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Maledetti Fabivoli.

Ma quanto sarà banale e inoffensiva la polemica sempre decisamente evergreen (su facebook, ma anche fuori) su “i grandi editori che pubblicano libri di merda”, che naturalmente sta a dire “non pubblicano, i miei, ma quelli degli altri”, i quali è chiaro: “non valgono niente, sono volgari e non ricercati e d’avanguardia come i miei?” 
E quanto è fessa la polemica su “gli autori che vendono”? 
Quanto è inutile è disdicevole l’odio nei loro confronti? 
E soprattutto di entrambe le polemiche, che ce ne importa? Con lo sviluppo tecnologico disponibile, e la possibilità che hai di pubblicare troppo e dappertutto, le suddette polemiche valgono infatti ormai quanto due risse da condominio. E quindi se hai qualcosa da dire, fai il favore, dilla, e dopo con calma, ci occupiamo di “mercato”.
Non solo: ci occuperemo di biblioteche, di librerie indipendenti, di lettura e di letture, di libri cosiddetti di genere, di libri riscoperti, e di libri da riscoprire. Chi se ne importa dei Fabivolo?
E però vediamo, che nessuna affermazione ha senso, se non giustificata. Perché oggi ne parliamo?
La polemica sugli editori cattivi che pubblicano i fabivoli, tutta volta – come è – a realizzare e soddisfare i propri personali narcisismi, non farà altro che allontanare lettori e lettrici, e quindi danno. Un lettore, e tanto più se poco competente, non si lascia abbindolare. 
O sei capace di rivoltare la Kulturkritik attuale e renderla talmente grandiosa, da risultare accattivante (e quindi devi lavorare), o devi lavorare. Inchieste, sovrapposizione di letture, studi, confronti. Ma prima di tutto sui testi che neghi abbiano un qualche valore. Questo se davvero ti interessa che i lettori, invece di fermarsi ai Fabivoli, vadano oltre. 
Si dice che nel 1963 un gruppo di scrittori fu capace di rendere molta della letteratura che li precedeva, roba per signorine. Sto parlando del Gruppo 63. L’ipotesi di Eco e Sanguineti su Bassani e Pratolini si rivelò sbagliata. Non è vero che fossero dei cattivi autori. Ma al Gruppo 63, complice l’epoca e la tendenza, l’operazione riuscì. 
Oggi è il contrario. Toccherà lavorerà a costruire miti. 
Se i lettori amano così tanto i Fabivolo, non ci si dovrà piuttosto chiedere come mai? Non si dovranno (sempre che interessi, a me per esempio, non interessa) fare degli studi, delle inchieste, una rilettura di Volo, magari in cui si dimostri tutta la sua volgarità?  Ma su questo, salvo casi rari di studiosi originali o pervertiti, il nulla.
“Perché dovrei leggere Volo?”, il(la) polemista ti chiede. “So già di cosa parla”. Il che è quanto meno sconcertante.
Ce n’è una terza di polemica in questi giorni, almeno su facebook, cui i fatti della Grecia hanno spianato la strada. 
Ed è quella riguardante “le scuole che ho fatto io, quello che ho studiato io”. Che si fa, ragazzi e ragazze, che per parlare di Tsipras, può alzare la manina solo chi prendeva otto in greco? E i rimandati? Quelli, facciamo che si preparano il compito ma ce lo fanno vedere a settembre? Ma siamo scemi? E per di più, e questa è per chi insiste, “a scuola mia, nella mia classe, coi miei professori”, è un’affermazione che nella maggior parte dei casi, fa pensare all’interlocutore/ice: “Ma se hai fatto tutte queste belle scuole, e sai così tante cose, come è che stai messa(o) così?”.

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