Passaggio in Vietnam (primo giorno)



Siamo partiti alle 14 e 5 ieri da Milano Malpensa. Lo scalo era a Bangkok. La Thai è una buona compagnia aerea, nel senso che parte in orario, le signorine e i signorini che ci sono sopra non sono invadenti, e non si mangia neanche malissimo. Durante il viaggio ho visto tre film: due erano cose che non avevo visto, e avrei potuto tranquillamente continuare a non vedere. Il terzo invece, l’ultimo di Soderbergh, “Effetti collaterali” è un film eccezionale. Non lasciatevelo scappare, se vi capita.  Di quelle opere che continuamente ti dici, “Ho capito, è questa roba qua”, e invece continuamente l’autore ti dice un’altra cosa, ti sposta. Certo, sarà un meccanismo che lo sceneggiatore e Soderberg conoscono bene, ma in generale bisogna anche aver letto molti libri, e visto molti film (francesi per esempio) per essere capaci di farlo. Avrei voluto vederlo a Roma, me ne avevano parlato bene, ma non ho fatto in tempo.  Parla della depressione, certo, come è detto in locandina, ma anche di passioni umane, di mercato, di attitudini alla sopravvivenza. Il tutto tenuto assieme da un vero e proprio meccanismo ermeneutico che assomiglia alla tragedia greca.  A Bangkok siamo arrivati in orario, l’una di notte per noi, qui le sei del mattino. Atterrando ti vengono in mente le inquadrature dei film americani sul Vietnam. Non ricordo di film recenti italiani che si occupino del Sud Est Asiatico. Dico nel senso che forse ne sono stati fatti, e sono io a non conoscerli. L’aria è subito diversa: nei due sensi. Fa un caldo che ti impedisce di respirare (l’umidità è letteralmente all’80 per cento) e ci sono tanti (soprattutto uomini) seduti sulle sedie dell’aeroporto con le gambe incrociate a leggere, molto concentrati. Mi viene da chiedergli che cosa stiano leggendo, ma non lo faccio. Nell’aeroporto risulta esserci il Wi-fi che però funziona solo se ti registri. La funzione per registrarsi non si trova. Aspettiamo solo un’ora. Poi in due ore di volo, ancora, siamo ad Hanoi. I dintorni dell’aeroporto mi ricordano L’Havana. E a me piace molto quell’aria molle (di umidità) ma anche di friggitorie, di case coloniali un po’ diroccate, di bambini rapati per il caldo, che corrono intorno a un tavolo dove si mangia. I ragazzi e le ragazze più giovani girano tutti in motorino. A me fa tenerezza vedere queste ragazze: il cappuccio dell’impermeabile a fiorellini ficcato sotto il casco. Sfrecciano davanti al Fiume Rosso, che a noi rimanda tante cose.   L’economia di mercato, introdotta in modo molto controllato, diretto, fa circolare soldi.  Le case sono recenti, o restaurate, ben dipinte, graziose. Il contrario delle villette a schiera che conosciamo noi. A trenta chilometri dall’aeroporto c’è il quartiere dove abitiamo. La costruzione è bella. Le porte simili a quelle delle case di Parigi, (evidente influsso della colonizzazione francese) danno all’arredamento un’aria unica. Il cibo è buono. Mi ha molto impressionato la pubblicità, subito fuori dall’aeroporto. A essere pubblicizzata era una marca di sigari: Hemingway e Balzac, i testimonial (per usare una parola che non mi piace). Ho chiesto ragione di questa scelta. Una ragazza mi ha risposto che si legge molto, e che Balzac e Hamingway sono amati. Un ragazzo ha invece risposto che la scelta dipende dal fatto che Balzac in quella foto ha un’aria da artista. Sia il ragazzo che la ragazza (stessa impressione ho avuto a Cuba, non con tutti, chiaro) sapevano di che parlavano. 

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