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Parlandovi da un universo concentrazionario (una nota sulla letteratura italiana contemporanea)

Una considerazione generale sulla letteratura italiana del ‘900.
Molte delle storie più belle che la compongono non prevedono, come oggetto narrativo, la vita, la vita normale, ma piuttosto la morte. Non la morte come fenomeno naturale, ma il desiderio di chiudere, sparire, non esserci più, smetterla, di farla finita. Bella da questo punto di vista una considerazione di Arbasino in Certi romanzi, del 64, sulla letteratura inglese. Gli autori lì, sono contemporanei l’uno all’altro e ognuno di loro cerca di capire la realtà in cui vivono, di descriverla, di analizzarla e di raccontarla. Shakespeare è seduto allo stesso tavolo di Eliot. E Edmund Wilson della Woolf. Non da noi. Da noi, nell’immaginario tavolo ognuno scrive per sé, ognuno fa per sé, ognuno scrive avendo a mente un diverso universo di riferimento.
La letteratura italiana del ‘900 ha a che fare con il desiderio di finirla, e con gli eccessi che questo desiderio comporta. La realtà è inconoscibile, e la vita, la vita normale, sembra stare da un’altra parte, certo non nei romanzi.
Con vita normale intendo quella fatta di nascite, amori, separazioni, riconciliazione, morti (non parlo del desiderio di morte, ma del fenomeno naturale), per intenderci. Probabile che questo fenomeno si verifichi perché nella scala dei valori, in Italia (come indicato da Croce) l’etica viene ultima, dopo l’economia, ma anche molto dopo l’estetica e la logica?
Per dare vita a una descrizione che riguardi quella che ho chiamato vita normale non c’è niente da fare. E’ necessario un atteggiamento che abbia una morale certa, un’etica comune cui affidare i passi più importanti della propria vita (quali appunto sarebbero le nascite, le morti, gli amori, gli affetti).
O sarà perché l’Italia è da quasi duemila anni paese dominato dalla religione cattolica, che la letteratura è terra degli eccessi? L’Inghilterra e la Francia, infatti, i paesi in cui le narrazioni hanno avuto grande peso, e creato tradizioni importanti, sono prevalentemente come si sa, di religione protestante. Sono questioni troppo vaste. Quello che voglio dire è che per tutto il novecento le vicende che hanno fatto la storia della letteratura italiana sono sempre state storie di eccessi. O di mostri. Di matti. Di donne (e delle loro vite terribili). Di demoni. O di incubi. Faccio degli esempi, e per esigenze di spazio non temporalizzo.

Gli eccessi.

Il fu Mattia Pascal: un uomo viene creduto morto e sparisce, in una città che non è la sua, si rifà una vita, e porta fiori sulla sua tomba. Banale a dirlo, ma pensiamolo rispetto a una vita normale. Pensiamo all’ossessione fisica, per il corpo di Angelina, in Senilità di Svevo.
I mostri. Le due zittelle di Landolfi, con quella scimmia che mangia le ostie consacrate. Pietro e suo padre, cattivo fino allo spasimo, nel libro Con gli occhi chiusi di Federico Tozzi. Donne. Sorelle Materassi. La cattiveria infantile, anche se comica, la voglia di distruggere la vita delle tranquille zitelle, del nipote, nel romanzo di Palazzeschi. E ancora, il losco, perfido ricco, avido Leo ne Gli Indifferenti di Moravia e le donne di quella storia. La sfera del demoniaco ne Il cardillo addolorato di Anna Maria Ortese. Pensiamo a certi sfatti eroinomani dolenti di Testori, alla Morante e al destino povero delle sue isolate creature. Pavese. Pensiamo al romanzo Tre donne sole, la storia di una donna che da Roma va a Torino, dove è costretta a fare i conti con un universo intero di donne eccessive. Molto più dell’uomo che incontra, e che amerà. Gadda. Tutto Gadda. Pasolini. I travestiti di Tondelli. Nelle storie che ho detto, nei narratori che ho citato, l’autore osserva la realtà da un punto di vista particolare, il suo. Non ha pretese di oggettività. Nè di conoscenza. E tantomeno di divertire o intrattenere gli altri. E’ sempre il punto di vista di un uomo – una donna – malato, o soggetto alla malattia, alla vessazione, al potere dell’altro, degli altri, al caso, al destino, alla politica, alla povertà.
Quello che ho, fin qui detto sugli eccessi, le esagerazioni, non riguarda solo il contenuto delle storie, i loro protagonisti. Ma anche la forma, il modo in cui le storie sono raccontate. Pensiamo alla polemica che il Gruppo 63 costruì nei confronti di Bassani e Cassola. Due narratori che raccontano la vita normale, furono definiti due Liale. La loro lingua, il loro parlato era quello della quotidianità. Breve, teso, asciutto, narrava di vite minime lontane dagli eccessi. (Anche se non dalla Storia. Pensiamo alla tragedia degli ebrei e a Bassani, alla Resistenza e a Cassola). Che cosa sono stati gli anni 60 nella nostra narrativa se non quelli degli eccessi (formali e non) di Arbasino, di Sanguineti, di Pagliarani? Il protagonista – la protagonista – nella letteratura italiana del 900, parla sempre da un pezzo di mondo che è simile a un universo concentrazionario. E bene rappresenta quel che voglio dire il libro, Se questo è un uomo, di Levi. Ma non diversa è la situazione per due libri solo all’apparenza banali, come Quaderno proibito di Alba de Cespedes o L’età del malessere di Dacia Maraini. Narrano di donne che, nelle quattro mura di casa, conoscono un loro proprio caratteristico inferno. I nostri narratori del 900 scrivono di persone che potrebbero essere alla loro ultima esperienza, quella definitiva. Il loro livello di vita, la loro capacità di soffrire è tale, che potrebbero, dopo la storia che raccontano, morire per sempre, o sparire. Come sempre quando si vive in stato di eccesso. C’è una bella frase di Dostoevskij, ne I Demoni. Recita così: “Chi vive sempre all’ultimo confine, supera sempre il limite”.
Ecco, nella letteratura italiana del novecento quello che viene raccontato è sempre l’ultimo confine dell’esperienza. E importa poco che questo confine venga poi superato, come è nel Pasticciaccio, appunto, o no. Queste considerazioni le ho fatte dopo aver letto il libro di Walter Siti, Scuola di nudo. Le riflessioni del narratore sono ossessive. Il professore vive per guardare i corpi adorati degli uomini, i “corpi gnostici” come lui stesso dice, quelli che gli permettono di “tenere lontane le donne”. Lo stesso si può dire de Il farmaco. Il romanzo di Gilda Policastro, uscito qualche giorno fa per Fandango. Lì, come universo concentrazionario, si è scelto l’ospedale. Non un luogo metaforico, ma il posto dove si muore. E’ in quel luogo, dove si va per morire, che vivono le ossessioni e l’amore di Bardamu, medico decisamente eccessivo nei suoi rapporti con i corpi delle altre. Il difficile in questo tipo di narrazione, sta nel non cadere nel ridicolo. Esporsi agli eccessi significa infatti essere sempre probabile vittima della caricatura. Pazienza. Per esporsi agli eccessi bisogna essere molto coraggiosi o stare molto male. Mi viene in mente anche Lulù Delacroix, di Isabella Santacroce dove la favola diventa un’occasione, attraverso un’esplicita forma di sadomasochismo, per farsi voler bene da chi legge, per farsi finalmente apprezzare.
La bellezza dei romanzi che qui ho citato (parlo degli ultimi, dei contemporanei) sta nella capacità che gli autori hanno di camminare sui limiti dell’esperienza. E di farlo con la sfrontatezza di cui danno prova certi adolescenti quando, in un periodo particolare dell’esistenza umana, camminano sui binari di una ferrovia. Quindi, se ogni tanto ci verrà da ridere, glielo perdoneremo.

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Un pensiero su “Parlandovi da un universo concentrazionario (una nota sulla letteratura italiana contemporanea)

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