parmigiana FFP-2477

Parlando di Bruna

 

Uno dei motivi per cui questo libro andrebbe comprato e letto è che mette di buonumore. Il fatto che metta di buonumore, senza essere assolutamente un libro comico, né tantomeno sarcastico, dovrebbe farci riflettere un istante sul potere della letteratura. La Parmigiana racconta le vicende di Angelica, una giovane orfana, ospite di uno zio prete, che si innamora del (o più giusto sarebbe dire «si fa una storia» col) chierichetto. I due fuggono assieme. Piatti narra poi come la protagonista vada incontro, in conseguenza di questa fuga, a tutta una serie di avventure che nonostante facciano sorridere sarebbe sbagliato, come ho detto, definire comiche.

Una trama di questo genere si rifà in modo esplicito al romanzo classico, il romanzo cioè che, partendo grosso modo da Cervantes, arriva per vie più o meno traverse fino a Henry James, incluso. Il motivo dell’orfano, o dell’orfana che, per sopravvivere, ne vede un po’ di tutti i colori, è di quelli che hanno fatto grande Dickens (Oliver Twist, ma anche Grandi Speranze), così come prima di lui Defoe (Moll Flanders), o Fielding (Tom Jones) e, dopo di loro, sia Charlotte Brönte (Jane Eyre) che Emily Brönte (Cime tempestose, dove però l’orfano più che avventuriero, diventa un generatore e un catalizzatore di avventure per la famiglia che l’ha accolto), tanto per citarne alcuni.

La pura e semplice appartenenza a una trama fatta di alti e bassi, rosa e nero potrebbe però non bastare ad accomunare il nostro libro, e soprattutto il piacere della lettura che ne deriva, al genere di storia cui accennavo. Si potrebbe giustamente argomentare che anche Angelica (quella de L’Orlando Furioso), inseguita da Rinaldo e da Ferraù, offra un precedente significativo alla nostra protagonista. E chissà che Piatti non abbia, per questo motivo, chiamato così la sua eroina.

Quello che ci fa dire, con una certa sicurezza, che La Parmigiana appartiene alla tradizione del romanzo classico è l’uso che, in esso, l’autrice fa del linguaggio. Un linguaggio, cioè, che è disinvolto senza essere quello nostro, di uso quotidiano; che è comune (fino a comprendere l’uso del dialetto), senza essere quello che usiamo tutti i giorni.

Non potendo dimostrare in altro modo, se non con l’esempio, quello che voglio dire, ne riprodurrò qui un brano:

“Pensavo ai giorni dell’inverno quando il letto del torrente era nascosto da una nebbia fitta immobile e serrata come un’acqua di lago. Si insinuava nelle vie, nei giardini, nelle corti e fin dentro i portoni delle case. Dai vetri gocciolanti e appannati la muraglia bigia non lasciava scorgere nemmeno i lumi”.

Se qualcuno, a questo punto, avesse voglia di aprire Casa desolata (Dickens) e di dare un’occhiata all’incipit, alla descrizione della nebbia che grava su Londra, sarei probabilmente esonerata dal dover dire oltre. Ma, poiché sono tanti i temi che accomunano La Parmigiana al tipo di narrazione che ho detto, vorrei provare ad elencarne brevemente alcuni.

Prendiamo, per esempio, il tema delle «nozze». Se in molte storie la protagonista (o il protagonista, o entrambi) riesce a realizzare il suo desiderio di sposarsi (I Promessi sposi), a ritrovare la promessa sposa (Il nostro comune amico), o comunque a trovare una famiglia nuova di zecca e unigenitoriale (Pinocchio), Angelica non si sposa perché non ha nessuna voglia di farlo. In questa storia, il matrimonio non è un valore. La protagonista non solo accetta malvolentieri una proposta che le viene fatta, ma addirittura vi rinuncia non appena le si presenti l’occasione.

Un altro tema che ritroviamo spesso è il «confronto coi tutori dell’ordine», o più genericamente con la giustizia. Confronto che può avere il volto di un magistrato, così come di uno o più poliziotti, o di entrambi. Ma, se nel caso di trame come Pinocchio (Collodi), Casa desolata o I Promessi Sposi (Manzoni), la reazione dei protagonisti sarà di giustificata paura, non è così per Angelica. Lei, molto più simile a una moderna Carmen (Merimée), prenderà in giro il poliziotto che le entra in casa per arrestare l’amico Teresio (per spaccio di droga) e lascerà che il carabiniere Michele si innamori di lei, salvo come ho detto, abbandonarlo appena possibile.

E ancora, a proposito di «relazioni e amicizia fra donne», un altro dei capisaldi su cui sono basate molte narrazioni, pensiamo a Balzac. In La cugina Bette, l’autore di Tours imbastisce un’intera, meravigliosa e tragica trama il cui motore è la rivalità e l’inimicizia fra due cugine (e la madre di una delle due): sarà la brutta a farne le spese. Anche ne La Parmigiana ci sono molti motivi di conflitto e di confronto, ma non troviamo mai (o quasi) concorrenzialità fra Angelica e le altre.

Molto ci sarebbe da dire sul fatto che Angelica non solo non cerchi di fare «il salto di classe» (caratteristica che contraddistingue Becky Sharp di Fiera delle vanità di Thackeray, per esempio) ma sia poco interessata alla «convenienza» nei rapporti sociali e sia anzi abbastanza fiera delle proprie origini.

La verità è che Piatti conosce così bene la letteratura da potersi permettere invenzioni e deviazioni, quando scrive. Ma questa caratteristica, da sola, non sarebbe sufficiente a definire l’importanza del lavoro che l’autrice svolge, e che riguarda i «luoghi comuni» sul femminile. È una capacità abbastanza rara anche in autori e autrici recenti, tale che da sola basterebbe a selezionare i film e i romanzi «noiosi» da quelli che non lo sono; i film e i romanzi «nati vecchi» da quelli che non lo sono. Prendiamo, oltre ai temi che ho elencato, quello della «problematicità», in una donna.

Quante protagoniste conosciamo, con un loro modo «contorto e malmostoso» di guardare al mondo? Quante volte questo modo viene presentato come «naturale», o peggio ancora vi è un completo disinteresse in chi scrive a identificarne le origini?

Niente di simile per Piatti. I malesseri e le paturnie che circolano ne La Parmigiana sono molto spesso da attribuirsi al caratteraccio di Scipio, alla superficialità di Teresio, all’arroganza di Michele e più in generale alla loro incapacità a gestire emozioni e sentimenti, e non solo alla «natura» di Angelica. «Ecco cosa davvero rende così complicate le relazioni fra maschi, e fra maschi e femmine» sembra dirci l’autrice. Un altro luogo comune che Piatti tenta di indagare è quello che riguarda «il naturale desiderio di maternità»: Angelica non è per nulla desiderosa di diventare mamma, né è per questo «complicata sessualmente»: caratteristica, questa ultima, che moltissime narrazioni regalano alle poche protagoniste che non desiderino diventare madri.

Pensiamo a quanto fossero – forse dovremmo dire siano – radicate certe credenze in un paese cattolico come il nostro e a come l’autrice ci lavori attraverso forme e linguaggio, a tutto vantaggio di chi legge.

Ricordiamo che il romanzo uscì nel 1962 ed ebbe così tanto successo da superare le 500.000 copie. Da esso fu tratto, nel 1963, un film diretto da Antonio Pietrangeli, soprannominato «il regista delle donne». Lo interpretavano una (allora) star del calibro di Nino Manfredi e una giovanissima, quanto anticonvenzionale e molto bella, Catherine Spaak.

A non voler anticipare ulteriormente la trama, va sicuramente accennato alle reazioni ora gentili ora violente che il corpo della protagonista suscita, non solo negli uomini ma anche nelle donne. Un corpo che, ora nudo ora addobbato (come durante i balli, o le occasioni pubbliche), è di volta in volta oggetto di tenerezza come di passione, di odio, o di vera e propria cura.

Pensiamo, in ultimo, a come certe modalità di comportamento descritte da Piatti fossero in anticipo sui tempi e chiediamoci se non è (anche questo) ciò che la letteratura dovrebbe fare. Piatti dimostra grande sapienza nel descrivere che cosa fa stare bene le donne, e gli uomini. Ed è probabilmente questa la fonte del buonumore che il libro regala.

Mario Monti, nella sua introduzione all’edizione Longanesi del 1966, attribuiva alle note biografiche dell’autrice (“nelle sue vene scorre sangue gitano”), parte della sua bravura. Io credo invece che si tratti di quello che altri e altre chiamano talento. Credo che Bruna Piatti, “nata a Savona, ma vissuta fra Mantova e Parma”, abbia saputo disegnare e raccontare meschinerie, violenza, sensualità, piaceri e grandezze approfittando anche del clima dell’epoca: quegli anni sessanta in cui la bravura e la curiosità erano ben accolti, così come le richieste di libertà e i diritti non considerati con imbarazzo.

(introduzione al libro La Parmigiana, appena ripubblicato da Eliot)

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