Mandarino

Noi, quelli cui i libri piacciono tanto, i mandarini e la mandarine.

E di chi sarà la colpa se i libri si trovano per strada? Di chi, se i nipoti di donne (e uomini) che nel ‘ 30 compravano tutta intera la collana de i Libri del Pavone oggi se ne liberano lasciandola di notte, come dei ladri, ai giardinetti? Chi pagherà se con un euro e cinquanta ti compri in e-book tutta Alla ricerca del tempo perduto, per la quale, un po’ di anni fa, avresti dovuto investire le tue brave tot lire? È davvero colpa dei tempi infami, se Arnoldo Mondadori pubblicava Alba de Cespedes, e oggi il fenomeno non lo
trovi più nello scrittore (nella scrittrice), e neanche nella scrittura, ma nell’Unione di due Colossi (o Molossi?) così come nell’ orrendo nome (Mondazzoli) che dal fenomeno prende origine? E da che dipenderà questa sorta di mandarinato ai vertici? Forse dalla diffusione della globalizzazione, o non sarà per caso una latenza finalmente esplosa, tale per cui si sarebbe potuto prevedere questo fenomeno già quando la rete telefonica italiana (secoli fa) fu privatizzata, smembrata, e poi ridotta a terreno di conquista? E per l’edilizia – parlo del Comune di Roma, che conosco – se a una casa levi il suo valore d’uso (la possibilità di essere abitata) e la lasci a rappresentare solo il suo valore di scambio (quanti euro decidiamo che valga?), di che ti meravigli, nel momento in cui l’edilizia diventa sinonimo di finanza? Certo, molti cittadini e cittadine non lo sanno che ai meno abbienti  oggi, (in questo momento), invece che un’abitazione,  viene data una brandina dentro quella che fu la Fiera di Roma, in via Cristoforo Colombo.
Ma mettiamo anche che ne venissero a conoscenza: si porrebbero (ci porremmo) il problema del che fare? A me non pare. Mi chiedo se l’atteggiamento ecologista che, da più parti, viene richiesto per l’aria, l’acqua, la terra e gli alimenti non dovrebbe essere richiesto anche per cose come l’abitare o, ancora di più, per il leggere.

Si può fare finta che non esistano, (parlo sempre di Roma) 200.000 case sfitte – e che tanta gente non dorma per strada, o che il mercato nero non esista o che non si stia continuando a dismettere, grazie a Veltroni, Rutelli, Alemanno, ma anche Marino, tutto il patrimonio abitativo – ma il fenomeno non migliorerà per questo. Potremo anche fare finta che il mercato dei libri non sia – esattamente come la finanza e come la speculazione immobiliare – soggetto a bolle, titoli gonfiati, operazioni al rialzo sul nulla. Potremo continuare a fare le vittime, a dire che chi pubblica più e meglio di noi è solo perché ha più conoscenze (esattamente come chi non riesce ad entrare in graduatoria se la prende con chi sta avanti). Il problema è un altro, i problemi sono altri. È ora o no, di dirlo che l’esigenza redistributiva che si pone, non solo non è sufficiente, ma senza che si abbia un’idea chiara del che fare, può anche diventare dannosa? Chi, redistribuisce, a chi?

È necessario o no, sapere cosa significhi abitare, così come si pone il problema di cosa significhi leggere un libro, perché vada fatto, e con quali strumenti?

La domanda non sembri pretestuosa: siamo davvero sicuri che in un mondo in cui leggere (se non lo sai fare, come lo mandi l’sms?) diventerà sempre più facile e necessario, la conoscenza passerà per lo strumento libro? E se sì, come a me piacerebbe, non è il caso di avere chiara una politica per esso? Una politica cioè, che non passi solo per il mandarinato (o la collaborazione con esso)? Non sarebbe il caso di saperne di più di politica editoriale, di vecchi e nuovi cataloghi, di classici e non, di traduzioni, di pubblicazioni in formato elettronico e non?
È davvero necessario (come qualcuno suggerisce) vietare l’emissione di titoli spazzatura (perché occupano troppo posto nelle librerie) nello stesso modo in cui viene posto un limite alle emissioni di polveri sottili, o non sarebbe il caso di avere ben chiaro che titoli proporremmo noi, «quelli cui i libri piacciono tanto», se fossimo per un giorno al posto dei mandarini e delle mandarine? Siamo davvero sicuri e sicure che non daremmo seguito anche noi a un’editoria di tipo ternallottesco nell’infausta ipotesi in cui possedessimo una casa editrice indipendente (memorabile l’intervento di S. Bianchi al seminario su libro indipendente il 3 ottobre, a Roma)? Siamo davvero sicuri dell’editoria che proporremmo, se ci trovassimo (anche solo per un giorno) al vertice di Mondazzoli, così come è stato congegnato?

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