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L’incredibile storia di Mademoiselle Paradis

Siamo nel 1777, a Vienna.
Mademoiselle Paradis è una pianista diciottenne, cieca da quando aveva tre anni, con un talento straordinario. A una grande competenza tecnica, la donna unisce grazia e sensibilità particolari. In virtù di questo suo “dono”, di questa sua capacità di suonare meravigliosamente, le è stata anche assegnata una sostanziosa pensione. Cosa succede quando (gl)i (apparentemente protettivi) genitori decidono di provare le cure di Anton Mesmer, guaritore?
Succede che la ragazza comincia a vedere, a distinguere ciò che la circonda ma, contemporaneamente, a suonare meno bene.
Al dialogo, quasi “da romanzo” (“la cosa più brutta del viso sono i nasi che sembra ti vengano incontro per aggredirti”), si uniscono situazioni comiche (“questa cosa è bellissima” “è letame”).
Centrali, nel racconto, due nodi narrativi. Il primo: la relazione figlia/genitori. Questi ultimi proveranno, da un certo punto in poi, a sottrarre la ragazza alle cure di Mesmer. Che veda va bene, ma se smette di suonare e salta la pensione, ci si fanno due conti, oltre che due domande.
Il secondo: quali sono gli accadimenti, gli accidenti, le circostanze da cui deriva l'(un’opera d’)arte? Di cosa è fatto il talento, e quello di una donna, Resi Paradis, in particolare? Che cosa, esattamente, la costringe a fermarsi, davanti alla tastiera, appena comincia a distinguere (anche con la vista) le forme?
Quella di Resi (Maria Theresia) è una storia vera. Oltre che pianista, è stata anche compositrice. Il film è di Barbara Albert, bravissima regista austriaca, nata a Vienna nel 1970.

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