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Le politiche culturali delle case editrici in Italia

 Eppure, non sarebbe meglio se ci occupassimo, per esempio, del “punto di vista”, in un romanzo? E se no, invece, se proprio non si può, e dobbiamo discutere della “mancanza di democrazia di XY, in riferimento al suddetto contraente JH”, se permettete, non sarebbe meglio discutere, tutto l’anno, della “politica culturale delle case editrici”?
Tanto lo sanno tutti.

“Come si mantiene F?” “Col fido in banca, che appena glielo levano fallisce…”
“E R?” “Col fido, pure lui. Per quello fa sette libri al mese, anche se non ne vende neanche cento copie”
“E S? “Ma S, facendosi pagare dai poveretti che abboccano… che, non lo sai?”.
Ma andiamo!
Dobbiamo parlare di “politiche culturali del Tale” solo quando “il Talaltro, e in veste di contraente si impegna infine a smascherare il sopraddetto Tale, noto affamatore di intellettuali, e Capo della Cosca detta SY”?
E non è meglio, invece, dedicarcisi tutto l’anno, ma come “studio comparatistico” della tal casa “dall’anno Z all’anno E”?
Invece che, durante tutto l’anno, subire schiere&parate di cachinni, praticamente quotidiani, che non fanno ridere nessuno?
E non è così, che si organizza una seria “storia culturale” del nostro paese, indipendentemente dagli “affaracci personali, che signora mia, sono sincera, fra i suoi e i miei, allora penso ai miei”?
E per le “politiche culturali” non è forse come per le politiche di accoglienza?
“Nooo? E invece sì!”
Che cosa ti aspetti se non ci lavori? Pensi che gli uomini e le donne (“stanziali e di passaggio”) siano “naturalmente accoglienti”, o “naturalmente predisposti all’adattamento”? Pensi che un editor che sa di poter contare sull’ “altissimo numero di disoccupati intellettuali” e di “facenti funzione”, e senza un minimo di “interlocutori responsabili”, non si abitui a dettare lui le regole?
“Nooo? E invece sì!”
Ma l’Italia è il paese in cui, come diceva Totò, mentre si prendeva le mazzate in testa: “Io non so’ Pasquale”. Però, intanto, se le prendeva, anche se l’Editor le voleva dare a Pasquale, mica a lui, le mazzate.
Che senso ha strepitare “quando i buoi sono fuggiti”? E di nuovo, anche qui, porre tutto, e subito, nei termini di “vittima e persecutore”? Ma basta!
E soprattutto, chi se ne frega dei pettegolezzi che ne vengono fuori?
Fare degli incontri sulle “politiche editoriali delle case editrici”. Qualcuno lo fa? E se no, perché?
“No, ma è noioso. Che ci vengo a fare”.
“E se li faccio, non è poi che Franchini non mi pubblica più?”
“Ma io, Calasso l’ho conosciuto una sera, ed è una persona proprio ‘totalmente’, gentile! E non è che ti sbagli?”
E invece no.
Voglio dire: perché, ogni tanto, tutto questo bisogno di “redde rationem”?
Coi proprietari dei salottini che, invece che tè e pasticcini si mettono a distribuire bacchettate a destra e a manca?
E’ come se, periodicamente, si sentisse il bisogno di urlare il proprio disagio. Come se, la conferma della nostra esistenza, venisse dal fatto che, tutte le volte, di qualsiasi cosa si parli, siamo confermati nei nostri ruoli: la padrona del salottino che strepita, perché le stanno versando l’angostura sulle poltroncine; il sedicente saggio, che sente il bisogno di rimettere a posto i litigi, come quei vecchi personaggi che, magari involontariamente li suscitano, i litigi, però poi, a fine serata, sono realmente dispiaciuti, e cercano di farvi fronte; i più preteschi che si esibiscono in esercitazioni di dottrina, salvo assumere un ‘aria eccessivamente umile’, tutte le volte che qualcuno li rimprovera per il loro accanimento sull’Oggetto Letterario, e gli chiedono di lasciarlo in pace; e poi, signorine fatte che bamboleggiano (e-c’ho-da-ffa); giovanotti fatti che signoreggiano (te-cchiamo-quanno-torno), e tutto quell’universo che ruota attorno ai salotti, anche quando non siano reali, come qui.
Ma un salotto, non serve forse a porre-sul-tappeto-le-questioni, e se non a risolverle, almeno ad affrontarle? E se no, se ci ci si deve “spampanare la uallera”, come dice una mia amica a proposito di Sanremo, non è meglio fare altro? Farsi un viaggio? Andare a nuotare?

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