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Lunga vita ad Albertine Simonet

Pochi personaggi letterari femminili sono pieni di vita e simpatici, allegri e umani come Albertine Simonet.
Ne La Recherche, e precisamente ne La Prigioniera, il Protagonista, sofferente e indeciso sui reali sentimenti che prova per la donna, decide di portarla a vivere con sé (per meglio controllarla) a Parigi, nel grande appartamento in cui, quando non è a Combray o a Balbec, abita stabilmente con la Madre. Albertine è selvatica, poco convenzionale nei giudizi così come nei modi, è intelligente, le piace fare sesso sia con gli uomini che (soprattutto) con le donne, è una donna libera. Autonoma per ciò che riguarda le amicizie, lo è meno per quel che riguarda il bilancio economico. 
La bellezza del personaggio è descritta in modo indiretto e soggettivo. La scopriamo cioè attraverso le caratteristiche di lei che il Narratore ci descrive. Molte di queste caratteristiche in realtà lo irritano. O meglio: il Narratore ci descrive le proprie frustrazioni, i propri patemi, le proprie paure e angosce, la propria rivalità (soprattutto) di fianco a/con una donna che non gli ha fatto niente. E il cui principale “difetto” consiste nell’avergli fatto provare delle profonde emozioni (“Forse l’amore non è altro che la propagazione di quei moti che scuotono l’anima, per effetto di un’emozione”, dice) assieme al “difetto” (meno grave, certo, ma comunque reale) di essere più sana e più “adatta” all’esistenza di quanto lui non sia (“…veniva – ed era per me un riposo profondo – a gettarsi accanto a me sul mio letto, a farsi un posto dal quale non si muoveva, senza nessuno dei riguardi che avrebbe avuto una persona umana”, ammette). Albertine ama poco le convenzioni, Albertine, seppur attenta al giudizio dei Guermantes, non ne è vittima, Albertine anche se non colta come lui parla di letteratura, (ha il coraggio di parlare!), di società, di romanzi. Albertine prende dalla vita ciò che la vita le dà, senza preoccuparsi troppo.
Il Narratore non la ama più, o comunque non sempre, ma soprattutto il Narratore non sopporta che lei vada in giro per il mondo a prendere dal mondo ciò che il mondo le offre. Ed è per questo che le chiede di andare a vivere con lui.
Il Narratore, per via della sofferenza fisica, (ma anche per colpa di un’educazione molto convenzionale) fa fatica, mugugna, riflette, descrive, strepita (lasciandoci in dono la Recherche, certo!), ma soprattutto, non sopporta l’ingiustizia che la Natura gli ha messo davanti, quell’Albertine: così contenta di vivere nonostante che non abbia la sua posizione sociale, la sua rendita, le sue amicizie. Nonostante che lui non sempre sia gentile con lei, nonostante che spesso lui le ordisca tranelli, le impedisca di uscire, e di seguire i propri desideri.
Pochi uomini, pochi scrittori, (e poche scrittrici), hanno (e hanno avuto) questo coraggio, la capacità di mostrare se stessi (se stesse) nella propria povertà d’animo, nella propria umanità, pur essendo, la dinamica della competizione, (fra uomini e donne, fra donne e donne, fra uomini e uomini), non solo reale, ma producendo spesso disastri. A guardar bene è la generosità di giudizio ciò che rende, assieme a un uso sapiente della forma, e a una grande conoscenza dell’animo umano, grande Proust.
Pochi uomini, pochissimi scrittori, pochissime autrici, hanno saputo usare la comicità, l’ironia, così come lui fa, per descrivere un meccanismo così diffuso, così presente, fra gli esseri umani, e così poco affrontato anche oggi, da chi scrive. Certo, a un certo punto le darà la morte,  ma Albertine Simonet, come tutti i grandi personaggi vive ormai, anche senza l’appoggio (economico e non), del Narratore.
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