L’editing che bastardo

Credo che il libro di Egan costituisca la dimostrazione di una tesi. Per scrivere un buon romanzo è necessario fare un buon editing. Se sei capace di farlo da te, sei fortunato. Nel caso tu non ci riesca, un buon editor può fare la fortuna di un libro. E comunque, più del flusso emotivo, sono il tagliare, l’aggiungere, il limare, la scelta ad essere necessari in un romanzo.  Se nel caso di Egan non sono in grado di dire con certezza quale sia l’apporto dell’editor, poiché nessuno degli intervistatori glielo ha chiesto e io ho letto due righe in un suo pezzo che non trovo più, credo invece che in generale, possedere (o usufruire di un esterno) il “terzo occhio”, per una storia sia necessario. Poiché, se è vero che c’è chi sa fare da sè, è anche vero che ci sono autori/ici con un modo generosissimo di raccontare, e una scarsa (o vera e propria incapacità) capacità di organizzazione del discorso. Se è il tono, come io credo a dare origine alla buona letteratura, sarà più importante il taglio, – il ciò che resta del lavoro fatto – che non il magma originario, a costituire l’oggetto letterario da vendere, questo è quello che voglio dire. D’altra parte, solo un modo eccessivamente individualista può far pensare che per un film sia necessaria una revisione della sceneggiatura – anche sulla base dei costi di produzione, delle locations, delle facce che avranno gli attori che ti puoi permettere – e invece che nel romanzo uno/a ci possa mettere quel che gli/le pare, senza tener conto del numero di pagine – e dei costi che ne conseguono – della capacità di attenzione del lettore, il tutto tagliato e organizzato senza una idea precisa sulla struttura finale. Comunque, in questo libro c’è la capacità di selezionare, di mettere assieme, di organizzare una struttura narrativa da più punti di vista. Ed è per questo che questo libro è un buon libro. Cosa racconta la storia? Sono trent’anni nella vita di un gruppo di persone. Come è raccontata la storia? Si potrebbe definire un romanzo postmoderno, questo Il tempo è un bastardo, se non fosse che questa parola ormai dà origine a un sacco di confusione. Lo dico in un senso preciso. 
Ci sono dentro assieme, più tradizioni narrative e una certa disinvoltura oltre che consapevolezza nell’usarle. E’ un libro sperimentale, anche questo lo dico in senso positivo. Perché ci sono salti di tempo, giustificati solo dall’autrice che ricostruisce la storia a modo suo. Lo è perché si passa dalla prima alla terza persona, in modo arbitrario e consapevole, come è giusto. Sarebbero bastate dieci pagine malmesse per rovinarlo. Invece, ripeto, credo anche al lavoro da editor, di cui dicevo prima, riesce a mantenere un suo fortissimo equilibrio. E’ un libro sperimentale perché da una parte la storia è raccontata a la Guerra e pace, dall’altra c’è la prima persona, a la maniera de Lo straniero, (l’autrice cita Alla ricerca del tempo perduto), per intenderci. Notazione a margine. Credo non esista movimento artistico ingenuo come il cosiddetto “modernismo” inglese. L’idea che attraverso una storia si possa raccontare la “vita vera”, tenendo assieme meccanismi scientifici, cognitivi e letterari. La pretesa di dire come davvero siano fatti mondi e realtà attraverso la forma narrativa. La possibilità di costruire una gnoseologia attraverso il meccanismo semplificato e amico della narrazione. Virginia Woolf nell’esaltare l’ Ulisse di Joyce, ci vede anche la storia di un cambiamento nell’apprendimento delle percezioni, una sorta di “A partire da qui, il romanzo non sarà più lo stesso”. Come abbiamo visto non è andata così.

La rivoluzione si è rivelata un’illusione. Un racconto sarà sempre, inevitabilmente una costruzione artificiosa, una struttura autonoma, che c’entra con la realtà quanto un frullatore. Avrà ragione Forster quando in Aspetti del romanzo dirà che il romanziere può fingere (ma solo fingere, perché non è così nella realtà, dice) di sapere tutto ciò che i personaggi stanno pensando. E che se la lettura di un romanzo (come la visione di un film, dico io) è bella, aggiunge, lo è proprio perché chi guarda puoi illudersi di sapere cosa pensino gli altri. Nella vita vera infattici sono volte in cui  neanche chi pensa, sa esattamente a cosa stia pensando, è evidente. Questo, Il tempo è un bastardo narra la storia di un gruppo di personaggi e delle loro disgrazie e avventure, nel giro di trent’anni. L’autrice usa un modomicroanalitico di procedere. Sono i particolari che fanno la storia.  Prendiamo due personaggi a caso, Benny e Scotty. Trent’anni prima Benny è innamorato di Alice, che non lo vuole. Trent’anni dopo lo troviamo seduto a una gigantesca scrivania davanti a una finestra che comprende il panorama completo di New York (è diventato ricco, e fa il produttore musicale). Va a trovarlo Scotty. Quando erano giovani era lui l’amato da Alice (la bella del gruppo). Adesso anche Scotty è stato lasciato da Alice, e lui che avrebbe voluto fare il musicista, vivacchia. Addirittura ogni tanto vive dei pesci che tira su dal fiume inquinato in città. Come fa l’autrice a dire che è povero e male in arnese, l’ex musicista? Gli mancano dei denti. Benny quando se ne accorge si spaventa. Scotty non fa più il musicista, è un “Escluso”. I denti. Saranno ancora loro, i denti di Scotty, bianchi e rifatti ad indicare a fine romanzo, una svolta nella storia. 
E’ diviso in 12 capitoli, questo ottimo libro. Non che non contenga banalità, come per esempio il fatto che il cantante capace di far provare alla folla un’emozione forte, sia rimasto incontaminato, per tutta la vita, senza profili, blog, interventi di quasivoglia tipo in web. O come la sospetta affermazione etica secondo la quale a questo mondo si sia tutti dei venduti, e ciò che conti per davvero sia solo la consapevolezza di esserlo. Ma perché? Chi l’ha detto? 
Ancora sulla struttura del libro, che è ben descritta nell’Indice. Prevede, proprio come un disco, ilLato A e il Lato B. Più una Fine. Con vari testi (uno in Power Point) note e articolesse. La traduzione (finissima, come sempre questo autore) è di Matteo Colombo.
P. S. Una cosa che fa abbastanza impressione nel romanzo di Egan, è che se le cose vanno male in una vita, la colpa è sempre di mamma e papà, e del fatto che se le suonano, o che trombano in qui e in lì. Mai, dico mai, (ma in questo è abbastanza americana, e ognuno ha i suoi difetti) un accenno a come sono state organizzate le cose in generale. Che ne so, un genitore che faccia un lavoro da sfruttatore, un minimo accenno all’accumulazione originaria, macché zero.
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