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Me too, nel rimosso

La caratteristica di #metoo – mi pare – non sta nel prendere di mira gli uomini.
Il suo fine – credo – non è la vendetta (in certi casi, postuma), l’esposizione mediatica, il protagonismo, il farsi pubblicità, come tanti e tante affermano.
Il disagio che queste confessioni, dichiarazioni, denunce esprimono, non riguarda direttamente gli altri, le altre.

Il soggetto che parla, che scrive, che si esprime (donna o uomo che sia), che si espone,  non sempre ha un interlocutore. Queste confessioni, dichiarazioni, denunce (quasi sempre pubbliche), non sono nate come espressione di un dibattito, di un dialogo (o, se c’è, non è recente). Non riguardano l’arte, la politica, o comunque, non le riguardano direttamente.

Sono piuttosto, invece, l’espressione di un rimosso che, in certi casi, va indietro di secoli, altro che anni. Un rimosso che ha incontrato la modernità sotto forma di social (twitter, facebook, etc). Tanti si chiedono: “Ma come, parla dopo tanto tempo? Che senso ha?”.  Ci sono alcune (e alcuni) che, scrivendo, riportano il dolore di altre, non di se stesse, di donne e uomini di cui hanno (solo) sentito parlare, o che hanno visto patire, perdersi, sparire.

Leggendo con attenzione, non sarà difficile trovare tratteggiati caratteri del melodramma, trame romanzesche, personaggi letterari. Tutta una geografia di figure, un atlante di espressioni ora dolenti, ora drammatiche ne emerge. La chiave comica è rara: perché presuppone una consapevolezza, un possesso della situazione che, della confessione, come forma umana e letteraria, è l’obiettivo, non il punto di partenza. Qualcuna, nel raccontare esagera, amplifica, si esalta, si identifica.

C’è chi dice: “E’ assurdo che si possa parlare di questa roba”.

E’ normale, invece, altro che assurdo.
Qualche altro giustamente, domanda: “Ma perché tutto questo accanimento contro di me? Che cosa c’entro io, come uomo? Io non ho fatto niente. Non sono io, quello di cui si parla”.
A me pare che questo fiume di parole abbia le caratteristiche che ha, sempre il rimosso: fiumi di materia – di cose, di oggetti, di temi, di circostanze a lungo trattenuti, che, nel fuoriuscire – avanzano; e lo fanno, come è giusto che sia, senza la compostezza (e l’eleganza), che a tanti sembra invece essenziale.

Il rimosso si muove come può. Come, a questo punto, è inevitabile che faccia. Senza possibilità, alcuna, di essere fermato. Inutile chiedere ordine, anzi, sbagliato.

Ha senso, in generale, chiedere: “Ci si doveva pensare prima”? Personalmente credo di no.

Ma se si cerca una chiave per capire quando, e se tutto questo finirà, quella è la domanda da farsi. Non contro le donne, non contro il rimosso che esprimono.

Aggiungo anche che, questo tipo di insofferenza (si potrà dire: ribellione?) potrebbe estendersi ad aspetti che riguardano l’economia delle nostre esistenze (il tempo, che trascorriamo in esse): la richiesta di una ripartizione dei beni meno ingiusta, un modo (meno, se) non prepotente di gestione del potere politico e amministrativo. L’immediatezza della comunicazione offre delle risorse sconosciute nei secoli scorsi.

Quello che è davvero cambiato, il nuovo (attraverso cui #metoo, per esempio, si è affermato), non sta nella ribellione. L’innovazione (che #metoo ha evidenziato) sta nel mezzo tecnico, che le donne (più che gli uomini) hanno usato per esprimere la loro rabbia, distanti da (o superando) ogni forma di organizzazione sociale preesistente.

Nel frattempo, vale la pena di usare il tempo che abbiamo a disposizione, per capire che cosa abbiamo fatto, noi, e come ci siamo mossi, (attraverso quali canali di comunicazione, con quali modalità) come singoli e singole, in tutti questi anni.

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