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Lo specifico femminile

Appartengo a una generazione in cui i maschi erano stati già belli che allertati sul fatto che non dovessero troppo scocciare. E per questo tante battaglie, invece che con le donne, mi sono trovata a farle con gli uomini. Tipo, a scuola. Facile che alle donne importasse poco (come a certi uomini, del resto) di lottare per “il diritto allo studio”, per fare “le assemblee”, e che preferissero portarsi “avanti coi compiti” (per certi versi, giustamente) o tornare a casa, per esempio in caso di sciopero.
Facile invece che abbia combattuto PER delle donne.
Sia a scuola che, per esempio, durante la “rivendicazione del diritto all’abitare”. Mi ricordo una volta, durante un’occupazione, eravamo in pochi, e “la referente” interna si stava mettendo lo smalto quando la chiamai, da fuori, per chiederle cosa stesse succedendo. C’era il rischio che arrivasse la polizia. Tutte le volte che ci parlavamo per telefono, mi rendevo conto di quanto fosse difficile farle capire che avrebbe dovuto prestare più attenzione. Niente da fare. Era portata ai pettegolezzi, e le piaceva darsi lo smalto alle unghie a quella donna. Anche gli uomini le dicevano di prestare più attenzione, ma a lei non importava. Le volevamo bene uguale. Nessun problema. La aiutammo.
Quel che voglio dire è che nella mia generazione praticavamo già quel processo di uguaglianza che, per certi versi, in quelle attuali è (del tutto) compiuto. Stavano male i maschi e stavano male le femmine. Il lavoro, infatti – e con esso tutto un processo legato all’identità individuale, e a certi meccanismi di riconoscimento – a causa delle modifiche tecnologiche, cominciava a scarseggiare.
Bisognerà rassegnarsi prima o poi, al ‘reddito garantito’. Bisognerà farsene una ragione, del fatto che gli esseri umani non sono (necessariamente) su questa terra per lavorare, e che una cosa è il salario, e un’altra – ben diversa – è l’identità sociale che l’attività lavorativa garantisce.
Le femmine avevano in più il fatto che, se andavi a cercare un’occupazione, te la dovevi vedere con qualche manolunga. E questo, probabilmente persiste. Credo, meno. Anche per delle battaglie che sono state portate avanti, e in parte vinte. In parte perse. Battute a parte.
E’ evidente che, se parlo di uguaglianza uomo-donna, non mi stia riferendo alla parità salariale “nel moooondo”.
Sto invece dicendo che molte vittorie, nell’Italia recente ci sono state. E’ un dato di fatto. E non riconoscerle è (sarebbe) un grosso errore. Perché le vittorie di cui parlo sono frutto di battaglie che altre e altri, prima di noi, hanno fatto. Sarebbe un errore anche perché non ci renderemmo conto che le vittorie vanno difese. E ciò che hai vinto oggi potresti perdere domani, o già oggi (vedi legge sull’aborto). Da lì, non da altro, dobbiamo ripartire.
Per ciò che riguarda la letteratura, io la penso così: siamo esseri sessuati, e se ti interessa la tua storia, e sei una donna, non potrai fare a meno di leggere ciò che le donne hanno raccontato e come si sono descritte. Con questo voglio dire che Tolstoj non abbia valore? Assolutamente no. Quelle di Tolstoj sono favole, così come quelle di Austen. Tutta la letteratura è fatta di favole.
Tolstoj, nei suoi bellissimi romanzi descrive il modo in cui gli piacerebbe che le donne fossero fatte, i suoi sogni su di loro, ciò che in esse trova repellente, o peccaminoso. E così Austen.
Gli scrittori sono esseri umani in cui è centrale il bisogno di esprimere i propri desideri, i propri sogni, le proprie costruzioni mentali. E lo è per un motivo preciso. Spesso uno scrittore, (una scrittrice) si avvicina alla letteratura perché vuole sapere il motivo della sua originalità, del suo essere fatto così come è fatto, vuole sapere quante più cose possibile, sul suo essere “umano(a)”. Si spiega così anche il motivo dell’autoreferenzialità di tante persone che scrivono, o che hanno questo desiderio, e il fatto che ti diano il tormento, in pubblico e in privato.
Il desiderio di (leggere e di) scrivere libri, risponde spesso a questa domanda: “Perché non mi ritrovo nella mia vicina di banco, in mia madre? Perché sono ‘diversa’? Perché, sono ‘io’?”.
Va da sé che se sei una donna, e non leggi i libri delle scrittrici che ti hanno preceduta, sei ben tontolona. La tua storia, i tuoi sogni, ciò che tu provi, altre donne l’hanno raccontato prima di te. Questo è il motivo per cui non solo le donne, ma anche gli uomini (davvero interessati alle donne) dovrebbero leggere ciò che le donne scrivono e hanno scritto.
Riguardo a quelle scrittrici di cui mi sto occupando (il trentennio 50-80 italiano) il fenomeno è diverso. In Italia, la disonestà intellettuale la trovi dappertutto, come l’erba: persino sui bordi delle strade. Questo gruppo di scrittrici, che ha lavorato nel nostro paese (e l’ha fatto con serietà, e non senza una certa eleganza), da un certo punto in poi, è stato ignorato. Ci sono responsabilità?
Certo che sì. Intellettuali insipienti (sia uomini che donne), non hanno capito (e non mi importa se sia distrazione, o vera e propria ignoranza) il valore di quelle opere, e il loro portato politico. C’entra il fatto che ad essere stato ignorato sia un “gruppo di scrittrici” (di donne)”? Certo che sì. C’entra il fatto che siano soprattutto donne quelle con cui, oggi, lavoriamo a riportarle in libreria? Certo che sì.
Ma il fatto che un “gruppo di donne scrittrici” sia stato (e in parte continui a essere) “ignorato”, non mi assicura della validità di ciò che tante intellettuali donne, fanno oggi. E per questo non è detto che ci voglia lavorare assieme, o che debba necessariamente essere favorevole a un “progetto comune”, o che debba partecipare a tutte le iniziative indette da scrittrici-donne, o che mi debbano piacere i romanzi “scritti da donne”. Fra chi (volutamente o no, non importa) ignora Fausta Cialente o Giuliana Ferri, e si occupa di letteratura, c’è spesso chi, di letteratura, ne parla con la stessa competenza del mio volpino.

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