Leggere di tutto in completo disordine. Un’intervista a Valerio Evangelisti



1. Scriveresti un romanzo con protagonista un uomo di 53 anni, che ai giorni nostri, fa lo scrittore e vive a Bologna?

Perché no? Sto vivendo uno dei momenti migliori della mia vita. I cinquantatreenni non sono più giovani ma nemmeno vecchi. Dunque ricevono il rispetto che si deve agli anziani ma, al tempo stesso, possono godere della vita scanzonata di chi ha meno anni di loro senza destare troppo scandalo. Un’età interessante. Purtroppo sono agli estremi del periodo utile. Cerco però di approfittare a fondo del tempo che mi resta.

2. No, ma io volevo dire un romanzo diciamo, nell’oggi, che ha come protagonista un uomo com te, nella Bologna di oggi.. Un romanzo semiautobiografico, insomma.. 53 anni non sono niente. De Oliveira a 90 fa ancora dei film meravigliosi. Lo scriveresti. un romanzo così?

Forse sì, però cercando di non fare capire troppo che è di me stesso che tratto. Sono abbastanza riservato circa la mia vita personale. Invece metterei in risalto le molte trasformazioni che Bologna ha subito, e che la mia età mi ha consentito di vedere. Sono nato in una città che aveva ancora uno stretto legame con le campagne, oggi non più esistente o non così forte; adesso mi trovo a vivere in una Bologna più terziaria che industriale,
tuttavia attraversata, su scala minore, dalle contraddizioni tipiche dei grandi centri.


3.. Tre autori della letteratura italiana (fino al 1952, tua data di nascita) che avresti voluto come amici.

Degli scrittori mi piace leggere i libri, piuttosto che conoscerli di persona. A volte, l’incontro diretto riserva delusioni. Penso comunque che tipi interessanti fossero Dante, Machiavelli, Boito. Da frequentare solo ogni tanto, però. Specie Dante, che era meno giocherellone degli altri due.



4. Tre film che avresti voluto fare tu.

“I cancelli del cielo” (edizione integrale), “Per qualche dollaro in più” e, ovviamente, “Quarto potere”. Non cito alcuni film di kung-fu perché la gente li conosce male.


5. Tre romanzi che bisogna leggere ( per forza, no, ma per piacere, sì).

E’ una domanda impossibile. Bisogna leggere di tutto, obbedendo alla curiosità e agli stimoli del momento. Posso dire che uno scrittore e poeta che ho letto di recente è Octavio Paz, premio Nobel per la letteratura, autore di un libro assolutamente eccezionale: “Il labirinto della solitudine”. Temo però che non sia in commercio. E, se parliamo di tre numero perfetto, è scandaloso che in Italia abbia avuto traduzioni parziali e ormai antiquate la trilogia autobiografica di Jules Vallès: “L’enfant”, “Le bachelier”, “L’insurgé”. In Francia sono considerati dei classici, qui non li conosce quasi nessuno. Pochi romanzi mi hanno appassionato tanto. Ma può sembrare che io consigli solo libri introvabili. La mia esortazione è l’opposto: leggete di tutto, in completo disordine!

6. L’enfant io l’ho trovato proprio qualche giorno fa su una bancarella. E effettivamente mi ha impressionato.I tuoi libri sono pieni di ribelli. Come eri da ragazzo? Ti consideri un ribelle?

Adesso sono un mezzo pantofolaio, e me ne vergogno. Tratto di ribellioni solo per iscritto. Da ragazzo ero un “ribelle domestico”: non uno di quelli che fuggono di casa, bensì uno di coloro che in famiglia sono una cosa e, appena usciti, tutt’altra. Una situazione schizofrenica. Non avevo una famiglia oppressiva, però ero figlio unico, con tutto ciò che questo comporta in termini di controllo e repressione. La rivolta contro la famiglia è stata per me all’origine di tutte le altre ribellioni. Tuttora considero la famiglia mononucleare una mostruosità, e adoro le donne che si ribellano a questo presunto destino naturale (parlo di donne perché, per gli uomini, sottrarsi alla pressione culturale è chiaramente più facile)..

7. Il ribelle nei romanzi, nelle storie in generale, qualsiasi sia il mezzo in cui vengano raccontate, è sempre una persona che non si rassegna a delegare (i propri interessi, desideri, la propria vita). In questo senso anche Bart Simpson lo è. Credi che la letteratura possa essere considerata un vero e proprio archivio di ‘ modi in cui ribellarsi al mondo’?

Senza voler generalizzare troppo, la letteratura è, il più delle volte, rappresentazione di conflitti. Senza conflitti, l’afflato drammatico verrebbe meno. E poiché l’autore mette in campo uno o più personaggi, deve per forza, perché abbiano uno spessore drammatico, situarli in una situazione conflittuale. La ribellione è una situazione ricorrente, anche se non l’unica. In questo senso, la letteratura è fronte oggettivo di resistenza a chi vorrebbe una società omogenea e pacificata. Magari senza intenzione, ma per i meccanismi interni che le sono propri.


8. Guardi la televisione? Come la consideri? Che fai per puro diletto?

Sì, guardo la televisione, ma soprattutto “guardo il televisore”. Mi spiego: uso prevalentemente l’apparecchio televisivo per vedere film in dvd. Quanto alla tv vera e propria, guardo il TG3, “Striscia la notizia” e poco altro. L’unica eccezione è stata rappresentata dai primi mesi dell’edizione di quest’anno de “L’Isola dei Famosi”: un affascinante campionario di sadismo, conflitti e maldicenze: quasi una versione ruspante de “Il signore delle mosche”.
Sta di fatto che i miei piaceri veri sono i film e il computer, di cui sono un antico appassionato (anche per quanto riguarda l’hardware). E la lettura, naturalmente.

9. Come scrivi e quando? Correggi molto quello che hai scritto? Lavori sulla scrittura?

Scrivo in orari curiosi: un po’ all’ora di pranzo, molto di notte, fino al mattino. Non c’è nulla di romantico in questa scansione: corrisponde alle ore in cui è più difficile che mi disturbino. Normalmente scrivo tutti i giorni, per circa sei-sette ore, però partorendo poche pagine. Correggo infinite volte mentre scrivo, ma normalmente rileggo solo a romanzo finito. Quanto alla scrittura, sì, ci lavoro, cercando di renderla funzionale a ciò che voglio narrare e agli effetti che voglio produrre nella mente del lettore. Non sono invece interessato al “bello stile” fine a se stesso, che non disprezzo ma lascio ad altri. Mi preme maggiormente la nitidezza. Punto alla fluidità della lettura, alla semplicità che non è tale ma nasconde la complessità sottostante.
Dato che chi si loda si imbroda, dirò che non sono uno stilista. Il mio amico fraterno Giuseppe Genna ha sempre detto che scrivo da cani.

10. Esiste la cattiva letteratura? Se sì, quale è?

Certo che esiste, e ha varie forme. La meno valida è quella che è mera imitazione di un modello, magari pure quello non eccelso. Poi c’è la narrazione ripetitiva. Poi quella inutilmente ridondante. Poi…

11. Descrizione personaggi dialogo: che ordine di importanza, dai, nello scrivere a questi tre elementi?

E’ chiaro che i tre elementi si compenetrano, comunque io curo soprattutto i personaggi. Sono loro l’elemento che fa marciare la vicenda, che la rende anche “nostra”, di noi lettori (e di noi scrittori). Preliminare alla trama stessa è dunque, per me, la creazione di personaggi dalle psicologie credibili, solide. Modellate sulla mia, nei suoi vari aspetti, o su persone che conosco bene.

12 Il ruolo dell’umorismo in quello che scrivi.

Più che l’umorismo coltivo l’ironia: esplicita in alcuni racconti, disseminata qui e là nei romanzi. Solo nel mio ultimo lavoro, “Il collare di fuoco”, c’è qualche pagina apertamente umoristica. Mi serviva a rendere più “arioso” il romanzo e si intonava, credo, all’atmosfera vagamente picaresca.

13 Il personaggio femminile che hai disegnato che preferisci, e perché?

Kate Boyle, una giovanissima prostituta e lavoratrice in miniera che appare nel romanzo “Antracite”. Secondo me forma una coppia formidabile col protagonista Pantera: qualcosa di simile al duo Jean Reno – Natalie Portman nel film “Léon”. Lei ingenuamente maliziosa e femminile, lui cultore della virilità (ed effettivamente virile). Mi piacerebbe riportare in scena questa strana simbiosi, prima o poi: in “Antracite” non era sviluppata come meritava. Fra l’altro, è ricca di sottintesi sessuali (Kate e Pantera hanno rapporti di questo tipo, però distratti). Parlo dei sottintesi inevitabili che esistono quando una “donna molto donna” e un “uomo molto uomo” – mi si perdonino queste orrende espressioni, degne della pubblicità di un profumo scadente – si incontrano.

14. Esiste un modo di scrivere femminile, secondo te?


Be’, sì. Dicono di sì. Ma poi non tutte le donne sono uguali, e gli uomini nemmeno, per cui le due forme di scrittura si possono ibridare. In genere, molte scrittrici prestano particolare attenzione ai sentimenti più intimi, al contesto naturale, ecc. Ciò discende da un retaggio ancestrale che ha molto a che fare con la loro biologia. Sarebbe bizzarro che non ne risentissero per nulla.

15. Nei tuoi romanzi ci sono personaggi che credono nella superstizione, nella magia. Che peso dai nella realtà a queste cose?

Faccio una distinzione molto netta, che ha antecedenti remoti, tra occultismo ed esoterismo. Il primo comprende le forme correnti di superstizione, il secondo è una filosofia talora raffinata e complessa, che ha radici in Plotino e nel gruppo di pensatori radunati sotto la denominazione collettiva di “Ermete Trismegisto”. Di occultismo non mi interesso, se non a fini romanzeschi. Invece l’esoterismo è una delle mie grandi passioni, e leggo tutto ciò che trovo sul tema. Non aderisco a tutte le tesi che ha sviluppato nei secoli, ma a molte sì – all’ “anima mundi”, per citarne una tra le tante.

16. Viaggi molto. Perché? Che fai quando sei in giro? Vai in albergo o a casa di amici? Stai da solo o in compagnia? Leggi, studi molto, sul posto che visiti?

A parte le trasferte di lavoro, viaggio perché mi piace vivere tante vite diverse. E’ lo stesso motivo per cui scrivo, in fondo. Non sono un viaggiatore frenetico, che “vuole vedere tutto”. Sono piuttosto portato a permanenze prolungate, che permettano di sperimentare, nella misura del possibile, la vita del posto. Normalmente viaggio solo e vado in albergo. Da alcuni anni, però, ho una casa in Messico, a Puerto Escondido. Là non faccio vita da turista. Lavoro e leggo come in Italia, frequento il modesto ristorante sotto casa e vado al bar con gli amici messicani.

17 Tu vivi a Bologna. Io la conosco da tanti anni e qualche volta ci vado. Mi sembra migliorata molto dal punto di vista visivo (ben restaurata, splendente, mi pare oltre che bella!), ma peggiorata per quel che riguarda la convivenza rispetto a 20 anni fa. Secondo te?

Di Bologna, che pure è la mia città e a cui sono profondamente legato (basta sentirmi parlare!), ho una visione meno piacevole della tua. Il centro è invaso dalle macchine, l’inquinamento è alto, il rumore è assordante. Vivo essenzialmente nel mio quartiere, ancora immune da tutto ciò. Quanto alla convivenza, non lo so. Io ho sempre solidarizzato con quel quinto nascosto della città – i centomila studenti universitari, in buona parte fuorisede – che il resto dei bolognesi detesta e sfrutta vergognosamente. A me pare che il sindaco Cofferati abbia dichiarato guerra proprio al “quinto”, invece che agli affittacamere strozzini e agli speculatori. Non si meravigli se gli scoppia tra le mani un nuovo ’77. Ho partecipato al primo: sono pronto a un secondo. Del concetto astratto di legalità, ancora oggi, non mi importa un fico. 
(Roma, 2005) 

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