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Marilena Ponis

Finisce con una vomitata, la gita al ristorante di Noris, ragazzina che vive in collegio, e vorrebbe credere nello studio, ma non sempre riesce, e vorrebbe essere responsabile, ma si lascia spesso distrarre dal «vestito di popeline celeste dell’anno prima, che tirava nel petto».
Occasione dell’uscita della ragazzina, è data dal ritorno a casa per le vacanze. E se la colpa per quell’uscita rovinata, sia della cognata Mariagrazia – che ha sposato il fratello perché l’ha messa incinta, «quel cretino» – o dell’anguilla e del vino, entrambi cibi cui la ragazza non è abituata, non si può dire. Certo è che la storia che abbiamo davanti, con quei corpi di donne, spesso nudi – Noris, Mariagrazia, la domestica Iosè – sdraiati sul letto, in una Toscana senza tempo, fa pensare al ciclo nascita-vita-morte, come a una condanna. E ci verrebbe da dar ragione a Mariagrazia, quando si lamenta che lei, con quella «fica» avrebbe potuto far carriera, e che sarebbe stato certo meglio che la vita che fa, destinata come è a essere moglie e madre.
Solo che Noris che inciampa nei tacchi troppo alti, in questo bel racconto di Marilena Ponis, che appartiene alla raccolta La cognata forestiera, pubblicata da Vallecchi nel 1972, con quel suo vestitino con il colletto alla coreana, e che vomita, muta e silenziosa, nel bagno, non ce lo permette. L’ostinazione del suo corpo, a non voler essere come le altre, il suo rifiutarsi ad accettare la vita «così come è» ci fanno fermare, anche solo quel poco che basti ad osservarla.
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