13627021_1121229514617628_2835330800321718380_n

Le parole e l’emergenza.

(intervento al seminario di Coordinamento Enne Volontariato Roma, 20/6/2016)
Una delle parole che temo di più, davvero molto in uso negli ultimi 40 anni è: emergenza. Non so se le prime volte sia stata usata, nel modo in cui intendo, durante i settanta. So che in nome dell’emergenza-terrorismo sono state portate avanti e convalidate molti leggi (e peggio ancora, pensieri, ideologie) valide più a intimorire, creare panico, che a proteggere.
Non è questa l’occasione per questo tipo di analisi. Quello che volevo dire è che dopo il terrorismo, per l’Italia sono arrivati gli anni della “scarsa governabilità” (così come è stata definita): gli ottanta, quelli del pentapartito, e delle crisi di governo.
Quindi, in nome dell’emergenza (è stato un attimo): via il proporzionale e avanti con il maggioritario che, sulla carta, permette di governare. Si è visto, come. Riducendo per tutti e tutte le occasioni e gli “spazi di parola e di gestione”, affidando invece la totalità dell’esistente a uno (passatemi la definizione), “spicchio di eletti”, neanche sempre all’altezza del compito.
Intanto, sempre fra gli ottanta e i novanta anche in Italia (in Francia e in Inghilterra, anche grazie al fenomeno noto come colonialismo, sono da sempre più preparati) si faceva urgente il fenomeno dell’ “immigrazione”, e quindi, emergenza, di nuovo, ancora. La cosa, a sentire i sostenitori della teoria dell’emergenza, va spesso così: “i migranti vogliono case, scuola, assistenza sanitaria, lavoro, quindi, o vi stringete voi, o se ne stanno loro, a casa”.
Di solito chi è per la teoria dell’emergenza usa poco i numeri, nonostante la pretesa di oggettività. In Italia c’è chi pensa che ci sia un immigrato ogni due italiani, e che quindi l’emergenza bussi alle nostre porte. Questi numeri, in realtà, forse potrebbero essere validi solo in Libano, uno dei pochi paese al mondo dove un quarto della popolazione è costituita da immigrati.
Ma andiamo avanti. Dopo l’immigrazione, arrivano i duemila ed è “crisi economica” (viene tirato in ballo addirittura il 1929): certo è che è di nuovo emergenza. Emergenza che si somma ad emergenza.
Non sto negando che questi problemi esistano, ci mancherebbe altro. Sto dicendo che basterebbe opporre ai sostenitori della teoria dell’emergenza, un concetto: la normalità non esiste. Non esiste nella cosiddetta natura e non esiste, non è mai esistita nella Storia.  Se è così, perché l’Emergenza?  Non sarà un concetto per spostare gli interessi e le attenzioni nel punto esatto in cui li vuol portare chi ha, in quel momento, la possibilità di decidere?
Cosa voglio dire: i problemi che i sostenitori della teoria dell’emergenza pongono sono reali. Persone arrivano (o passano, più spesso) in massa, in (dall’) Italia, e hanno bisogno di case, di assistenza.  Altre, nel nostro paese ci vivono da anni, ma non hanno casa, non hanno reddito. Sarà il caso di pianificare un programma, una strategia adatta? Certamente sì. Ma cosa succede (è successo) nella realtà? Che non solo le attività che ho detto non vengono realizzate, ma che gli stanziamenti necessari vengono deviati verso i privati interessi, senza, da parte nostra una sostanziale battaglia. 
Quella che è morta, da parte nostra è  non solo la forza, o la voglia, di proporre altre idee possibili di vita, di esistenza, altre idee di normalità (compresa la tesi che la normalità non esista) ma anche la capacità di indicare l’irrealtà del sistema (tutto italiano) per cui “i fondi per le emergenze” (qui sì, la parola ci sta bene) diventino una risorsa inaspettata per le tasche dei privati. Del denaro necessario per le emergenze si impadroniscono privati cittadini, e tanto è.
Noi accettiamo da tempo (quando va bene) l’idea che, per essere responsabili non si possa e non si debba fare altro che lavorare tutti assieme (senza differenze ideologiche, di programma, esistenziali o fatti a parole i debiti distinguo).
Accettiamo da tempo l’idea che, se non vogliamo fare ancora più danni, non dobbiamo disturbare il manovratore. Lo facciamo perché ci viene continuamente posta davanti al naso la situazione “nella sua oggettività”, con i pericoli che comporta e col senso di responsabilità che richiede. Siamo impauriti, stanchi e stanche, non sappiamo come muoverci, che fare.
E così, nella fretta di dare sì, magari una mano, senza ulteriormente danneggiare il tessuto sociale (le situazioni che funzionano, quelle tamponate, di salvare il salvabile) non abbiamo tempo per studiare, per affrontare la complessità di situazioni e problematiche.
Non solo. Ma tendiamo a ridurre i momenti di elaborazione, di confronto, e anche di scontro. I momenti di scontro che che ci sono, sono farse. Finte battaglie. Conflitti a parole, senza nessuna prospettiva seria non dico di vittoria, ma neanche di visibilità. Perché non sappiamo come e con cosa sostituire l’esistente.
Perché dico questo?
Sono successi un paio di fatti, di recente, nel Primo Municipio di Roma dove per tanti anni ho abitato, e dove continuo ad abitare, un posto che amo. Fatti che non possono essere risolti con una formula. Situazioni che riguardano i cosiddetti senza tetto, quelli che vivono “sotto i ponti” così come l’immigrazione. Situazioni cioè, che vengono catalogate come emergenza principe.
Penso che, a partire da questo Municipio, dal primo, ma ognuno dal suo, dovremmo elaborare (o continuare a lavorare a) un’idea di come vorremmo vivere, cosa ci piacerebbe realizzare, avere: penso che dovremmo rendere pubblici questi momenti di confronto.
Penso che al volontariato (portare da mangiare, aiuti, dare una mano, cosa che in tanti e tante fanno), vadano affiancati degli studi. Studi nostri, (non quelli dei municipi, ammesso che ci siano), non istituzionali. Studi che rispondano a domande, che sono queste: come è fatto questo territorio? Come ci vivono le persone? Si dà abbastanza conto del fatto che si tratti di un territorio da preservare? Di cosa ha bisogno? Quali sono le attività che vi si svolgono? Che impiego trova “il privato”, quanto ci potrebbe essere di pubblico, e di quali forme di convivenza vorremmo noi, essere portatori e portatrici?
Faccio degli esempi: possibile che non ci siano luoghi di incontro per gli immigrati e per chi vive una qualche forma di (poco) agio sociale? Possibile non ci siano ostelli, gratuiti, se non quelli che somigliano a lager? Possibile che (Casa delle Donne a parte) non vi siano strutture solo per donne?  Possibile (e mi rendo conto della ridicolaggine della mia affermazione, ma vi assicuro che è vera) che vi fossero più bagni (e docce pubbliche) negli anni ’50 che oggi? Possibile che si riesca a realizzare (al di là degli studi di settore) solo una forma di emarginazione a oltranza, nel nostro paese, per le fasce più deboli della popolazione? Possibile che non si riesca a uscire, e parlo dell’abitare, da quei mostri mangiasoldi che sono i residence? Possibile che ci si debba rassegnare a che sia (solo) la chiesa a dover gestire il disagio (e non solo sociale)? Si finge che la vita di strada non esista più, ma non è così. Facciamo che la strada non sia più solo un luogo di emarginazione e di esclusione, invece. Non stiamo al governo, certo. Però, mi pare di poter dire una cosa: con questa nuova amministrazione potremmo provare a controllare come i soldi e le opportunità vengano gestiti e elaborati. Possiamo e dobbiamo continuare a elaborare modalità di convivenza al di fuori del razzismo, dell’emergenza, dell’emarginazione (o della soppressione addirittura) del più debole.
  •  
  •  
  •