendo dimostrare di avere un lavoro, ho potuto concludere.

Bella è bella, anche se molto piccola. Bello anche il quartiere: i Murazzi, a Torino.

Se volete sapere che cosa c’entri questo mio acquisto con l’aver dovuto ingoiare uno scarafaggio d’oro ve lo dico subito: il fatto succedeva due anni fa. Posso dire che da quando l’ho ingoiato nulla di terribile mi è più successo. Certo, la mia quotidianità, immersa come sono nel caffè che preparo per migliaia e migliaia di persone che viaggiano è orrenda, ma non di questo, non di lavoro, voglio parlare oggi.

La casa, dicevo. Quando l’ho presa, la signora che me l’ha venduta – anzi, era una signorina – ha lasciato sull’armadio che c’era in camera da letto, un piccolo gioiello, lo scarafaggio che dico. Ho pensato che avrei dovuto restituirglielo. Però poi, col fatto che ero avvilita, che non mi andava più di dover stare con un uomo solo perché fino allora mi aveva mantenuta, e che la mia quotidianità era piena di accidenti che non sapevo come risolvere, me lo tenni. Per ripicca. Decisi che me lo sarei appeso al collo, e da quel momento l’avrei considerato come il mio portafortuna. Ma invece, non fu così. Anzi: una serie di disgrazie piccole e grandi cominciarono ad accadermi. Innanzitutto, e questa fu veramente la più grave, il mio ex marito, per la decisione che avevo preso di lasciarlo, mi picchiò fino a rendermi un mostro. Rimasi ferma nella mia convinzione di non prendere più soldi da lui. Poi il gatto mi sparì. Forse era scappato, non lo so. Già altre volte era andato via, ma quella volta, a differenza delle altre, non tornò più. Non solo. Più di una volta persi il trenino che, dalla casa dove stavo allora, mi portava a questo lavoro. Non arrivavo in ritardo alla fermata, né qualcuno mi impediva di raggiungerla. Semplicemente, tutte e le tre volte che successe, stavo pensando ai fatti miei. Non collegai subito il tutto alla presenza dello scarafaggio. Fino a due anni fa ero una donna senza religioni, e forse ancora adesso, lo sono. Sì, perché non so se possa essere considerata una religione il fatto di avere come proprio dio E.A.Poe.

Un giorno, mentre meditavo su tutto quello che mi stava capitando, entrai in una libreria. Aveva in vetrina dei fiori blu che mi piacevano molto. Per caso lo sguardo mi capitò su quel libro di racconti con la copertina a righe, così particolare. Non fu per caso invece, che quando vidi il titolo Lo scarabeo d’oro nell’indice, decisi di comprarlo. Fu lì effettivamente che cominciai a collegare. Fu leggendo quel racconto che mi resi conto di come, fili del destino a noi sconosciuti, si infilino nelle nostre esistenze e le devastino. E allora agii. Mi tolsi lo scarafaggio.

Pensai di buttarlo, ma non volevo. Era pur sempre un oggetto d’oro. Una cosa che, se mai avessi avuto bisogno di soldi, avrei potuto vendere. Lo misi quindi in un cassetto. Ci credete se vi dico che, il giorno dopo, la bicicletta che mi aveva prestato una mia amica, si bucò? Ci credete se vi dico che, poiché ero molto stanca, la lasciai per strada? Ci credete se vi dico che me la rubarono? Fu allora che capii. Avrei dovuto farlo sparire. E così feci. Lo misi nel sacchetto dell’organico. Solo che, quella notte, non potei dormire per il senso di colpa che mi era venuto. Cosa mi sarebbe capitato di male, a me, che mettevo nell’organico un oggetto d’oro?

Al mattino – anche se non avrei dovuto recarmi al lavoro che alle 14 – mi alzai presto e, come prima cosa, andai a recuperare lo scarafaggio. Non l’avessi mai fatto. Quel giorno, non solo si ruppe la macchinetta dei caffè – cosa che ci costrinse a distribuire quello solubile, con conseguenti scocciature da parte della maggior parte dei viaggiatori – ma mi si smagliarono le calze. Fu appena scesi dal tram che lo feci. Infilai la mano nella tasca della borsa, lo presi e me lo misi in bocca. Fui certa che ad E. A. Poe sarei piaciuta. Forse mi avrebbe addirittura amata. Che una donna, nera, con la bocca rossa e la lingua rosa tenga in bocca per qualche istante un oggetto giallo, di un materiale prezioso come l’oro, indecisa se ingoiarlo o no, non è una splendida immagine? Credo di sì.

Appena lo ingoiai stetti meglio. Poche ore dopo, male. Il giorno dopo – anche se per via di un allarme attentato che ci fu in aeroporto, fu molto faticoso – io lavorai meglio dei miei colleghi, con un sorriso che loro neanche si sognarono di avere. Pensavo all’oro che avevo dentro. Poi stetti di nuovo male, e finché non scrissi, proprio come Poe, questo racconto, il male continuò.

Certo, forse se non lo avessi letto, l’idea non mi sarebbe venuta. Ed è così che poi ho fatto fare a un falegname un piccolo altare. È nel mio soggiornino: ci ho messo sopra il libro di racconti che ho comprato due anni fa. Davanti, Poe. Sul bordo, un lumino sempre acceso. Dove lo scarafaggio sia finito io non lo so. Però che ho fatto bene ad ingoiarlo, oggi, è una cosa che mi sento.

http://www.succedeoggi.it/testo-a-fronte/lo-scarafaggio-doro/

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