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Memoria dell’umorista. E la umorista?

 

Lo diceva Pirandello nel suo famoso saggio. Era il 1908. Fra le forme di umorismo maggiormente praticate dagli esseri umani c’è quella che ci vede sorridere, o tristemente ridere, davanti a un contrasto. Pensiamo a Charlot: il sorriso che si smorza nella pena, la risata che si spegne nella commiserazione. Se la famosa scena di Tempi moderni in cui si sistema in carcere come se fosse al Grand Hotel ci suscita ilarità, e poi disagio, è perché il poveretto sembra non conoscere la libertà. O meglio, sembra aver talmente tanto sofferto per un eccesso di libertà (di mancanza di considerazione da parte del resto della comunità) da trovare pace, finalmente, nella costrizione più totale: nel carcere, appunto. E così, se la comodità in cui Charlot si sistema, all’inizio ci fa ridere, alla fine ci sgomenterà. «Come ci siamo tutti ridotti? Può un essere umano, pur di avere un riparo e da mangiare, desiderare di essere privato completamente della libertà? », ci viene da pensare. Il film uscì nel 1936.
Ribadendo l’assunto di Pirandello che, come si sa, ha detto sull’argomento cose definitive (seppure mettendo assieme idee e concetti da A. Binet, G. Séailles, G.Negri, G.Marchesini, T. Massarani e soprattutto León Dumont, maestro e ispiratore di Nietzsche, Lipps, Freud e Bergson, come ci suggerisce Daniela Marcheschi nella sua bella e corposa introduzione al saggio, uscito nel 2001 in edizione Mondadori), l’umorismo è quel sentimento che ci pone al centro di un contrasto: Da una parte il riso, per l’assurdità della situazione che ci troviamo davanti, dall’altra la pena per ciò che dovrebbe, o potrebbe essere e non è, per ciò che potremmo essere come umanità, e non siamo.
Certo non è un caso che, con l’avvento del cinema, il comico, parente alla lontana dell’umorismo (“L’artista ordinario bada al corpo solamente: l’umorista bada al corpo e all’ombra”, dice l’artista siciliano) sia diventato uno dei moduli comunicativi più diffusi. L’impressione che la finestra dello schermo ci comunica, di vedere senza essere visti, o di guardare senza essere guardati è di onnipotenza. Ma che succede se alla sensazione di onnipotenza si aggiungano la velocità e la serialità? Pensiamo a quegli scketch, trasmessi per lo più dalla televisione, in cui la gente cade, si fa male e una risata registrata ci suggerisce di ridere. Sarà ancora sufficiente la categoria del comico, o dovremmo tirare in ballo quella del clinico, se non proprio dell’orrido?
«Non dovremmo tornare a ripensare il concetto di umorismo?», è una delle domande cui varrebbe la pena rispondere. E se si, in che direzione? L’umorismo è, come suggerisce Pirandello, la riflessione che consegue alla visione di un contrasto che riguardi l’umano esistere: che direzione ha oggi preso, questa categoria estetica? Che fare, se la possibilità della riflessione non solo venga evitata, (a forza di velocità e di contrapposizioni) ma venga, proprio in quanto riflessione, derisa, cassata, evitata, impedita, a sua volta?
Se questo è un primo argomento da indagare, un secondo riguarda l’umorismo a confronto con le politiche e le forme cosiddette «di genere».
“Vedo una vecchia signora, coi capelli ritinti, tutti unti non si sa di quale orribile manteca, e poi tutta goffamente imbellettata e parata d’abiti giovanili. Mi metto a ridere. Avverto che quella vecchia signora è il contrario di ciò che una vecchia rispettabile signora dovrebbe essere.”
Esce di casa guardandosi allo specchio, ma senza davvero essersi vista, la donna che Pirandello prende a esempio. E quella che ci suscita, o dovrebbe suscitarci è una risata legata a un senso di disgusto quasi fisico. Proviamo una sorta di risarcimento a essere complici dell’autore nel deriderla, ma soprattutto a non essere noi, l’oggetto dello scherno. Ci sentiamo bene, salvi a non essere lei.
Devo dire che pochi della mia generazione potranno dire di essere passati indenni attraverso una simile risata. Davvero una figura femminile come quella descritta da Pirandello, oggi, fa ancora sorridere? Un po’ come la figura della zitella nei film e nei romanzi. È davvero ancora un carattere?
E quando Pirandello insiste a dire che umorista sarà colui che induce alla riflessione. La domanda varrà anche per colei? E se sì, equivarrà, la risata di una donna davanti a una sua simile, a quella di un uomo? Certo che no. Se per lei varrà come memento mori, che significato avrà per lui? E soprattutto c’è ancora da ridere, su figure femminili così «drammaticamente espresse»? Non è una domanda «morale». Anche se confesso di non avere risposte.
Mi viene da dire che la risata alle spalle della «donna pazza e bistrata», non fosse altro per il grande numero di queste figure che vediamo circolare nelle nostre città, oltre che per il numero di volte in cui è stata rappresentata è diventata, se non usurata, poco originale. Prendiamo per fare un esempio due bistrate illustri: le sorelle Materassi. Certo, quelle di oggi non sono loro figlie o nipoti. Non possono esserlo. Se, infatti, la pena che si prova per le merlettaie Materassi è dovuta al fatto che se ne sarebbero potute stare artigianalmente tranquille, sedute a partita Iva sopra un pacco di soldi e invece si vanno a rovinare per colpa di un nipote, le nostre coetanee, figlie del boom, o le nostre più vecchie zie quel benessere potrebbero non averlo visto mai; o avrebbero potuto vederlo svanire per colpa della crisi petrolifera degli anni Settanta, o di quella, più recente, legata ai mutui subprime. Altro che nipoti e vitalità! Altro che benessere a partita Iva! Altro che risparmi da sacrificare al nipote!
Sparito il benessere dell’epoca materassiana (una forma di vita legata allo sviluppo di una classe imprenditoriale artigiana che oggi non solo non si dà più ma che quando si dà, non si dà certo in quei termini), sparito anche l’umorismo sulle figure che lo rappresentavano?
O dovremo, per sorridere, raffigurare donne che la pena (quella sì diventata invece, ormai, universale) la suscitano per i «corpi sfatti», i «belletti miseramente messi», le «carni vizze», qualsiasi sia la classe sociale? Per il «corpo vecchio» così come si presenta, cioè? Come se l’affronto corporeo rimanesse sì, ma non più come riflessione sulla caduta di tipo economico, bensì come affronto puro e duro alla bellezza, data ormai come unica categoria che si ha il dovere di rispettare, a tutti i costi? E se sì, l’affronto potrà venire anche dal «maschile»? Ma allora stai a vedere che sarà proprio l’umorismo, una categoria quanto mai, e come nessuna, legata alla riflessione sulle vicende materiali umane, a segnalare il cambiamento?
Così come Pirandello suggerisce che non esista l’umorismo ma esista l’umorista, noi potremmo dire che ci sono categorie umoristiche che invecchiano e altre no? Se Charlot, quando sceglie la prigione come casa sua, ci susciterà ancora – come ai tempi di Dickens, dal cui romanzo La piccola Dorritt potrebbe essere tratto lo spunto – una risata, ci sta invece che la più vaga categoria della «sfottitura della donna anziana che si finge giovane» sarà destinata all’oblio?

Per i motivi che ho elencato sopra.

A meno che non ci si rassegni al fatto che esistano più modi per suscitare l’ilarità. E che essi cambino nel tempo. È indubbio che con i moderni sistemi di comunicazione, con l’incrocio dei piani comunicativi e la proliferazione di essi (la parola scritta che sopravvive di fianco a quella recitata, cantata, o semplicemente parlata, l’immagine statica che viaggia parallelamente o in sincronia con quella in movimento), cambi anche l’umorismo. Pensiamo al prevalere dell’imitazione, della parodia. Pensiamo a un autore come D’Annunzio. Certe tonalità, o tematiche che non facevano sorridere, ma erano prese assolutamente sul serio all’epoca in cui l’autore le affrontava, oggi ci seducono quando riviste, o parodiate da altri autori, per il sorriso che ci suscitano. Il Vate, nel 1903, cantava (nell’Alcyone) «O Glauco, noi facemmo della Terra/ la nostra donna ed ogni più segreta/ grazia n’avemmo per virtù d’amore». Più che a un’identificazione con D’Annunzio, la maggior parte di noi sarà portata o no, mi chiedo, a sentire una forma di sottile complicità con la parodia che ne fa Fellini ne I vitelloni , nel 1953 (ricordiamo tutti, vero, l’intellettuale Leopoldo, interpretato da Leopoldo Trieste?).
L’umorismo quindi, come tutte le categorie estetiche, subisce l’ingiuria del tempo ed ha bisogno di periodici approfondimenti critici. Di fianco all’umorismo come contrasto, e in un’epoca, come quella attuale, (in cui si verifichi la proliferazione dei modelli di riferimento) l’umorismo troverà quindi uno sbocco formale nell’ abbassamento parodico.
Una cosa è certa: l’umorismo ha in antipatia la genericità.
Umorista non è mai chi sottoponga lo spettatore, il lettore, a una dura predica morale ma colui, colei, che è invece capace di cogliere in un personaggio (o in un’epoca), un particolare che ce lo rappresenti; particolare che potrà o no suscitare la nostra indignazione. Certo è che riconosceremo quel particolare come nostro (sarà cioè, un vizio che potrebbe appartenerci, un modo di fare che non potremmo escludere a priori), qualcosa che potrebbe capitarci, o ci sia capitato, e susciti quindi il nostro senso di «solidarietà» . Umorismo quindi come forma estetica che derivi da un contrasto; o umorismo come abbassamento parodico di altre forme estetiche, ma contrario alla genericità.
Forse non è un caso che a raffigurare il grado di umiliazione (l’abbassamento morale, questo sì) cui un uomo può arrivare, sopraffatto dall’astuzia e dalla forza femminile sia un’autrice brava, autentica, come Alba de Cespedes. Lo fa in uno dei suoi romanzi più noti, quel La bambolona da cui il regista Franco Giraldi ha fatto un film nel 1968. La storia è nota: un uomo (Ugo Tognazzi) che si crede intelligente, colto, sicuro di sé, che è benestante, viene intortato e ridicolizzato da una donna, una giovane donna, anzi. E alla fine, costretto e pensando invece di farlo in piena libertà, a sposarsi. A farci sorridere è il meccanismo del contrappasso. Dello stesso tenore l’umorismo di Bruna Piatti, autrice del dimenticato e bellissimo La parmigiana (anche da questo è stato fatto un film, interpretato da una giovanissima Catherine Spaak, con la regia di Antonio Pietrangeli nel 1963). Una giovane, di cui un carabiniere è follemente innamorato, non solo non esita a tradirlo, ma si direbbe che la cosa che più le dà piacere sia quel continui buttargli le mostrine nel fango.
Ad accomunare tutti questi autori e autrici è l’elemento corporeo . Non c’è risata, senza descrizione della postura, del portamento, delle espressioni facciali dei ridicolizzati. Ride invece dei costumi,compresi quelli sessuali, ma senza tirare dentro il corpo, Natalia Ginzburg.
Lo fa dal suo primo libro, quel Lessico Familiare, uscito nel 1963. La risata, come a volte la pena è qui suscitata dalle modalità linguistiche, dai suoni del parlato, dalle modalità fonico-espressive. Difficilmente vediamo l’autrice impegnata in una descrizione fisica, e quando succede è solo un espediente per far procedere la storia. È il tipo di umorismo che guida il lavoro dell’autrice, che caratterizza i suoi lavori. Lo ritroviamo nella commedia Ti ho sposato per allegria, uscita nel 1967 e condotta sul filo di un umorismo lieve e ilare.
Non so se sia sbagliato, genealogicamente, attribuire a Collodi il tipo di risata senza corpo esercitato da Ginzburg. Certo, la stessa mitezza (e leggerezza) che la ragazzina di Lessico Famigliare pratica nella relazione con parenti e amiche, è mostrata da Pinocchio, nato nel 1881, quando ha a che fare con Mastro Geppetto, o quando si lascia incastrare dal Gatto e La volpe, o tenta di liberarsi di loro. Una risata che, proprio come quella che ci suscita Charlot, ha a che fare con una sorta di ingenua amoralità.
A conferma dell’assenza di corpo: quale altro autore avrebbe evitato, come fa invece Collodi, di sfottere la Fatina, una donna bardata e vestita a quella maniera, in una storia che non solo non disdegna l’uso del comico, ma ne fa uno degli elementi strutturali?
Altro elemento che, velocemente, mi preme sottolineare è quello che vede alcuni dei maggiori scrittori umoristici italiani come esponenti di un atteggiamento fortemente anticlericale. Pensiamo a quel Giornalino di Gian Burrasca di Luigi Bertelli uscito nel 1907, che fu uno dei maggiori successi nel campo della letteratura per ragazzi, e alle polemiche che suscitò.
Spiace non avere maggior tempo e spazio a disposizione, per disegnare la linea ininterrotta e robusta che lega anticlericalismo, ribellione, rivoluzioni politiche e umorismo, in Italia. Se è vero, come è vero, che partendo da Cecco Angiolieri, e passando per il Berni, il Boccaccio, l’Ariosto, il Boiardo, il Tassoni, il Pulci, e per Giordano Bruno si arrivi dritti dritti giù fino al Leopardi, al Tessa, al Giusti, al Tenca e al Dossi, a Manzoni a Svevo e poi piu su, a De Filippo, al Belli e al Pascarella. E, attraverso la romanità, a Fellini: con lui (che, non romano, l’ha celebrata) fino a Scola, Monicelli, Risi, Moretti e a quella «commedia all’italiana» che, non a caso, è ormai considerata da molti studiosi di letteratura italiana, parte integrante di essa.
“Stai a vedere” mi chiedo e vi chiedo, in conclusione “che la morte del romanzo in Italia, sia segnata proprio dalla diminuzione della capacità di far ridere dei nostri autori e delle nostre autrici?”.

 

(testo scritto in occasione del IV Convegno Internazionale di studi sull’umorismo, organizzato dalla Fondazione Collodi e l’Università di Madeira, che si è tenuto a Codogno nel 2014)

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