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Lo(a) sc(h)ema di Don Chisciotte


Siamo davvero sicuri che leggere – leggere romanzi – faccia bene?

Gramsci  sosteneva di sì, negli anni tra il venti e il trenta del novecento. Ne scriveva dalla cella di un carcere, e citava Freud e Balzac, Dickens e la Invernizio. Parlava dell’esigenza del ‘fantasticare’, che ogni essere umano ha, nella costruzione dell’identità. Rimproverava i romanzieri italiani, suoi contemporanei, sia laici che cattolici, per avere più a cuore la relazione con “Annibal Caro, o Ippolito Pindemonte”, che “con un contadino pugliese o siciliano”. Un appuntamento mancato, secondo Gramsci, quello degli intellettuali nostrani con il romanzo d’appendice. Un’analisi implacabile: il “popolo dei semplici” guarda al romanzo francese, a quello inglese, ma non rinuncia al potere dell’immaginazione.

Da un punto di vista diverso, e avendo come compagna di strada “la psicanalisi” – come disciplina – Marthe Robert, scrittrice francese, germanista,  nata nel 1914 e morta nel 1996, sostiene l’importanza dello schema romanzesco – inizio, sviluppo, fine – per la crescita e lo sviluppo della personalità. Eppure, la critica francese, per ciò che riguarda le “trame”,”lo scrivere”, pensa che “tutto sia già stato raccontato”. Lo spazio narrativo è ormai, solo, lo spazio della “narrazione personale”.

Era il 1963. È ancora, davvero, così?

“Un uomo maturo – sui cinquant’anni – decide un giorno di abbandonare tutto ciò che fino allora aveva rappresentato la sua vita e di andarsene per il mondo, apparentemente a caso, ma in realtà perseguendo uno scopo ben definito, cioè di mettere in pratica quanto ha letto nei libri. Gli capitano delle avventure, la maggior parte delle quali finisce male, ma né le sofferenze che patisce, né gli scherni, le delusioni e i colpi, lo distolgono  dal suo progetto di imparare finalmente, vivendo rigorosamente come un libro, che cosa ci sia al fondo della letteratura, se essa sia vera o falsa, utile o superflua, degna di fede o no, in una parola dotata di un valore reale che la giustifichi.” (M. Robert, Il nuovo e l’antico, Mi, 1963)

Ma, e le donne? Coloro che, nello schema romanzesco classico, hanno spesso un ruolo da comparsa, o da motivo esistenziale, o, se da protagonista, sono comunque frutto della fantasia di un uomo? Che fare, quando a narrare – e se è vero che non si possa che narrare il(un) proprio vissuto – è un essere di sesso femminile?

Come, narrare la propria storia? Esiste davvero – è mai esistita – una vita unica?

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