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Paula Fox al lavoro

Natale è sinonimo di “tempo libero” e di “famiglia”. Insomma, tutto il contrario del “lavoro”. E per capire a fondo questa contrapposizione, leggete «Storia di una serva», di Paula Fox


Se avete sempre pensato che l’energia e la concentrazione servano per i giorni di lavoro, e non per quelli di festa, vi sbagliate. Il lavoro, rispetto alla famiglia (e ai giorni di Natale, che della famiglia sono sinonimo) è quel che si dice, «acqua fresca». E lo è per tutta una serie di motivi.Innanzitutto il lavoro è apertura al mondo: è conoscenze, amicizie nuove, è occasioni d’incontro, è – la possibilità di incontrare – l’amore. Il lavoro spesso è: viaggi, la possibilità di vedere come gli altri vivano, nuove architetture, nuovi, come si dice «paesaggi» emotivi e non.
E sì, il lavoro è impegno, ma meno male. A stare fermi – come a Natale, per l’appunto – si rischia di pensare. E chi ne ha voglia? Il lavoro è tutto il contrario dei giorni in famiglia. Laddove infatti, la famiglia – la madre, il padre, i fratelli, e anche i nonni, gli zii – è intesa come Natale. Natale come domande («Allora, come va? Che stai facendo?», richieste («Mi avevi promesso!»), aspettative («Sarei contento se tu facessi…») sprone («Vai! Fallo!»), sorrisi (finti), lacrime (vere o finte).
Se pensate che vi stia impartendo il generico pistolotto sul Natale, vi sbagliate. Sto cercando di parlare di un romanzo: questo Storia di una serva, scritto da Paula Fox nel 1984, pubblicato da Fazi nel 2008, con la traduzione di Gioia Guerzoni. È il libro, bellissimo, che mi è venuto in mente, quando Nicola Fano mi ha gentilmente chiesto di indicare un «consiglio per gli acquisti» per Natale.
Un libro che narra la storia di una vita intera, e che parla quindi di lavoro. Il racconto di un’infanzia sull’isola di San Pedro, ai Caraibi (Malagita, villaggio agricolo, natura in primo piano) nella prima parte, e di una vita adulta a New York, a fare la cameriera, nella seconda.
La piccola Luisa de La Cueva conosce presto infatti, oltre alla sua casa, (dove vive libera, quasi sempre scalza), anche la vivienda (quella padronale, dove la madre domestica lavora), e altrettanto presto si rende conto di essere il frutto dell’unione della domestica di casa e del figlio della Signora Padrona: Beatriz de La Cueva.Classi sociali diverse, e diversità di obiettivi su cui riflettere, sin da subito quindi, per la piccola.
Lunghe estati trascorse con la nonna Nana, (la madre della madre) a non far niente. O meglio, a pensare (a pensarsi unica, come tutti i bambini, di quell’unicità che attribuiamo all’incontro delle due «diversità» che sono per tutti i bambini, il padre e la madre), a ciondolare (a curiosare nella casa padronale), a mangiare (con la madre, o con la Nonna Materna), a sapere che esiste il «pettegolezzo» di cui sei oggetto come «diversa», ma soprattutto a fantasticare. A fantasticare su quel che hai visto nella casa padronale, e quindi inevitabilmente a fantasticare su di te, su tuo padre, sulla ricca nonna che vedi solo come un’ombra. Su tua madre no, perché quella ce l’hai sempre davanti. È quella disponibile, la madre, quella che ti dà da mangiare, disposta ogni tanto a sorbirsi i tuoi rimproveri e spesso a farne.
E così passa metà libro. La seconda metà del libro riguarderà invece il viaggio a New York, la città dove Luisa de la Cueva si trasferirà coi genitori. Il padre ha infatti scelto, fra una vita da ricco e «la serva e la sua bambina», queste ultime due.
Se la prima parte del libro è un’unica, incantata riflessione sul tempo libero, sulla fortuna e la dannazione di cui gode chi ne ha tanto – il tempo libero è sempre, necessariamente anche noia, fantasticheria, rimuginio, fatica, stanchezza – la seconda parte è invece una riflessione sul lavoro.Luisa, a New York farà infatti, e per tutta la vita, la domestica, esattamente come sua madre, la donna con cui ha passato l’infanzia. Non un lavoro importante quindi, quello di lei. Si infila nelle case della gente (quasi sempre perché ha bisogno di soldi, raramente perché provi simpatia per essa) e a partire da lì, da quell’appuntamento (il mensile di cui ha bisogno) la vita evolve, e passa. E passa bene, al contrario di quel che una potrebbe pensare.
Passa bene, perché è un’infanzia libera ad assicurare una decente sopravvivenza, e quasi mai l’insegnamento precoce di un lavoro – o l’obbligo «al lavoro» – o del sacrificio.Luisa ha senso della dignità, è intelligente, brava (come sua madre è stata con lei) a sua volta col figlio Charlie, che avrà da Tom, un uomo che poi lascerà.
Sono 450 pagine di romanzo, questo Storia di una serva. E se «Meglio serva fuori casa, che moglie in famiglia», sembra essere il suo motto, in realtà è un libro in cui sono concentrate diverse vite. Paula Fox non parla mai del Natale. Non ne parla mai perché questa è una bellissima (e vera, e seria) storia sulla famiglia, sulle famiglie, anzi. Paula Fox non parla mai di Natale perché il Natale, di famiglia (famiglie) è sinonimo.
Conversazioni straordinarie qui vi aspettano. Qui troverete nipoti bambine che litigano con vecchie nonne. Madri giovani che sgridano (o accarezzano) figli grandi. La famiglia Greer. Padri che umiliano (o salvano) figlie sole. Donne povere e sane, donne ricche e spostate di testa. La famiglia Justen. Uomini ricchi svegli e uomini ricchi stupidi. Donne ricche e cattive e donne povere e stonate. La famiglia Miller. Cani, gatti, uccellini. La famiglia Mortimer. Tutta l’umanità e gli animali da compagnia che sia possibile prevedere a partire da più case, più genitori, più figli. E colpi di scena, scenate. Che naturalmente (e non è forse caratteristica di molti Natali?) si verificano durante il tempo libero.
Perché il lavoro è per definizione, salvezza. È conforto, protezione, sospensione del tempo, identità scelta e non subita, è (può essere) salutare fuga da casa, dal Natale, e quindi sicurezza, opportunità continua, così come fatica, sconfitta, ma anche libertà, prove (scelte), e vittoria, alla fine, o almeno consapevolezza di aver intrapreso l’unica strada possibile.
paula foxApprofittiamo allora del Natale anche per riflettere sul culto del lavoro, sulle parole vuote che in Italia vengono diffuse a partire da esso, a fronte delle poche opportunità reali che le vecchie generazioni mettono a disposizione, e sugli anacronismi sociali e giuridici contenuti nelle recenti leggi.
Dopo il lavoro, la famiglia. Fra i tanti libri – sia saggistica che romanzi – bellissimi, che la prendono a soggetto – e, come sinonimo di essa, il Natale – questo Storia di una serva di Paula Fox (nella foto) certo non sfigura. Ma, poiché viviamo in Italia, paese quanto mai dedito al culto della famiglia, e quindi delle feste natalizie – mi dispiace deludervi, ma – non lo troverete in libreria. Mi dispiace. È esaurito. I «consigli per gli acquisti» portano – essendo spesso interessati – come sempre da noi, in Italia, da un’altra parte. Una parte sbagliata? «Magari!», viene da dirsi. Sarebbe infatti, pur sempre una parte. No, i consigli per gli acquisti portano in modo casuale, abboracciato, vago, chissà dove, da noi.
Portano, semplicemente, dove, non si sa, e in quanto tali: «Vagolano… vagolano… vagolano!», come diceva l’omino dei semi volanti, in primavera, in Amarcord di Fellini: un’altra bellissima opera sul «tempo libero» (che si ha da ragazzi), sulla famiglia, e quindi sul Natale che vi consiglio assolutamente di riguardare nei giorni di festa. Ma torniamo ancora per un momento a Paula Fox: una scrittrice che, spesso su trame inesistenti, costruisce libri bellissimi. Mi viene in mente una cosa, a proposito di acquisti di libri, e di trame: anche qui, come in altri campi quando si tratta di storie: non fatevi ingannare dalle «bandelle», dagli «urli» colorati di chi cerca di piazzare le proprie storie! Le trame, sono già state tutte raccontate, fidatevi. Un buon romanzo è il modo in cui è narrato, o meglio dovrei dire, è detto. Proprio come un Buon Natale!
(sta in Succedeoggi)
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